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La favola di Maradona
La sua storia a puntate - 2
di Mimmo Carratelli
Diego Maradona nelle Cebollitas dell'Argentinos Junior (Foto tratta dal sito ufficiale www.diegomaradona.com)Hola, Diego. Andiamo a raccontarti ancora. Ricordi, aneddoti. Era il 1992, febbraio. Tu eri al mare in Patagonia, lontano, lontano, a pescare quei piccoli pescecani che sono i “tiburon”. In una saletta Rai di viale Mazzini a Roma, io assistevo al montaggio del documentario voluto da Gianni Minoli per “Mixer”, realizzato da Enrico Deaglio con la telecamera di Roberto Pistarino. Il documentario aveva questo titolo: “Maradona, le gambe che hanno sconvolto il mondo”. Mi disse Minoli: “E’ un atto dovuto a un talento unico, patrimonio non solo dei tifosi, arte pura del football, giocoliere, incantatore, messaggero di gioia sui sentieri felici del gol e negli stadi della fantasia”.
E’ stato in quella occasione che, nella suggestione di una pellicola incerta, ti ho visto bambino, tu e un pallone naturalmente. In bianco e nero. A Villa Fiorito. I tempi che andavi a scuola al Remedios de Escalada de san Martìn. Ti ho visto palleggiare nel cortile di terra battuta di casa tua. Una casa di mattoni dopo che eri stato in una casa approssimativa di lamiera e legno. Ti ho visto col tuo amico Negro che fabbricava e faceva volare aquiloni. Ti ho visto palleggiare con l’arancia della leggenda.
Magrolino e con le gambe buone, così eri. Mamma Tota non ti faceva mancare la bistecca. Era solo per te. Perché eri il primo maschio. Ana, Kity, Lili, Mary e Caly, le sorelle, avevano un cibo più leggero. Poi vennero i fratelli Raul detto Lalo e Hugo, “il turco”. Ma sempre la prima bistecca era per te. Erano i tempi che papà Chitoro aveva smesso di fare il barcaiolo a Esquina, abbandonando le chiatte da trasporto di don Lupo Galarza, e lavorava dodici ore al giorno, dalle quattro del mattino al pomeriggio, al mulino Tritumol, una industria chimica che triturava ossa.
Ho letto nel tuo libro: “A me è venuta la pelle dura per quello che ho vissuto a Villa Fiorito”. Povero, ma tosto. E le infinite partite sul campaccio di terra di Las Siete Canchitas con i tuoi amici Goyo Carrizo e Montanita a consumare scarpe e a inzupparti di sudore. Per Goyo non c’era nessuno bravo come te a giocare a pallone, anche se spesso era solo un pallone rotto.
Bene. Goyo ha detto ai dirigenti dell’Argentinos Juniors che tu sei un fenomeno. A nove anni. E quelli gli hanno detto: “Porta il fenomeno con te”. Quelli sono don Francisco Gregorio Cornejo, impiegato al Banco Hipotecario Nacional di Buenos Aires e talent-scout di strada, e il suo aiutante José Emilio Trotta che è per tutti don Yayo. Sono i responsabili delle “cebollitas” dell’Argentinos Juniors, una banda di ragazzi del ’60, la tua età. Mamma Tota dice che puoi andare e papà Chitoro che deve dire? Non dice nulla e questo vuol dire che ci vai.
Fai il viaggio più lungo della tua vita prima che gli aerei ti porteranno dal nuovo mondo al vecchio e viceversa. Ci vogliono due autobus per arrivare a Las Malvinas, il campo d’allenamento dell’Argentinos. Ci vai in un giorno di pioggia e incontri gli altri ragazzini che sono arrivati sul camioncino di don Yayo. Hanno tutti un soprannome. Osvaldo Dalla Buona è Veneno, Oscar Trotta lo chiamano Pando, Daniel Ojeda è il Chino, Claudio Rodrigez è il Mono, la scimmia, e Delgado lo chiamano La Polvere. Sei il più basso di loro. Di una cosa si accorgono tutti: di piede, sei mancino. Dice Cornejo: “Vedo che il destro ti serve solo per camminare, ma a questo porremo rimedio”. Poi dirà a un amico: “Il nano è veramente un fenomeno. L’ho capito dopo dieci minuti vedendolo giocare. Si muove con una grazia e un’autorità fuori dal comune per uno della sua età”.
Ti prendono nelle “cebollitas”, la squadra dei più piccoli fra le formazioni giovanili dell’Argentinos. Giochi e il talento ti preme dentro e vuole uscire fuori. Una la combini subito, a dieci anni. Alla domenica fai il raccattapalle per la prima squadra e sei allo stadio per Argentinos-Boca. Un pallone come quelli della prima squadra non l’hai mai avuto tra i piedi. Nell’intervallo della partita te ne impossessi sotto gli occhi di don Yayo. E cominci uno dei tuoi palleggi infiniti, sinistro, testa, spalla, l’esterno della coscia, ginocchio. Il pallone non tocca mai terra. Attiri l’attenzione. Ti seguono dagli spalti.
Le squadre ritornano in campo, ma la gente ha occhi solo per te. Grida: “Olè, olè”. Stai palleggiando da un quarto d’ora e la partita deve riprendere. La folla urla: “Rimani, rimani”. E’ un bel problema. “Ancora, ancora” urla la gente dello stadio. Non può durare.
Fai un colpo di tacco e col sinistro già magico indirizzi il pallone a don Yayo che lo prende e ti sorride. Alla prossima puntata, pibe.
29/4/2004
  
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