Luigi Romano, sintesi e ars comunicandi
Intervista al presidente dell'Ordine dei chimici della Campania
di Corrado Valletta
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Dichiara 63 primavere ma – in assoluto – non c’è riscontro: la sua voce, il suo aspetto, il suo modo di rapportarsi goliardicamente con gli altri, tutto lascia supporre che nel dato anagrafico vi siano almeno due lustri di troppo. Luigi Romano è il presidente dell’Ordine dei Chimici della Campania. Che abbia, per sé, sintetizzato un elisir di giovinezza? «No. È che sono affetto dalla sindrome di Peter Pan», si schermisce lui.
E, giacché ha accatastato 42 anni di servizio, verrebbe da chiedergli quando andrà in pensione. Vi sentirete rispondere: « In pensione ci va chi ha lavorato, invece, io ho fatto sempre quello che mi piaceva, mi sono divertito e mi hanno anche pagato. Sono nato sotto il segno del Toro. Un gaudente, dunque».
Non c’è alcun dubbio: il professor Romano è la riprova che quando la propria professione la si vive con gioia e con brio, non ci sono ostacoli, il riscontro è pura armonia e ogni cosa riesce nel migliore dei modi. I chimici della Campania lo sanno bene. Per questo il professor Romano rappresenta un primato nel panorama italico: quindici anni (più altri quattro per la recente riconferma) in sella alla presidenza dell’Ordine regionale.
Professore, ci conceda la domanda: cosa vuol fare da grande?
Vorrei far crescere l’Ordine dei Chimici. Vorrei cancellare la cattiva immagine che la gente ha di noi chimici. “Chimica” è uno dei termini che viene colto nella sua peggiore accezione per soddisfare il bisogno di ansia delle masse. Quando accade qualcosa di negativo, responsabili sono le sostanze chimiche, l’inquinamento è chimico. Chimico è quasi una parolaccia, paradossalmente il contrario di “biologico”: “mangio biologico”, “trattati biologicamente”, e così via. Eppure, sempre chimica è. Perché la chimica non è altro che lo studio delle sostanze e delle proprietà. Non c’è argomento, materia o disciplina che possa prescindere dalla chimica. Fa parte delle scienze di base. In un’ottica quasi riduzionista, matematica, fisica e chimica sono irrinunciabili.
Fugare pregiudizi e fare chiarezza sulla professionalità del chimico, anche per questo la comunicazione è sempre stata il suo cavallo di battaglia?
La comunicazione è fondamentale. Alla base di tutto ciò che si sviluppa oggi, c’è un solo credo: comunicare. Se ci si chiude nel proprio sapere, si finisce per essere bravissimi ed esperti in una cosa sola e non si comunica più con nessuno; non si va avanti, ma si regredisce. Formare e comunicare sono le due gambe sulle quali muoversi.
Un approccio umanistico il suo. Atipico per un chimico.
Di formazione, vengo dal classico. Il liceo “Genovesi”, con un insegnante di latino e greco come Marcello Gigante, giusto per citare uno dei grandi professori con i quali mi sono formato. Era pure il liceo classico di quaranta anni fa. Scuola di pensiero, metodo. Sì, molto mi è rimasto appiccicato addosso.
Se si dovesse raccontare, cosa direbbe di lei?
Che ho fatto un percorso strano. Sono approdato in un segmento che non è proprio patrimonio totale dei chimici: la diagnostica clinica. Io sono direttore del laboratorio di analisi del “Monaldi” di Napoli. C’è stato un momento in cui il numero dei chimici clinici – per così dire – era stato abbastanza notevole su scala nazionale e nella nostra Regione, in particolare. Sebbene, ora, la vocazione tenda ad affievolirsi non solo per i chimici ma pure per i biologi, perché c’è un forte ingresso dell’automazione. Dunque, prendere una laurea scientifica, una specializzazione quadriennale, per poi rischiare di impattare con organici ampiamente ridotti, non è il massimo della vita.
