Sanità
Epilessia: storia, clinica e laboratorio
di Antonio Sarappa
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E’ proprio di questi giorni la messa in onda sui canali TV di uno spot, una volta tanto ben fatto, riguardante l’epilessia. Due ragazzi: lui che teme di perdere la ragazza confessandole di avere crisi epilettiche e lei che, di rimando, gli dice di avere crisi di gelosie a dimostrazione che l’epilessia è una malattia al pari di altre, come diabete o artrite o polmonite. Agli amici lettori proponiamo un excursus della malattia che, data la complessità dell’argomento, abbiamo ritenuto dividere in tre parti, iniziando con un breve profilo storico, attraverso i secoli, di questa patologia che ha conosciuto traversìe di ogni genere.
Nella storia dell’umanità, l’epilessia ha coinvolto aspetti culturali, sociali, religiosi e filosofici. Nessuna malattia è stata bersagliata da credenze popolari e da pratiche misteriche come l’epilessia. Gli attacchi epilettici venivano interpretati come fenomeni soprannaturali o addirittura demoniaci.
Le origini demoniache del “morbo sacro” (termine con cui veniva chiamata la malattia prima che venisse coniato, nel V° secolo a.C., il termine epilessia), cominciarono ad essere confutate già nel 400 a.C. da Ippocrate che parlava di un liquido freddo e umido, il flegma, prodotto dal cervello, responsabile delle crisi epilettiche. Presso i Romani, poi, gli epilettici, lungi dall’essere considerati in possesso di poteri soprannaturali, divenivano oggetto di disprezzo specie se durante un comizio uno spettatore aveva una crisi (da qui il termine di morbo comiziale).
Dobbiamo arrivare a Galeno (II° secolo d.C.) che, riprendendo la teoria di Ippocrate, riteneva l’epilessia una malattia sicuramente del cervello dovuta a quel “flegma”che, insinuandosi nei ventricoli cerebrali, causava le convulsioni caratteristiche. Anche Galeno, come anche altri autorevoli studiosi, però, non era insensibile alle superstiziose credenze circa le manifestazioni magiche della malattia, curata per questo, con sostanze a dir poco incredibili come il liquido ricavato dalle ossa di martiri!
Nel Medioevo le dicerie sulla possessione demoniaca degli epilettici addirittura si accentuarono. Fu proprio il diffondersi del Cristianesimo a favorire ulteriormente la convinzione secondo cui l’epilettico era posseduto dal demonio e che solo il potere dei santi poteva liberarlo dal maligno. S. Valentino, venne acclamato patrono degli epilettici e venerato in santuari cui gli ammalati si recavano in pellegrinaggio! Durante il Rinascimento le cose non migliorarono. Anzi. Il concetto di “possessione” si fece strada tra molti medici, mentre la gente comune si allontanava terrorizzata alla vista di un epilettico, considerato contagioso e incurabile. Si diffusero, nel tentativo di scacciare il demonio dal corpo degli ammalati, esorcismi praticati da religiosi. Non mancarono, durante questo periodo, quelli che assegnarono agli ammalati epilettici doti di genialità.
Fu così che, all’inizio del ‘600, un medico francese, Jean Taxil, autore di un Traitè de l’epilepsie, aggiunse alla lista di nomi di epilettici famosi citati da Aristotele (Ercole, Aiace, Bellerofonte, Socrate, Platone, Empedocle) anche quelli di imperatori come Giulio Cesare e Caligola, del tribuno romano, Druso, di poeti come Petrarca e del profeta Maometto dimostrando in tal modo la connessione tra malattia epilettica e genio attraverso testimonianze di contemporanei dell’epoca in cui erano vissuti.
Tuttavia nonostante i Medici si sforzassero di scoprire la vera causa della malattia, le loro osservazioni finivano con l’ingenerare nuovi pregiudizi come quelli che mettevano in relazione l’epilessia con la sifilide. Tale convinzione trovava radice nel fatto che numerose persone colpite dal “morbo gallico”, andavano incontro a crisi epilettiche e che, quindi, gli abusi sessuali favorivano l’inizio dell’epilessia.
Il secolo dei lumi con il trionfo della Ragione (Illuminismo) segnò una decisiva svolta nella comprensione dell’epilessia che venne finalmente liberata dalle insulse credenze popolari circa la sua origine demoniaca.Tale atteggiamento, tuttavia, derivava più dall’affermarsi di una nuova filosofia, quella della Ragione, che dalla vera comprensione delle cause che scatenavano l’epilessia. Le novità di questo secolo, riguardanti l’epilessia furono da una parte lo sviluppo di una nuova terapia a base di ossido di zinco e dall’altra i primi tentativi di prevenzione nello studio di fattori che predisponevano il sistema nervoso alla malattia.
E’ durante l’Ottocento che si assistette a significativi progressi nelle conoscenze delle cause dell’epilessia e nella terapia. Si deve ai Francesi la prima sistemazione nosografica della malattia. I medici del celebre ospedale psichiatrico parigino della Salpetriere furono i primi a distinguere clinicamente le forme di epilessia “grande male”, “piccolo male”, “assenze” ecc. ma la malattia rimase ancora nell’ambito psichiatrico, ben lontana dall’essere considerata una malattia neurologica. Si continuò infatti a connotare gli epilettici come soggetti pericolosi, in preda a deliri o a vere e proprie condizioni di furore, sino alla degenerata visione del Lombroso che considerava questi ammalati come criminali psichici.
Ciò che è avvenuto, poi, è storia recente. Il primo serio e rigoroso approccio scientifico fu di sir John Hughlings Jackson (1860) che interpretò la crisi epilettica come il risultato di “un’improvvisa scarica elettrica originata da alcuni circuiti nervosi”. Gli studi successivi a quelli fondamentali di Jackson, hanno ricondotto l’epilessia nell’alveo delle malattie neurologiche grazie all’approfondimento e alle ricerche sui meccanismi ezio-patogenetici la cui conoscenza ha aperto la strada alla diagnosi clinica e strumentale e alla terapia. L’introduzione nel 1929, quasi un secolo dopo l’intuizione di Jackon, dell’EEG da parte di Hans Berger e via via nel corso degli anni di sempre più nuovi metodi di ricerca funzionale fino ad arrivare a quelli attualmente in uso nella pratica quotidiana, come la PET e la SPECT, unitamente all’introduzione di metodi di ricerca morfologica come la TAC, la RMN e l’angiografia hanno consentito non solo diagnosi sicure e precise ma anche l’individuazione di quelle lesioni cerebrali il cui studio ha gettato nuova luce sugli intimi meccanismi biochimici alla base della origine della malattia .
(Continua)