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Cultura
Beni culturali da salvare
Lantica Stazione della Napoli-Portici e la Flotta borbonica sommersa
di Antonio Pisanti
                                        Il prospetto originario della Stazione Napoli-Portici
La riapertura al pubblico di siti edificati durante il periodo borbonico, lampia letteratura urbanistica ed architettonica, lallestimento di numerose sezioni espositive e didattiche, utili a delineare un itinerario nella memoria della Napoli capitale, hanno contribuito a restituire alle vicende politico-culturali del Regno il loro giusto rilievo.

La rivalutazione della presenza borbonica a Napoli e nel Mezzogiorno, favorita da enti ed istituzioni al di sopra di ogni sospetto nostalgico, ha fatto finalmente uscire allo scoperto e mette in luce limpegno e lattivit di studio e di ricerca di quanti avevano solo il torto di non volersi arrampicare, come al solito, al carro del conformismo imperante. Il tutto aiuta a ricostruire la memoria e lidentit di una Citt, salvando dalle rovine edifici monumentali e siti il cui recupero richiede ingenti interventi finanziari, ma anche motivo di riqualificazione urbanistica delle aree circostanti, di occupazione e di crescita socioeconomica.

Il recupero del Real Albergo dei Poveri, che ha visto, sin dal 1995, sulla prima linea di un tanto arduo quanto proficuo impegno di sensibilizzazione e di promozione civile, insegnanti, alunni e genitori della dirimpettaia Scuola statale Dante Alighieri, allepoca diretta da chi scrive, il restauro e la restituzione al pubblico di numerose Ville Vesuviane, del glorioso opificio di Pietrarsa e il preannunciato restauro del Granatello, con il ripristino degli antichi approdi, in un contesto di recupero ambientale di tutta la zona del Miglio dOro, costituiscono le tappe fondamentali nellopera di rianalisi e di rivalutazione di una fase della nostra storia troppo spesso destinataria di ostracismo e di mistificazioni a danno dei vinti.

Sono tappe essenziali di un itinerario da far proseguire, perch numerosi sono ancora i beni culturali e le testimonianze, magari meno visibili e/o meno noti, che devono essere salvati prima che sia troppo tardi, da tutelare per offrirne il godimento ai napoletani, agli studiosi ed ai turisti che, nonostante il degrado socio-ambientale della citt, continuano ad affollarne le strade e i musei. Lo stesso degrado, del resto, come si pi volte evidenziato, pu essere arrestato, con una decisa inversione di tendenza, grazie allimpegno civile che pu scaturire da un rinato senso di appartenenza e da una cittadinanza attiva che leducazione, linformazione e la cultura locale possono e devono risvegliare. Tra le testimonianze in rovinoso abbandono, vogliamo ricordarne due particolarmente a rischio.

Una lantica Stazione della prima Ferrovia italiana, la Napoli-Portici, attivata nel 1839 da Ferdinando II di Borbone, la cui ultima finestra al corso Garibaldi, nei pressi dellattuale Circumvesuviana, sta per abbattersi al suolo, senza che si riesca a dirimere un vecchio conflitto di competenze tra le Ferrovie ed il Comune di Napoli. Le condizioni di degrado del sito sono state da noi pi volte denunciate, attraverso quotidiani, periodici ed interventi vari, evidenziando la vergognosa funzione assunta da una puntellatura diventata ricettacolo di rifiuti di ogni genere e che stata poi modificata, senza avviare comunque l opera di consolidamento e di ricostruzione. Di Ferdinando II si dibattuto vivacemente in questi giorni, in occasione della cerimonia di intitolazione a suo nome della piazza Antica Reggia ad Ischia Porto, ricordandone i molti meriti, tra i quali, appunto, quello della costruzione della Napoli-Portici.

Altro tesoro di inestimabile valore, non solo documentale, per il cui recupero, grazie anche interessamento dell Ipsema, lIstituto di Previdenza per il Settore Marittimo, sono state da tempo presentate interrogazioni parlamentari, sono i resti sommersi della flotta della Marina militare borbonica, fatta incendiare ed affondare nel porto di Napoli, nel gennaio del 1799, per ordine dellammiraglio Nelson che intese cos impedire che le navi non trasferite in Sicilia diventassero bottino di guerra dei Francesi. La Rivista marittima, mensile della Marina Militare Italiana, ha meritoriamente dedicato allargomento pi di uno dei suoi pregevoli supplementi, con bellissime fotografie di Claudio Romano.

Si tratta, in questo caso, di reperti che potrebbero costituire, tra laltro, un interessante richiamo in un Museo del Mare, da allestire anche nella prospettiva di sottolineare il ruolo della nostra citt quale centro del Mediterraneo e che potrebbe attirare non solo lattenzione degli appassionati di storia della marineria, ma di tutti quanti sono attratti dal fascino evocativo del viaggiare navigando e del Mare Nostrum quale luogo di incontro di civilt, dei loro miti e della loro storia . Si tratta di reperti che, come ha evidenziato in questi giorni il presidente del Centro studi subacquei, Armando Carla, rischiano di essere irrimediabilmente distrutti se non si provveder a recuperarli prima dei lavori di ampliamento e di drenaggio del nostro porto.

Capita spesso di rilevare come, in localit prive di testimonianze storiche e monumentali significative, le autorit del posto e gli stessi abitanti si adoperino per valorizzarne e salvaguardare le pur minime e modeste tracce del passato. In unepoca di incalzante globalizzazione e di frenetica corsa allomologazione, tendenti a cancellare ogni identit, si cerca di ricostruire addirittura dal nulla tali tracce, talvolta persino inventandole, per ritrovare la memoria dei luoghi e una loro originaria specificit e vocazione: quindi ancora pi comprensibile quanto sia grave ed imperdonabile lasciare andare in rovina beni come questi, tuttora esistenti e recuperabili, nonch di indubbio valore.

E' ovvio che, in una pi ampia ed onnicomprensiva accezione di bene culturale, lo stesso impegno di valorizzazione e di sostegno da riservare per istituzioni, opere di ingegno, attivit come editoria, cinematografia ed ogni altra iniziativa finalizzata a rinsaldare nel passato le radici del futuro
26/10/2005
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