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Recensioni
Il colibrì di Sandro Veronesi
di Luigi Alviggi
Il libro inizia nel quartiere Trieste a Roma nell’ottobre 1999 ed è un lavoro denso di sorprese e fantasmagorico al massimo.

La trama si rivela un percorso labirintico in cui l’Autore incastona con precisione una sequenza di avvenimenti che si intrecceranno a dovere secondo piani arcani di cui l’interessato è ovviamente ignaro.

Mi ricorda per le molte giravolte, qui avanti e indietro nel tempo – puntualmente datate a beneficio del lettore confuso (fausto seguito della formazione scientifica dell’Autore!) -, l’architettura contorta della enorme biblioteca de “Il nome della rosa” echiano, descritta in dettaglio ma configurabile con difficoltà da chiunque.

Ora, tanto per citare un evento davvero singolare narrato, c’è la caduta di un aereo con nessun superstite alla cui tragedia il protagonista Marco e il suo grande amico Duccio scampano – quest’ultimo considerato da tutti un infallibile menagramo, o iettatore che dir si voglia – per l’estrema agitazione che afferra il Duccio, una volta salito sul velivolo.

Egli mette in atto una tragica e sconcertante sceneggiata nei confronti degli altri passeggeri che si stanno imbarcando, affermando di scorgere nel loro volto – e urlandolo apertamente - l’immagine della morte! Il putiferio cessa solo quando i due vengono fatti scendere dal vettore, con immenso piacere di Duccio, cosa che salverà le loro vite ma non quella di tutti gli altri sventurati.

Il dottor Marco Carrera, oculista, è IL COLIBRÌ. Soprannome datogli da ragazzo per la sua bassa statura, finché a 14 anni il padre, dopo il prolungato disaccordo con la madre, si decide a portarlo da un celebre endocrinologo che, con una cura ormonale sperimentale, in due anni lo fa crescere fino a un’altezza superiore alla media, da stupire non poco lo stesso medico.

Di quell’età non gli rimarrà tanto: solo gli hobby iniziali, sci e tennis, ma presto il primo tramonterà a favore del secondo che continuerà a giocare con buoni risultati per tutta la vita. Incendiarie saranno invece per l’uomo due passioni: l’amore per Luisa che, nato male, crescerà anche peggio pur rimanendo attivo fino agli ultimi giorni, ma il trasporto maggiore sarà il gioco d’azzardo – il poker in particolare - che gli darà grandi soddisfazioni anche se non sempre colte appieno. Marco è l’uomo che sa resistere a tutto quanto il destino arriva a propinargli e, come una fenice, risorge sempre dalle ceneri.

Si inizia con il dialogo di Marco con lo sconosciuto psicanalista della moglie, il dottor Carradori. Questi, dopo una serie di domande preliminari per confermare la verità di quanto ha appreso su di lui dalla consorte, venendo meno alla deontologia professionale gli annuncia che il suo matrimonio è finito e la moglie aspetta un bambino da un altro uomo! Il primo disastro, certo non da poco.

Il libro è di estrema originalità sia per fattura, entrandone a far parte una quantità di elementi diversi e come contenuti e come forme di scrittura, che per personaggi, toccati da una modernità dai tratti particolari: nel lungo narrare di 368 pagine tutto va a collocarsi in ordinata evoluzione nella maniera più consona.

Le componenti dei giorni routinari di un uomo e della sua famiglia, in origine tre persone, si intrecciano e si dipanano in un avvicendarsi spumeggiante che rende il racconto di realismo estremo, avvincendo per il turbinio che si snoda sotto gli occhi.

Alla base di tutto una logica progressiva incalzante e coerente, e ogni avvenimento finisce con l’essere la tessera di un complesso puzzle che si va configurando al di là – come poi sempre accade – di volontà o progetti del singolo. La composizione ordinata viene poi rinsaldata dai molteplici riferimenti a fatti realmente accaduti negli anni dichiarati, e il romanzo si rafforza per gli inscindibili agganci alla cronaca, creando altro coinvolgimento per il lettore.

In un’ottica di equilibri davvero difficili – uno psicanalista o uno psicologo entrano a far parte stabile della “tentata” correzione di vita di ciascun personaggio e Marco ne diviene un esperto indiretto: “Me ne accorgo perché ormai io riconosco al volo la voce degli psicoanalisti che mi parlano attraverso le persone che amo” – solo un colibrì, il piccolo uccello del peso di pochi grammi e dalle caratteristiche straordinarie, può aspirare a sopravvivere.

