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Disprezzo
Il resto d’Italia, ammesso che sia una novità, non ne vuole più sapere di Napoli.
di Rosario Iannuzzi
Giordano Bruno Guerri, in una lettera aperta indirizzata al presidente della giunta regionale Antonio Bassolino pubblicata su “il Giornale” di venerdì 11 gennaio, riporta un’agghiacciante frase attribuita a Massimo d’Azeglio che ebbe a dire: «unirsi ai napoletani sarebbe come sdraiarsi con un lebbroso».

Ora pensate un po’ a come cominci la giornata di una persona che, oltre ad essere costretta a subire il disagio di vivere in un posto così sporco, esposto al rischio di malattie, con la frustrazione di non riuscire a tenere al sicuro i bambini, l’angoscia di non riuscire a pagare le rate del mutuo contratto per acquistare una casa che, Dio solo sa perché (si fa per dire…) costa più di quanto costerebbe un’abitazione decisamente più decente a Bruxelles (per fare un esempio reale) il terrore di non riuscire a mantenere il posto di lavoro, deve pure aprire il giornale e beccarsi uno schiaffo simile in piena faccia.

Pure lebbrosi… Che l’Italia non abbia mai amato Napoli è noto; che i napoletani siano sempre stati visti come corpi estranei alla nazione italiana da parte di larga (molto larga) parte del resto del Paese è altrettanto noto; che l’incapacità dei napoletani di far ricredere il resto degli italiani su questi punti sia totale è, purtroppo, sotto gli occhi di tutti.

Allora resta una sola domanda, da porsi. Scusate tanto, ma dove vogliamo arrivare? Riusciamo a capire che siamo vicini alla fine? L’Italia non ci aiuta perché ci disprezza. E poi, perché ci dovrebbe aiutare? In nome di quale solidarietà, quella che noi vogliamo estorcergli con la nostra irresponsabile voglia di sentirci migliori del resto degli italiani? C’è una sola cosa che ci legittimerebbe a chiedere conto all’intero Paese del nostro diritto alla solidarietà: l’essere stati per anni affogati nei peggiori rifiuti provenienti da ogni dove. Eppure, nonostante tutti riconoscano quanto questo sia vero, non è sufficiente a muovere a solidarietà una nazione basita dal ribrezzo.

Gli italiani provano ribrezzo. Ce ne siamo resi conto? Non ci vogliono aiutare perché pensano che non lo meritiamo. E soprattutto, perché pensano sia inutile. Ma cosa c’entro io, dirà il napoletano lettore di giornale di cui sopra, ancora esterrefatto per la citazione di D’Azeglio, cosa ho fatto per meritare questo, non è giusto, proverà a consolarsi.

Ma, quasi sicuramente, non si chiederà cosa ha fatto per evitare tutto questo. Invece, ne siamo certi, la questione sta proprio qui. L’Italia non chiede conto ai napoletani di cosa hanno fatto per provocare tutto quello che stiamo vedendo, ma di cosa hanno fatto per non farlo succedere. Ma è una domanda retorica perché l’Italia la risposta se l’è già data. E la risposta è: proprio niente.

Proteste, disperazione, urla, cortei, denunce di tumori, malformazioni e malattie di ogni genere: niente serve a muovere a solidarietà il resto d’Italia. Anzi, la incattivisce ancora di più. La repulsione per una popolazione che ha condannato sé stessa e la sua discendenza a vivere in un posto destinato ad essere il più inquinato e avvelenato del Paese, per aver assistito inerte allo sversamento dei veleni industriali del Nord, pietrifica nel disgusto coloro che dovrebbero invece sentirsi in colpa. Lo abbiamo finalmente capito?

O cambiamo registro e cominciamo a parlare come l’Italia vuole che noi parliamo oppure tutte le proteste, le urla, le denunce, cadranno nella più insensibile indifferenza. Sono stanchi di noi, delle nostre scuse. Siamo come il parente imbarazzante che sputtana tutta la famiglia. Gli italiani non ne possono più e vorrebbero tanto che noi non fossimo più un loro problema.

Fra l’altro, è da un bel pezzo che non siamo neanche più simpatici e folcloristici. Non abbiamo più la sceneggiata, il mandolino, Eduardo e Totò. Massimo Troisi è morto da un pezzo, Luciano de Crescenzo è ottuagenario e sta invecchiando pure Pino Daniele. I nostri scrittori più in voga? Montesano e Saviano: famosi per la ‘mmonnezza, morale e materiale.

Inutile continuare. Se c’è un’Italia in declino, quell’Italia sta qui e il resto d’Italia ha terrore del contagio. Ha paura di sdraiarsi col lebbroso. Rendiamoci conto che è innanzitutto colpa nostra. Ci conviene capirlo in fretta, perché nessuno ci darà altra scelta. Non più.
11/1/2008
  
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