Cultura
Pittori del Seicento napoletano
La venuta a Napoli di Caravaggio - undicesima parte
di Achille Della Ragione
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Altro artista strettamente legato al Gargiulo è
Viviano Codazzi, bergamasco, presente a Napoli dal 1634 al 1647, fraterno amico e collaboratore dello Spadaro, con il quale esegue numerosi lavori a due pennelli. La loro collaborazione è ricordata dal De Dominici che erroneamente lo indicava come Codegora: ”Moltissimi sono in Napoli i dipinti con architetture dell’eccellente Viviano, e con figure di Micco Spadaro…vissero questi due virtuosi insieme con tanto amore che la morte solo poté separarli”.
L’Ortolani, dispregiandone l’opera, definì il Codazzi un “ mediocrissimo pratico”, ma in seguito la critica, prima attraverso le ricerche di Longhi e della Brunetti, e poi con la recente esaustiva monografia del Marshall, ha rivalutato appieno il suo lavoro ed ha riconosciuto l’importanza delle sue architetture luminose e ben disegnate e dotate di effetti di profondità spaziale e volumetria ben dosate.
La sua conoscenza dei monumenti romani fa presupporre una lunga permanenza a Roma, prima della sua venuta a Napoli; un periodo di studio, come era abitudine all’epoca di tutti i pittori, probabilmente nell’ambiente di Agostino Tassi e della sua bottega. Giunto a Napoli nel 1634, dopo poco si sposa con una napoletana ed entra in contatto con gli artisti della cerchia falconiana e ciò è testimoniato dalla sua partecipazione, nel 1639, col Gargiulo, il Falcone, il De Lione, De Simone e Cesare Fracanzano alla stesura delle grandi tele di soggetto romano destinate al palazzo del Buen Retiro di Madrid. Entra poi in contatto col suo conterraneo Cosimo Fanzago, che lo proteggerà e lo farà lavorare alle grandi prospettive per la chiesa e la sacrestia nella Certosa di San Martino, che in quel periodo è una vera e propria palestra per gli artisti napoletani.
Oltre ad una proficua collaborazione col Gargiulo egli nella Certosa lavora ad un originale Colonnato con delle scale che farà da sfondo alle figure di Massimo Stanzione in un Cristo che esce dalla casa di Pilato nella sacrestia della chiesa.
Ricordata dalle fonti, anche se messa in dubbio dalla critica, una sua collaborazione al grande affresco della Probatica piscina eseguita dal Lanfranco ai Ss. Apostoli.
Al periodo della rivolta di Masaniello nel 1647, il Codazzi lasciò Napoli per Roma, ove cominciò a collaborare col Cerquozzi.
Capolavoro di questo sodalizio è, del 1648, la Rivolta di Masaniello, commissionata dal cardinale Spada, una delle più lucide interpretazioni della celebre sollevazione popolare.
Egli, pur risiedendo a Roma, non dovette rompere del tutto i contatti con Napoli, come testimonia il suo rientro documentato nella capitale vicereale nel 1653 ed il ritrovamento di quadri datati oltre il 1647, in cui è evidente la collaborazione col Gargiulo rimasto a Napoli, come ad esempio nella splendida tela Davanti ad una locanda del museo di Baltimora.
A Roma collaborò inoltre saltuariamente anche con Jan Miel, Giacinto Brandi e con Filippo Lauri. Il riconoscere la mano del figurinista permette alla critica un preciso inquadramento cronologico del dipinto in esame.
A Napoli seguiranno le orme del Codazzi Francesco Magliulo ed Ascanio Luciano, quest’ultimo ritenuto un suo seguace dall’Ortolani e dal De Rinaldis e a sua volta precursore di Leonardo Coccorante e di Gaetano Martoriello, i grandi paesaggisti della successiva generazione.
Di
Francesco Magliulo conosciamo ben poche notizie. Il D’Addosio reperì nell’Archivio storico del Banco di Napoli una polizza di pagamento del 1666 nella quale si riferiva che il pittore era capitato nelle grinfie di uno di quei mercanti d’arte, che lo faceva lavorare a mesata in casa sua sfruttandolo. Dal documento si evidenzia anche che il Magliulo fosse abile nel dipingere le figure oltre che le prospettive architettoniche. L’Ortolani segnalò un suo dipinto di rovine già in collezione Messinger a Monaco ed oggi ad ubicazione sconosciuta, nel quale l’Ozzola aveva chiaramente identificato la firma dell’autore ed aveva ritenuto il pittore allievo del Ghisolfi a Roma. Ed infine nel 1993 presso Sotheby’s è passata una tela con Cristo che scaccia i mercanti dal tempio ambientata tra antiche rovine per la quale il Marshall ha suggestivamente proposto il Magliulo come autore.
