Cronaca
I tempi della giustizia
di Antonello Velardi
(da: Il Mattino del 11/01/2008)
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Il magistrato Raffaele Cantone, fino a poche settimane fa pm di punta della Direzione distrettuale antimafia d Napoli, sulla prima pagina del «Mattino» di ieri ha fatto un’analisi delle responsabilità rispetto all’emergenza rifluti in Campania, offrendo spunti di riflessione molto interessanti che meritano di essere ripresi. In buona sostanza, Cantone ha sostenuto che la grave situazione in cui ci troviamo è stata condizionata fortemente dagli interessi della camorra ma che oltre i clan c’è qualcos’altro: il mal costume e l’incapacità degi apparati politici ed amministrativi - è la sua tesi - è evidente almeno quanto l’influenza penetrante della camorra.
Cantone ha poi ricordato i successi giudiziari grazie a diverse inchieste, condotte e portate a termine, sull’infiltrazione nell’amministrazione pubblica dei clan che facevano grandi affari con i rifiuti. Ma proprio per questo è mancata o è stata flebile quell’azione necessaria di contrasto che andasse al di là della camorra e guardasse con velocità e determinazione oltre il recinto de «soliti» clan. Una tesi accennata, ma esplicitata lunedì scorso dal commentatore Guido Gentili sul «Sole 24 Ore», il giornale della Confindustria.
Sulla questione sono intervenuti, non sempre in modo non strumentale, diversi esponenti del centrodestra, sostenendo di fatto che la magistratura napoletana non è stata lesta e decisa come avrebbe dovuto essere con gli esponenti del centrosinistra campano, in primis Antonio Bassolino. Il leader dell’opposizione, Silvio Berlusconi, è andato oltre facendo il raffronto con quanto è capitato a lui a Napoli e con quanto sarebbe capitato a quelli del centrodestra se fossero stati alla guida delle amministrazioni locali qui in Campania.
Nello stesso centrosinistra c’è chi è andato giù duro, come il ministro Antonio Di Pietro: in tv ha denunciato, con i suoi non sempre condivisibili modi plateali, che non ci saremmo trovati al punto in cui ci troviamo se prima ci fosse stato un tintinnio di manette.
Facendo la tara delle strumentalizzazioni, non si può non sostenere che la questione c’è. Ed è talmente vero che il Procuratore della Repubblica di Napoli, Giovandomenico Lepore, magistrato notoriamente saggio e poco loquace, ha ritenuto opportuno intervenire mostrando il suo disappunto. Noi lavoriamo molto, ha sostenuto in sostanza, mentre c’è qualcuno che parla senza sapere cosa davvero stiamo facendo adesso.
Come dire:
aspettate e vedrete. Una risposta anche all’ex senatore e membro del Csm Vincenzo Siniscaichi, avvocato di lungo corso, che aveva a sua volta invocato un rilancio dell’azione della magistratura napoletana dopo averla difesa, ma con una difesa che è apparsa di maniera.
Della questione di cui si discute gli aspetti sono due, uno strettamente giuridico e uno diciamo più popolare. Quanto al primo, è evidente che i magistrati - non solo ma soprattutto quelli inquirenti - si muovono nell’ambito delle norme date e in un contesto in cui contano le difficoltà ambientali e vale il peso della condivisione sociale della norma stessa. La consapevolezza della legge è a Napoli molto più bassa che a Bolzano. Lo ha sostenuto più volte lo stesso procuratore generale partenopeo Vincenzo Galgano, con la sua solita schiettezza, in modo condivisibile anche quando il suo sembrava un tentativo di voler mettere le mani avanti.
Ed è evidente anche che, nell’ambito della magistratura, forte se non determinante è l’azione di quella giudicante: se è essa è lenta, diventa impossibile fare giustizia secondo la percezione dei comuni cittadini.
Ma quanto all’aspetto del sentire popolare, non si può non osservare che l’effetto principale dell’inchiesta giudiziaria che ha toccato, tra gli altri, il governatore Antonio Bassolino è stato l’allungamento dei tempi per la costruzione dell’impianto di Acerra. Impianto che, rispetto a quanto sta accadendo in queste ore, è fondamentale per poter cominciare ad uscire dall’emergenza. La gente si chiede (e il rischio della deriva adesso c’è, un rischio che coinvolge tutte le istituzioni e quindi anche la magistratura) come è possibile che finora non sia stato possibile individuare, colpire e condannare gli autori di quest’incredibile scandalo che è sotto i nostri occhi. E si dà anche una risposta, dettata dalla rabbia: o non si è voluto farlo o il gruppo di furfanti è stato tanto abile da architettare tutto, sfruttando ed aggirando le norme (senza dire di qualche pm che con questi furfanti era in rapporto e per tal motivo è stato fortemente censurato).
Peraltro c’è anche un ulteriore rischio, nascosto dietro le parole del Procuratore della Repubblica di Napoli quando fa intravedere nuovi scenari, nuovi sviluppi. Se nelle prossime settimane o nei prossimi mesi arriveranno a conclusione inchieste importanti sull’emergenza rifiuti, si potrà ben dire che i magistrati hanno accelerato per effetto delle polemiche quando avrebbero potuto farlo ben prima.
Ovunque la si guardi, la questione c’è e non può essere sottovalutata. Da questa tragica vicenda dei rifiuti in Campania la magistratura deve uscire senza macchie, con piena assunzione di meriti ma anche di responsabilità. È bene che se ne discuta, al di là delle strumentalizzazioni. La difesa corporativa non serve, nuoce innanzitutto ai magistrati. Altrimenti succede, ed è successo, che personaggi come Vittorio Feltri vadano in tv e possano dire, riferendosi a Napoli: esistono in Italia magistrati con tempi mediorientali.
A quel punto diventa molto difficile una difesa non tanto dei magistrati quanto dei napoletani che pur sarebbe obbligatoria perché dietro quell’affermazione si nasconde il solito vento razzista.