Cultura
Tropico di Napoli
di Luigi Alviggi
Nelle numerose opere di Peppe Lanzetta, scrittore, attore, soggettista, regista, ed altro ancora, prende corpo la storia di una Napoli borderline, di figli che vivono al confine esistenziale di una città difficile, ragion per cui l’arte di arrangiarsi diviene un imperativo inderogabile.

Non a caso “Figli di un Bronx minore” è il titolo di un libro del 1993 di questo artista, ed è appunto su di questi che si concentra l’occhio triste del padre che soffre ma riconosce di non poter far molto per alleviare il loro disagio di vivere. “Tropico di Napoli” - edito dalla Feltrinelli nel 2000 - è stato pubblicato nel 2003 nella UEF (pagg. 200, € 7,00).

Carmine Santojanni, il cattivotenente – l’usuraio coi capelli unti – Willy il parrucchiere gay ed il fratellomacho di colei che diviene sua sposa per uno sproposito – Bruce Willis della ferrovia, che “conosceva il dolore e la sofferenza” – Umberto il laido – il Piranha e suo padre lo Squalo – Sciaronstò di piazzagravina - la Carogna – “Franco, il marchettaro dell’Hotel Gelsomino, che nel giro si faceva chiamare JoeBuck, come il cowboy del film Un uomo da marciapiede” – e tanti, tantissimi altri, sono la tribù multiforme di invertiti, drogati, ruffiani, cravattari, opportunisti, che disputa giorno dopo giorno il suo diritto all’esistenza nell’indifferenza e nelle oppressioni diffuse di chi gli vive attorno, con il compito principe di complicare la vita al proprio simile senza fermarsi dinanzi a nulla per affermare una volta di più il gretto tornaconto personale.

Il lessico di Peppe Lanzetta, che squassa aspro ogni pagina, rappresenta una ferita aperta per i “benpensanti”, mentre costituisce una finestra spalancata sul mondo per chi vuol mantenere gli occhi ben aperti su tutti gli aspetti di una realtà complessa qual’è quella che ci circonda. La cosa certa è che l’artista non accetta mezze misure ed ama in modo viscerale definire pane il pane e vino il vino. Non si può celare dietro una metafora quanto urla la luce della piena naturalezza, e questa gente gronda genuina umanità da ogni suo poro: “Di chi si sventola seduto fuori il basso cosceaperte, caldo ovunque, nelle pucchiacche e nel lardo che le circonda, nelle varici e nell’azotemia, nei respiri e negli sguardi emaciati, nella tenerezza delle ragazzine di primopelo già condannate a tenereilfiato e a respirare pianopiano per assaporare pocoallavolta questavita bella e sciagurata che si spiana davanti ai loro jeans, alle loro scarpette, ai loro zatteroni, al loro mascara scadente e fondotinta da tresoldi. Odori dell’estate di chi non conosce altro mare che quello che non bagna e non ha mai bagnato Napoli.”

Quando la vita vorrebbe avviarsi lungo i binari di una normalità scontata, e forse per questo ancor più ricercata ed apprezzabile, non si scampa all’imposizione inesorabile che prende corpo per chi appartiene ad una genia segnata da un malessere ancestrale: “Godettero insieme al chiuso di una vecchia Panda, uno sull’altro, sconci, slabbrati, storti, avvinghiati a loro stessi e alla vita che li aveva fatti in maniera così diversa eppure così uguali, nei tormenti, angosce, anni belli e malinconie dei sorrisi sbiancati dal livido delle notti che non erano capresi né di Montecarlo, ma inutili notti segnate da vene di asfalto freddo o bollente. Da lì non si scappava.”