Ascanio Luciano fu uno specialista nel genere delle rovine monumentali, dipinte in piena luce solare o sotto un bel chiaro di luna, molto richiesto all’epoca dai collezionisti, che utilizzarono questi quadri per decorare le ampie antisale dei loro nobili appartamenti. Vi era anche una certa richiesta da parte degli stranieri, che, in ricordo delle pittoresche ed imponenti rovine da essi ammirate nei dintorni di Napoli, amavano portarsi nei loro tristi e nebbiosi paesi un po’ del nostro sole e il ricordo dei nostri monumenti.
I dati biografici sono scarni: nato a Napoli nel 1621, nel 1665 risulta iscritto alla Congregazione dei pittori dei Ss. Anna e Luca, vive a lungo fino al 1706, avendo modo così di trascorrere tutta la stagione del barocco napoletano.
Disprezzato dall’Ortolani, che lo definisce mediocre discepolo di Viviano Codazzi, è viceversa trattato con passione dal De Rinaldis che gli dedica un articolo elogiativo nella leggendaria rivista Napoli Nobilissima. La critica moderna gli riconosce, di volta in volta che si scoprono nuove tele spesso firmate, una posizione preminente nel campo dei capricci architettonici ove svolse un ruolo di cerniera tra il Codazzi e il De Nomè e gli specialisti settecenteschi del genere.
Egli elabora un tipo di composizione in cui gli elementi architettonici, quasi sempre rovine, sono immersi in un paesaggio, spesso marino, dal vasto orizzonte e di buona fattura. Le sue architetture hanno una luce irreale, sfumante in un’atmosfera lirica, con un gusto marcato nel ricalcare la decorazione scultorea, derivante dallo stile fantasioso del De Nomè.
Molto curato è l’aspetto paesaggistico con aperture di rara bellezza, come il maestoso Rovine di un edificio classico presso una costa eseguito in collaborazione con Luca Giordano, con il quale il Luciano aveva eseguito anche la grande tela di Cristo e l’adultera, esposta alla celebre mostra sulla pittura italiana di Palazzo Pitti nel 1922 ed oggi in collezione privata milanese.
Altre opere famose a lui attribuite sono la Veduta della Vicaria del museo di San Martino, eseguita in una accezione molto vicina ai modi pittorici del Coppola ed il San Pietro che risana lo storpio della collezione Molinari Pradelli, in cui le allungate figurine derivano direttamente dal Gargiulo. Un’opera tarda del Luciano, che ci permette di riconoscere il suo stile nella maturità, è l’originale dipinto Scene di melodramma entro ruderi antichi, nel quale è presente forse anche l’autoritratto del pittore ed oltre all’influenza di Giacomo Del Po si evidenzia, come ha sottolineato il Lattuada, un’allusione al mondo teatrale, rendendo plausibile un’esperienza nel campo della scenografia e stabilendo un ponte tra l’esperienza della pittura e quella del teatro.
Di
Marzio Masturzo le poche notizie che abbiamo intorno alla sua vita ne fanno risalire l’apprendistato prima presso Paolo Greco, zio di Salvator Rosa, e poi nella bottega di Aniello Falcone insieme al Mercurio e allo stesso Rosa.
Lo stretto rapporto che lo legava al Rosa lo spinse a seguirlo a Roma, dove ne divenne fedele imitatore. Il De Dominici ci narra, probabilmente attingendo a qualche leggendaria tradizione, che il Masturzo dipingeva dal vero in compagnia del Rosa e del Gargiulo, divenendo un così perfetto imitatore da venir scambiato per lo stesso Salvator Rosa. Il biografo, che dedica all’artista ben due pagine, si peccava di saperli distinguere, identificando il maestro per quel ”bel tocco di colore adoperato con bizzarria”.
