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Cronaca
Una Mani pulite per ripulire la città
Chi ha condannato Napoli alla lordura deve finire in galera. Solo così potrà esserci una svolta
di Vittorio Feltri (da: Libero del 11/01/2008)
Alcuni campani si sono lagnati per la linea troppo dura di Libero sulla questione immondizia. Umanamente comprendo. Ma non siamo noi a essere duri; lo sono semmai le realtà sotto gli occhi di chiunque non li abbia chiusi. Parlano le immagini di città devastate, luride da far ribrezzo: siamo di fronte a uno scandalo mondiale senza precedenti in Occìdente. E bisognerebbe essere teneri? Teneri con chi? Con amministratori, politici, presidenti, funzionari pubblici che hanno conciato così il territorlo fra l’indifferenza e la rassegnazione di un popolo capace di reagire solo se infastidito nel proprio particolare?

È arrivato il momento, semmai, della crudezza e della spietatezza. Qui servono le manette. Ed è incomprensibile il fatto che non siano ancora scattate ai polsi dei numerosi personaggi responsabili dello sfacelo politico, organizzativo, amministrativo e perfino morale. Perché chi si è abbandonato all’inerzia per pigrizia o incapacità, chi ha lucrato sui rifiuti, chi ha sbagliato, chi se n’è ìnfischiato del suo ruolo ben retribuito non è chiamato a risponderne davanti alla legge? Perché, dopo quattordici anni di schifezze d’ogni tipo, nessuno è ancora finito in galera?
 
Eppure si tratta di disastro, di danno incalcolabile arrecato, sia ai cittadini campani sia all’Italia insozzata nella sua reputazione, dileggiata dai mezzi di comunicazione dell’universo intero. L’indignazione nazionale non affonda le radici nel razzismo; nasce dall'evidenza e non può essere soffocata in logori pretesti storici, economici, sociali. Da cinquant'anni si ripetono come litanie tesi giustificazioniste, sempre le stesse, e non se ne può più. La camorra non è piovuta dal cielo, non è un drago invincibile protetto da San Gennaro. E' una banda di delinquenti che per espandersi e prosperare necessita di una fitta rete di complicità a vari livelli, dl connivenze, della tacita approvazione da parte dl gente che accetta lo strapotere della criminalità per convenienza oltre che per paura, considerandola una comoda scorciatoia onde campare senza “fatica".
 
E così il seme dell’illegalità germoglia, si espande, invade ogni strato della società e dìventa inestirpabiiltà: conquista la politica, il commercio, l’industria, gli appalti garantendo in cambio appoggi, finanziamenti, compiacenze, voti. Il clima di Napoli influenza anche la borghesia, piccola e piccolissima, i ceti più avveduti ed evoluti, sicché non c’è anima che si ribelli all’andazzo e cerchi di dare buon esempio. Serpeggia la convinzione che nun ce sta niente da fà.

La reazione del resto d’Italia fatalmente si esprime in coro: arrangiatevi, svegliatevi. cavoli vostri. D’altronde che altro si potrebbe fare? Accettare i rifiuti campani in altre regioni sarebbe presumo possibile, ma non avrebbe senso: comporterebbe soltanto una dilazione dei tempi verso soluzioni strutturali del problema smaltimento immondizia. È già successo tre anni fa, durante i quali Napoli non ha mosso un dito per salvarsi, e succederebbe ancora se i Bassolini e le Iervoline rimanessero assisi ai loro posti col sostegno di un folto gruppo impegnato a difendere lo status quo per interesse egoistico.

Ribadisco. Una svolta può esserci solo se i cancelli di Poggioreale si chiudono alle spalle dei mariuoli e dei balordi che hanno condannato città e regione alla lordura perenne. E ci si domanda perché ciò non avvenga; meglio, perché non sia già avvenuto.
Ricordo che all’inizio degli anni Novanta a Milano esplose Tangentopoli. Un fenomeno di corruzione del quale da molto tempo si aveva sentore, ma una certa stabilità nel marciume aveva impedito di portarlo alla luce e quindi di stroncarlo. Non appena la Prima Repubblica fu entrata in crisi, la Procura di Milano trascinata da Di Pietro dette il via a una sorta di pulizia etnica. Un terremoto. Ogni giorno due tre quattro arresti cosiddetti eccellenti.
Il tintinnio di manette si udiva nei palazzi del potere. negli uffici degli imprenditori e dei professionisti, nei quartieri e nelle case e faceva tremare tutti, compreso chi non aveva commesso nulla di illegale.

E difatti in prigione furono rinchiusi anche tanti uomini risultati poi innocenti. Forse - di sicuro - si esagerò con la furia giustizialista, benché i reati attribuiti a indagati, imputati e reclusi non avessero messo in ginocchio i milanesi, i quali non avevano mai smesso di vivere civilmente.
La massa incitava Di Pietro e i magistrati che gli si erano accodati. Ebbene, alla memoria di quel periodo, è naturale domandarsi per quale arcano motivo a Napoli, schiacciata da tonnellate di porcheria causa l’indolenza e l’inettitudine di migliaia di farabutti, le toghe non hanno fatto una piega e non hanno beccato un solo sudicione? Poi i conformisti dell’informazione ci accusano di ogni.nefandezza se scriviamo che siamo dinanzi a uno scontro di civiltà. E come la vogliamo chiamare, differenza antropologica?

È recente la notizia che Saccà, dìrigente della Rai intercettato mentre chiacchierava con Berlusconi, è stato rinviato a giudizio per la storia delle vallette raccomandate. Bravi giudici. Complimenti per la tempestività. Ci dicano, però, come mai non si riscontra analoga celerità nel colpire i criminali del pattume, siano essi camnorristi, amministratori collusi, funzionari infedeli, galoppini prezzolati? Per favore, qualcuno risponda.

Un suggerimento che sembra una presa per le terga ma non lo è. Dato che la Procura di Milano si è avvalsa per Mani pulite e derivati di valenti magistrati, tutti napoletani o quasi, da Borrelli a D’Ambrosio, alla Boccassini a Greco a Robledo a Nocerino, facciamo una bella e sana cosa: chiediamo loro il sacrificio di trasferirsi nella natia Campania e di dimostrarci la voglia e la forza di perseguire amministratori, camorristi e affini; la stessa voglia e la stessa forza esibite nelle inchieste contro Berlusconi, tangentisti eccetera.

Avrei in particolare una curiosità da soddisfare, Paolo Berlusconi, fratello di Silvlo, per una questione di discariche fu costretto a versare mi pare 50 milioni di euro allo scopo di patteggiare in tribunale. Chissà se Borrelli, D’Ambrosio, Boccassini, Greco, Robledo e Nocerino sarebbero all’altezza di recuperare altrettanto denaro da qualche loro concittadino immischiato nella spazzatura.
Converrete, assisteremmo a uno spettacolo assai coinvolgente. 
Iamme, iamme, iamme, ià.
11/1/2008
  
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