Eppure, è una soddisfazione constatare che, senza i chimici, di diagnostica clinica se ne fa poca perché è proprio una di quelle discipline in cui ci vuole non l’interdisciplinarietà - che dà l’impressione del tuttologo - ma la multidisciplinarietà, ovvero lo stesso argomento deve essere approcciato dal chimico, dal medico, dal biologo, ormai anche dall’ingegnere sanitario.
Questo – a mio avviso – l’approccio. Per cui, dovendomi raccontare, direi che il salto abissale dal liceo classico alla facoltà di scienze con laurea in chimica, significava andare alle due estremità opposte della formazione. Ti porta inevitabilmente a guardare a più ampio raggio, ad avvalerti di più professionalità per la risoluzione dei problemi, per poi cercare dei momenti di sintesi, allo scopo di far coniugare i diversi linguaggi.
E quindi torniamo alla comunicazione e a come ha fortemente sostenuto il medium Internet in seno al vostro Ordine, Chimici On Line è una componente importante per la sua ars comunicandi.
Le confesso che, al principio, forzai anche un po’ la mano perché il nostro sito venisse frequentato, perché se ne comprendesse l’utilità. Oggi, degli 800 iscritti, abbiamo le e-mail di circa 600 persone. Il criterio è: invece di mandare le notizie per posta elettronica, preferisco limitarmi – in sintesi – a comunicare che il sito è stato aggiornato. E ciò accade con cadenza settimanale. Il vantaggio è percepibile. Pensiamo solo alla bacheca. Equivale in tutto e per tutto allo spazio fisico che è affisso all’Ordine. Ma, oramai devono viaggiare le idee: è impensabile che la gente venga qui al corso Umberto dove l’Ordine ha sede, e parcheggi in pieno traffico cittadino.
E nel prossimo futuro, come vede il sito?
Stiamo pensando alle videoconferenze. Per la formazione continua alla quale siamo obbligati, il sito Internet può rappresentare la soluzione, evitando di far girare 800 persone per la Campania, per l’aggiornamento professionale. Questo è un progetto che dovrà essere ben discusso nel primo semestre di quest’anno e diventare operativo nel successivo.
Il vostro sito non mostra limiti territoriali propri di Web site di altri Ordini professionali. Non è così?
Sono lieto che mi abbia posto la domanda. Sì, tanto per cominciare, il riferimento alla Campania è molto modesto: il nome “chimici on line” senza alcun cenno geografico ne è già una prova. Il nostro sito è aperto a tutti i colleghi, soprattutto per ciò che attiene alla parte “forum”. È stato fondato dall’Ordine della Campania, ma aderiscono tutti con pari dignità.
A capo dell’Ordine dei Chimici campani da quindici anni. Un record così, farebbe pensare al privilegio del potere. Invece?
Sono entrato nell’Ordine ventisette anni fa. Dieci anni sono stato segretario, due anni tesoriere e due, consigliere. Non c’è una sola persona che sia stata presente nei consigli e che sia rimasta tanto tempo. La nostra è una categoria troppo piccola (in Campania siamo circa 800) per prevedere interessi personali. Mi piace pensare che la fiducia donatami dai colleghi derivi dalle mie risposte precise e circostanziate ai problemi della categoria. Direi che c’è molta disponibilità da parte di tutti i miei colleghi. Certo, nessuno ha avuto la costanza di farlo per tanti anni come me. Vado in ferie, ma venti giorni senza venire all’Ordine è difficile che passino.
Da quindici a diciannove, lei è stato riconfermato per un altro quadriennio. Quali sono le novità nel nuovo consiglio dell’Ordine?
È un consiglio quest’ultimo, molto attivo e molto ben assortito, dosato. Peraltro, vi è pure una componente femminile, laddove nella nostra categoria – storicamente – le donne non sono moltissime. Sono convinto che questo assicurerà all’Ordine più determinazione, più efficacia e – perché no – qualche barzelletta di meno, per rispetto al gentil sesso.