Una sua splendida battaglia, documentata negli inventari, è presso la Galleria Corsini a Roma. Spesso in aste nazionali ed internazionali compaiono dipinti attribuiti al Masturzo, ma bisogna essere molto cauti perché il catalogo dell’artista è ancora tutto da definire ed in esso potrebbero confluire due tele siglate MM, una presente sul mercato antiquariale di Milano e l’altra in collezione privata a Reggio Emilia, entrambe studiate e pubblicate dal Sestieri.
Altro scolaro del Falcone è
Perez Sciarra o Sierra, nato a Napoli da padre spagnolo, specializzato in battaglie, bambocciate e fiori. Tornato in Spagna collaborò con Juan De Toledo, il noto battaglista, ben rappresentato al Prado.
Giuseppe Trombatore fu a bottega dal Falcone per alcuni anni, quindi le fonti affermano che dal 1656 al ’60 passò alla scuola di Mattia Preti, dove si specializzò alla fine come ritrattista e fu attivo almeno fino al 1685, data di una polizza di pagamento in suo favore.
All’artista si può assegnare, per il monogramma TG ben visibile sulla coscia del cavallo a sinistra, l’Assedio, già nella collezione del barone Carelli a Napoli, una tela creduta dal De Rinaldis del Falcone, un pittore al quale il Trombatore si ispirava, come sottolineò l’Ortolani, che, pomposamente parlava di groppa del cavallo”sfericamente plasticata dalla luce”.
Si dovrebbe ora parlare di Paolo Porpora e di Luca Forte, sicuri frequentatori della bottega del Falcone, ma di loro parleremo diffusamente nel capitolo sulla natura morta.
Il cosiddetto
Maestro dei martirii è una personalità ancora misteriosa dai contorni ancora non ben definiti, collocabile tra i modi pittorici di Scipione Compagno e di Carlo Coppola e cronologicamente attivo intorno al quarto decennio del secolo, il cui corpus pittorico ancora esiguo è prodotto escludendo l’attribuzione di scene di martirio ad artisti dai caratteri più riconoscibili dalla critica.
Ignazio Compagno lavorava nella bottega del fratello Scipione ed era specializzato nelle repliche di soggetti richiesti dalla committenza e, secondo il De Dominici, era particolarmente versato nell’esecuzione delle figure grandi.
Il Salerno ha ipotizzato una sua partecipazione nei quadri del fratello, perché nel catalogo di questi sono presenti quadri di impostazione ed esecuzione diversa, che, se non dipendono da un’evoluzione stilistica dell’artista, possono presupporre l’intervento di un collaboratore.
Scipione Compagno nasce secondo lo Zani nel 1624 e muore dopo il 1680, è documentato tra il 1638 ed il 1644. Il De Dominici lo cita come pittore di paesaggi e di marine, una veste nella quale ci è ancora sconosciuto. Egli è influenzato dai modi del Corenzio e di Filippo D’Angeli e mostra inoltre il marchio delle architetture fantastiche del De Nomè, oltre a risentire dell’impronta del Brill e di pittori olandesi come Breenbergh e Polenburgh. Il Causa, dal carattere arcaico delle sue scenografie, aveva ipotizzato che egli appartenesse alla generazione precedente a Micco Spadaro, ma i documenti ed i dati anagrafici scoperti di recente hanno dimostrato che trattasi di pittori coevi.
Anche per il Compagno la massa anonima diventa la protagonista dei suoi quadri nei quali è abile a collocare gran popolo in poco spazio e ad immergere gli avvenimenti in un’atmosfera fantastica e surreale.
Fino agli anni Settanta gli erano riconosciute poche opere, poi il Salerno ritenne di aggiungere al suo corpus tutto il gruppo di dipinti che il Longhi, riconoscendone la stessa mano, aveva attribuito a Filippo Napoletano, di cui allora poco si conosceva.
Nel suo catalogo così ampliato, con l’aggiunta di varie tele firmate, si possono distinguere chiaramente due tendenze, che come abbiamo detto in precedenza hanno fatto ipotizzare la mano di due diversi pittori, una caratterizzata dai colori chiari e dall’esecuzione più accurata, l’altra di un fare sciolto e compendiarlo, con impasti cromatici più sostanziosi e con una tavolozza di colori più scuri.
