Cultura
Odore di caffè
di Luigi Alviggi
Riccardo Pazzaglia, regista cinematografico, scrittore, uomo di spettacolo e fine dicitore, riesce ad improntare le sue opere ad una penetrante ironia che le fa gustare col sorriso sulle labbra, il che migliora di sicuro il tono dell’umore del momento nel lettore.

Valido giornalista, da oltre venti anni tiene con successo la rubrica “Specchio ustorio” sul giornale Il Mattino. In essa focalizza le piccole manie - singole e collettive - che affliggono il nostro comportamento quotidiano. La sua ultima fatica letteraria è “Odore di caffè” (Edizioni Guida 2004, pp. 118, € 8,50) che si iscrive nel filone delle tante opere che illustrano l’abitudine maniacale, o meglio il credo laico su cui è costruito il tessuto sociale della nostra città (come pure di tantissime altre). Qui da noi pare che nulla possa progettarsi, convenirsi, stipularsi o anche solo passare per la mente senza il viatico della deliziosa bevanda che, per essere apprezzata a dovere va gustata in compagnia e con il viatico delle tre preziose “c”, troppo popolari per essere annotate qui ancora una volta.

Dalla squisitezza celestiale dell’espresso di alcuni bar rinomati alla “ciofeca” imbevibile dell’operato di qualche buona donna, sicuramente non portata per i fasti ed i trionfi dell’arte culinaria, e non certo da additare ad esempio al suo sesso, ettolitri della preziosa bevanda scorrono ogni giorno sotto i nostri occhi, e non solo di essi, dando e diffondendo benessere per chi lo commercia e per chi lo gusta.

Pianta originaria degli altipiani abissini, i suoi frutti furono introdotti in Europa nella seconda metà del secolo XVI, ed oggi viene abbondantemente prodotta nelle regioni tropicali del Sud-America e dell’Africa. Nel libro non manca la raffigurazione di qualche caffettiera di particolare importanza storica.

L’autore pesca liberamente nella propria memoria ed il materiale affiora in abbondanza. Ecco che, leggendo piacevolmente dei maneggi familiari all’atto dell’arrivo di una delle famose visite di cortesia - tanto in uso una volta - ci imbattiamo nel magico portavoce, imbuto ovale di rame utilizzato nei palazzi dall’inizio del secolo scorso sino agli anni ‘60, antenato dell’attuale citofono, ed è come ritrovare un amico che non si incontrava da tantissimo tempo. Nella prassi corrente delle visite seguiva a breve l’offerta e l’accettazione, non scevra dei laboriosi convenevoli di rito da parte dei convenuti, di un caffè, e noi seguiamo con curiosità la liturgia relativa quando addirittura essa veniva officiata con la torrefazione preliminare dei chicchi crudi, acquistati per l’occasione in onore degli ospiti.

I meno giovani certamente ricordano gli zabaioni al caffè ed il loro soccorso energetico più disparato, oggi praticamente caduti in disuso: merito dei tanti integratori alimentari? I prodigi del thermos, al suo primo apparire; le inaccettabili contaminazioni del caffè “americano”, squadrato da lontano in tanti film western e conosciuto da vicino – ahiloro!, per tanti - al seguito degli alleati nell’ultimo dopoguerra; l’inscindibile binomio caffè-sigaretta e ciò che può conseguirne; le aberrazioni astrologiche nella lettura azzardata dei fondi della preziosa bevanda; la difficile vita di chi vive vicino a stabilimenti di manifattura del caffè; la storia che può portarsi appresso una qualsiasi caffettiera; e cosa dire poi della reale esistenza di una cassiera di nome Brigida, ispiratrice della celeberrima canzone napoletana collegata alla tazzina di caffè?

Queste e ancora tante altre storie. Su questo nettare si potrebbero scrivere enciclopedie, e la presente è soltanto una breve rassegna dei molteplici rapporti che si stabiliscono tra i semi in questione, la bevanda che ne scaturisce e i suoi innumerevoli sostenitori.

E poi ad uno scrittore che, parlando del caos edilizio (tuttora esistente) dei quartieri spagnoli, lascia affiorare tra i ricordi una gemma - gli “isolatori di porcellana, bianchi ed allineati a piccoli stormi come immobili colombe” - non si può non riconoscere l’ineffabile tocco poetico d’insieme.

“Per certe malattie una volta si consigliava l’aria natìa, per me l’aria natìa è l’odore di caffè.”
24/9/2004
  
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