Si agitano i nostri protagonisti, alla ricerca non sanno bene di cosa, forse della dimensione del proprio essere più congeniale al giusto passo di vita, del vivere un giorno semplice, anche uno solo, che faccia dimenticare le difficoltà della serie infinita degli altri che lo hanno preceduto, “… sembrava un tipo e poi prometteva almeno affetto che di quello ce n’è bisogno almeno per illudersi, anche se poi non è vero, almeno per andare avanti in questa torrida vita che ogni giorno ti presenta un conto e pagalo pagalo e se non c’hai i soldi sono cazzi tuoi e anche se le tonsille di questa nostra esistenza sono piene intasate di pus ci dobbiamo fumare sopra fumo su fumo per buttare giù le cose storte e anni e anni passati a combattere… nel tanfo e nello stretto di questo dedalo senza via d’uscita di questa parte di città che rassomiglia a un Sudamerica mai visto, mai immaginato eppure è roba nostra, ci appartiene, così come noi apparteniamo a lui…”

Qualche personaggio ci ispira simpatia, “Scintillone, tossico da una vita, aveva imparato tutti i trucchi per fottere le farmacie.” Lui ed il fido Vincenzo costituiscono un binomio inscindibile che attraversa corazzato i triboli di una vita cadenzata in un rigido percorso lungo il quale, senza pensarci più di tanto, passano a chiunque ne fa richiesta la scimmia che si portano addosso da tanto, da sempre. Ma questo non impedirà loro di condannarsi insieme, legati dalla colpa dell’uno che l’amicizia ha fatto diventare comune, con una denunzia avventata che li farà precipitare nella stessa trappola, a dimostrazione di quanto siano fragili i fili di solidarietà che legano nel malaffare.

Su tutti sovrastano le vicende del cattivotenente, l’unico che tenta una via d’uscita dalla vita di debiti che lo sta strozzando, che cerca di affidarsi all’uomo forte, a Padre Mario, che avrebbe la virtù di sradicare i suoi vizi dalle fondamenta: “Piangeva sulle mani del camilliano che stringeva forte il suo viso, piangeva come un bambino punito dai genitori, piangeva come un uomo affranto, come un marito che non aveva avuto consolazione dal matrimonio, come un padre mancato, piangeva sui suoi anni sballati e persi, sui suoi acciacchi, sulle sue delusioni, sul senso di quella sua vita che lui sentiva sfuggirgli dalle mani.” Ma anche la massima disponibilità è altri da sé, e non riesce possibile mescolare le carte di giuochi tanto diversi.

E la città sta, come un lupo assiso in alto che osserva, con occhio sazio ed annoiato, i tanti agnelli che si combattono per un abbeveratoio posto troppo in alto: “Con la vita che lo aveva preso per i capelli e trascinato nei bassifondi della disperazione e della maledizione, con la sua città che povera com’era aveva cercato di rubargli quel poco che lui aveva, quel poco fatto di sogni. Ma era povera più di lui la sua città, povera e carioca, povera e argentina, povera e cocaina mischiata col borotalco, povera ed eroina tagliata con stricnina, povera e accattona, la sua città.”

La girandola della vita ha acquistato una velocità che non consente più di discernere i componenti a chi la osserva sgomento: “E specchiandosi sul mobile della stanza aveva visto nei suoi occhi la sua incasinata vita scorrergli davanti come un interminabile film che mischiava i suoi eroi con i suoi sogni… Ma quella sera se n’era andata, portata via dalle radio a modulazione di frequenza, portata via dai cantanti neomelodici e le loro storie d’amore impossibili, portata via dai camion della nettezzaurbana che s’arrampicavano su quel presepe rubando nei sacchetti della spazzatura storie di vita e sogni spezzati, insieme a rifiuti di un’anonima cena fatta di carne alla pizzaiola e fagiolini con l’aceto…”

Suonerà, infine, la sirena del risveglio: per Willy ed il fratellomacho, per l’usuraio dai capelli unti e la famiglia sdegnata, per il laido Umberto ed il bel Franco, per l’ispettore Catuogno e la sua nemesi svergognata, per il Piranha e lo Squalo padre, per la Carogna ed il suo pieno di arroganza e di soldi, per Sciaronstò e Tonino Jonnybigud. Suona, infine, a distesa ed al massimo volume, per rammentare a ciascuno che troppe singole vicende spesso si illudono di assumere una cadenza che non può essere la loro e che, prima o poi, è destinata a crollare rovinosamente.
14/7/2004
  
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