Cosa avete in mente di deliberare?
Consolidare certi orientamenti in seno all’istruzione e alla formazione, sia all’interno - ogni volta facciamo sì che vengano eletti uno o due giovani, magari iscritti all’albo da un anno appena – sia all’esterno. Ripeto: per me, saper comunicare deve esser visto come requisito fondamentale.
Tra i vari corsi di formazione proposti agli iscritti, uno riguardava la comunicazione. Ed era gestito da giornalisti. Se parlano i chimici ai chimici, non diranno nulla se non dialogare di formule, o accordarsi su come tarare uno strumento. Poi accade che si abbia la rara occasione di essere intervistati, di vedere un chimico che parla in tv e, a quel punto, ci si vergogna per l’assoluta inabilità nell’ars comunicandi. E non intendo solo di sapersi rapportare ai media, o di comunicare al giornalista, o di organizzare la rassegna stampa. Si comunica per relazionarsi con altri esseri umani, con un cliente.
Pochissimi hanno capito che oggi si vende tutto. Perfino la professione “si vende”. Oggi c’è una forte domanda di cultura chimica, laddove troppe volte la risposta viene data da chi chimico non è. Quindi, se ci si prepara a dare una risposta alle domande del mercato - e non parlo delle risposte che vengono imparate all’università – si può comunicare al mercato che il chimico è in grado di dare riscontri in tema qualità, sicurezza, ambiente e consulenza di impresa. Ma se non sai scrivere una relazione, o se scrivi ventiquattro pagine, laddove sono sufficienti solo dodici righi… Questa è la sintesi.
Che, peraltro, è una parola vostra.
Già. È un termine del dizionario dei chimici.
Siamo a inizio d’anno, cosa si augurerebbe per il suo Ordine?
Il contenuto tecnico e professionale è elevatissimo, ma non basta. È un bel cervello ma bisogna camminare. Abbiamo ancora una fetta della categoria che dice sorridendo «no, io il computer non so nemmeno come si accende». Questo è un limite forte. Per inciso, sono persone molto preparate nel loro settore ma non si rendono conto che, così, non sono sul mercato. Magari c’è proprio bisogno di loro, perché i giovani seppur digitalmente alfabetizzati, sono privi di esperienza.
La categoria ha necessità di comunicare e di formarsi. Qua ci sarebbe da aprire un dibattito intenso. Il nostro Ordine sopperisce a certe latenze dell’Università di Napoli (a Salerno, la situazione è già diversa) che prepara secondo logiche arcaiche; non c’è il momento di chimica applicata o, per lo meno, è molto modesto rispetto alle esigenze. Uno dei motivi di successo del nostro Ordine è che pianifica molte sessioni formative – in genere gratuite, in altre occasioni chiedendo cifre simboliche – dove i colleghi esperti che fanno docenza non prendono neanche il gettone di contributo e donano alla categoria pregne conoscenze su temi come qualità, ambiente, sicurezza e certificazioni.
Professore, queste omissioni da parte dell’ambiente accademico partenopeo – secondo lei – non dipendono dall’esiguo numero degli iscritti alla Facoltà di chimica?
Guardi, questo è un altro nodo che mi piacerebbe sciogliere: rispetto agli anni ’60 sono nate altre lauree di taglio chimico, che però non aderiscono tutte al nostro ordine. Per esempio, chimica e tecnologie farmaceutiche, chimica agraria, giusto per citarne alcune. Tutte queste “chimiche di qualcosa” mi piacerebbe finissero riunite sotto un’unica categoria.
In tal senso, debbo dire che il consiglio nazionale si è mosso molto bene negli ultimi anni: chimici e tecnologi farmaceutici - se lo desiderano - fanno l’esame di Stato di chimica e possono iscriversi al nostro albo e lo stesso varrà per altre discipline che contengono una buona cultura chimica di base. Il che vorrà dire che nel prossimo quinquennio potrà crescere il numero dei nostri iscritti.
18/1/2006