Questo incredibile animaletto sa restare sospeso a mezz’aria, grazie alla possibilità delle ali di compiere decine di battiti al secondo, e sa evitare senza problemi gli ostacoli che si parano innanzi nel velocissimo volo, zigzagando in un istante da una posizione all’altra e scegliendo percorso e azioni nel modo per lui più conveniente. Un paradigma davvero arduo a tradursi in una vita normale. Gli scrive Luisa in una delle tante mail riportate che si scambiano:

“E ho capito, all’improvviso (ecco perché all’improvviso ti scrivo, anche se so che non mi risponderai) che tu sei davvero un colibrì. Ma certo. È stata un’illuminazione: tu sei davvero un colibrì. Ma non per le ragioni per cui ti è stato dato questo soprannome: tu sei un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo. Settanta battiti d’ali al secondo per rimanere dove già sei. Sei formidabile, in questo. Riesci a fermarti nel mondo e nel tempo, riesci a fermare il mondo e il tempo intorno a te, certe volte riesci addirittura anche a risalirlo, il tempo, e a ritrovare quello perduto, così come il colibrì è capace di volare all’indietro. Ed ecco perché starti vicino è così bello.
E però, quello che a te viene naturale, agli altri riesce difficilissimo.
E però, la tendenza al cambiamento, anche quando è probabile che non porti nulla di meglio, fa parte dell’istinto umano, e tu non la concepisci.
E però, soprattutto, questo stare sempre fermi, facendo tutta quella fatica, a volte non è la cura, è la ferita. Ed ecco perché starti vicino è impossibile. (…) Perché per stare con te bisogna riuscire a fermarsi, e io non sono mai stata capace di farlo”.
La narrazione procede scandita con precisione e un metronomo cadenza tutto quanto può avvenire. Si tratti di drammi, di vittorie, di gioie - non molte in verità -, si compie la marcia del tempo, inesorabile nei minimi dettagli, a cui gli interessati devono sottomettersi, marionette mosse dai fili e dalle trame del fatale procedere di ogni essere umano.

L’inesorabilità degli eventi che si cumulano alle spalle è dettata dall’avanzare degli ingranaggi dello strumento trascendente. Non si tratta di un ordinario orologio ma solo del correre della vita verso il domani, entità che può racchiudere gioie enormi o tragedie terrificanti. Non resta a Marco, prostrato e paziente, altro che, come tutti, attendere l’oceano tempo finché, sazio, quieti le sue tempeste…

Poliedrica e minuziosa l’indagine dello stato d’animo dei personaggi in ogni punto. L’analisi delle azioni, delle mosse, degli atteggiamenti, servono da vie d’accesso al non visibile, ai sentimenti, ai pensieri, alle emozioni, che dominano il soggetto trattato. Ulteriore implicazione per il lettore, estraneo al narrato ma avido degli sviluppi, dunque un ricercatore attento di indizi nascosti.

Sandro Veronesi (Firenze, 1959) in questo lavoro salta avanti e indietro nella storia narrata ma, come detto, da buon architetto, inquadra nell’anno i diversi “capitoli”, prezioso ausilio per il lettore. Il libro termina in una data futura, volendo aprire ancor più la speranza verso la venuta dell’ ”uomo nuovo”.

Il lavoro è vincitore del LXXIV Premio Strega 2020, il massimo premio letterario italiano. Per l’Autore si tratta della seconda volta, essendo già stato premiato nel 2006 per il romanzo “Caos calmo” (2005). Nel 2008 uscì l’omonimo film di successo del regista Grimaldi.

Il Premio principia nel lontano 1947, e suo primo vincitore fu Ennio Flaiano (Pescara, 1910 – 1972) con il bel romanzo, ben fuori dagli schemi dell’epoca, “Tempo di uccidere” (1947). Solo a Paolo Volponi (Urbino, 1924 – 1994) riuscì un’altra doppia vittoria allo Strega: nel 1965 (quasi al debutto) e nel 1991 (verso fine carriera). Marco e Marina – la coppia protagonista - vivono un amore difficile perché entrambi hanno farcito i loro primi incontri di bugie e invenzioni, e non hanno mai avuto il coraggio di dichiararsi per quello che realmente sono.