Le sue opere di maggior successo furono più volte replicate, spesso su rame ed alcune sono molto suggestive come l’Eruzione del Vesuvio del 1631 del Kunsthistoriches di Vienna, nella quale oltre all’interesse documentario per un luogo famoso della città di Napoli oggi scomparso, molto ben rappresentata è la folla formicolante in preda al panico, espressa con una vivacità di tocco rara a vedersi negli altri specialisti del genere.
La sua produzione anche se inferiore qualitativamente e quantitativamente a quella del Gargiulo, a cui può essere paragonato, esercitò ad ogni modo un influsso su altri pittori tra cui Nicola Viso ed il tedesco Franz Joachim Beich, presente a Napoli all’inizio del Settecento.
Dopo aver vagliato la personalità di due grandi specialisti nella pittura di paesaggio come Salvator Rosa e Domenico Gargiulo, non si può trascurare la complessa ed ancora sfuggente personalità di
Filippo D’Angeli, detto
Filippo Napoletano, il più antico di tutti, precursore ed autentico creatore del vedutismo locale, ricordando che il Filippo D’Angeli ricostruito dal Chiarini è una personalità diversa dall’artista ipotizzato dal Longhi, che raggruppò una serie di tele che denotavano la stessa mano, confluite poi nel catalogo di Scipione Compagno.
Egli nasce a Napoli nel 1587, secondo il Mancini ”di padre spagnolo e di madre romana” e soggiornò nella capitale vicereale fino al 1614. Attraverso il Sellitto ebbe modo di venire a contatto con tutta la folta schiera di nordici, dal Cruys al De Nomè, attiva in città e che tanta parte ebbe nella sua formazione artistica.
Da questi pittori derivò il carattere nordico della sua cultura figurativa, tra cui l’attenzione al dato naturale del paesaggio, il tipo di taglio compositivo e la particolare resa della luce. Con i modi pittorici di questi artisti, come con quelli di Elsheimer e Brill, conosciuti a Roma e Breembergh e Poelemburgh, conosciuti a Firenze, si possono apprezzare stringenti assonanze non solo tematiche, ma anche stilistiche.
Nel 1617 Filippo Napoletano fu chiamato a Firenze da Cosimo II e lì egli sviluppò un nuovo tipo di paesaggio realistico ricco di effetti tonali, dai colori brillanti e creò numerose tele con soggetto fluviale o campestre, animate da vivaci figurine rese con straordinaria freschezza.
Secondo il Mancini, biografo ed estimatore dell’artista, “si applicò precocemente a tutta una serie di generi: composizioni d’historie, battaglie, scene di martirio e simili”. Da collocare a questo periodo è anche la sua produzione di natura morta, ignorata dalle fonti e di recente restituitagli attraverso il rinvenimento di un Rinfrescatoio nei depositi di Palazzo Pitti, già segnalato in antichi inventari medicei citati da Longhi nel 1957. Del periodo fiorentino sono altre nature morte: Due cedri e Due conchiglie derivanti dagli interessi scientifico naturalistici maturati in Filippo Napoletano a seguito delle richieste da parte del celebre medico Giovanni Faber, amico di Galilei, che fece da tramite con il pittore, di allestire una serie di scheletri e di preparati botanici per finalità didattiche. Questi scheletri, rappresentati in maniera originale tra lo stregonesco ed il fantastico, esprimono una tendenza del tutto aliena alla cultura figurativa italiana ed ebbero sicuramente un influsso su Salvator Rosa, presente a Firenze dal 1640 al 1649, che dovette trarne spunto per la sua folta produzione di stregonerie, oltre ad apprezzare tutto ciò che di partenopeo era percepibile nella pittura di Filippo, tra cui principalmente un linguaggio accuratamente aderente alla realtà.
Dopo la morte di Cosimo II nel 1621, Filippo si trasferì a Roma, ove soggiornò fino alla morte avvenuta nel 1629, ad eccezione di due anni trascorsi a Napoli dal 1624 al ’26. Durante gli anni trascorsi nella città eterna egli eseguì dal vero alcuni paesaggi molto importanti per la formazione dei paesaggisti italianizzati come Jan Both.
La critica negli ultimi anni sta delineando con sempre maggiore precisione la sua personalità artistica, che risulta rilevante nei riguardi della cultura figurativa della prima metà del Seicento non solo di Napoli, ma anche di Roma e di Firenze.
(continua)
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