Marco è rimasto agli anni di prima gioventù per un amore che ha ritenuto eterno ma che finisce col dimostrare di non avere le salde gambe pensate, e quindi con gli anni si rivelerà grande illusione poiché più aumentano gli anni più è difficile alimentarsi di speranze non saldamente fondate. Continuano a scriversi senza più frequentarsi, Luisa e Marco, alla ricerca vana della loro sorgente incontaminata.

Nell’amore e nel sesso della breve vita in comune, entrambi ingannati da proiezioni personali scarsamente, o per nulla, attinenti al vero, si erano costruiti un legame irreale a proprio uso e consumo. Peraltro Luisa è stata molto amata, sin dall’inizio, anche da Giacomo, fratello di Marco. Come sempre, alla fine l’altro sé interno si rivela il nemico principale dell’individuo e, come capita spesso, ci se ne accorge tardi nella vita! A Marco accade, salutatili all’aeroporto diretti allo stesso volo ma verso mete diverse, attraverso una semplice occhiata:

“Accompagnandoli con lo sguardo Marco avvertì per la prima volta nella sua vita, a quarantacinque anni, tre giorni dopo aver perduto sua madre, la fitta della gelosia nei confronti di suo fratello: non già gelosia per ciò che era o che era stato, bensì per ciò che avrebbe potuto essere – poiché per la prima volta, un quarto di secolo dopo il momento in cui avrebbe dovuto accorgersene, si accorse che cambiando fratello Carrera al fianco di Luisa il risultato rimaneva uguale”.

Ma anche la coppia “stabile”, sancita da un matrimonio con tutti i crismi e con una figlia, Adele, è per molti versi copia conforme del primo amore giovanile. Lapidaria e azzeccatissima la valutazione del Veronesi su questa unione della media borghesia romana, senza problemi economici ma anzi di buona agiatezza, che si illude di poter vivere sul cumulo di menzogne reciproche: “Bastardo. Bastarda. Bastardi.”. Il groviglio, inesorabile lungo i giorni, prima o poi giunge al pettine…

“Ora, è imbarazzante anche solo paragonare ciò che Marina teneva nascosto a Marco con ciò che lui nascondeva a lei: non è nemmeno la faccenda dell’uomo con il fucile che incontra quello con la pistola – qui si tratta proprio di una bomba contro una fionda. Eppure la scoperta di quel tradimento – poco importava se quei due cazzoni non scopavano, era un tradimento, nelle lettere si dicevano cose vomitevoli – caricò Marina di una cattiveria che non aveva mai avuto, e che fece di lei una persona veramente pericolosa. Scaraventata di nuovo fuori discorso, la rete gettata dal dottor Carradori non fu più in grado di contenerla: l’autolesionismo si combinò con l’aggressività, l’intelligenza con la scelleratezza, la sensibilità con la cattiveria, e Marina fece quello che fece, e quello che fece fu meno terribile solo di quello che per un pelo non riuscì a fare. Era una creatura selvaggia, Marina, selvaggia e incoercibile: uscire definitivamente da qualsiasi discorso ebbe per lei il valore di un ritorno a casa dopo un’intera vita vissuta in esilio, e l’onda d’urto prodotta da quel ritorno non risparmiò nessuna delle persone che si trovavano nel raggio coperto dal suo dolore. Perché una cosa è certa: Marina soffrì.
Soffrì atrocemente per la morte di sua madre, soffrì per la scoperta del tradimento di Marco. Soffrì molto nel fare quello che fece dopo, soffrì ancora di più nel non riuscire a farlo come avrebbe voluto, e infine soffrì a cose fatte, paurosamente, indicibilmente, e senza più scampo, quando si ritrovò da sola al centro del cratere che la sua furia aveva prodotto.
Solo che, di nuovo, Marco questo l’avrebbe capito solo tanti anni dopo, quando tutto gli sarebbe divenuto chiaro ma non sarebbe servito più”.
Il dottor Carradori è stato per un certo periodo lo psicanalista di Marina, quando ancora conviveva con Marco e, oltre il dialogo iniziale, lo contatterà ancora diverse volte negli anni per conoscere da lui le evoluzioni a seguire della vicenda. Letizia (architetta) e Probo (ingegnere) sono invece i genitori di Marco, con tre figli avuti: la terza, donna, è Irene. Una coppia anch’essa travagliata per diversi e seri motivi. E succede anche che la vita restringa in poche ore il destino di un’intera famiglia:

“Così, eccezion fatta per Giacomo, stramazzato sul divano sotto l’effetto di una potente combinazione di rum e Nutella, da un certo momento in poi questa notte speciale trova i quattro quinti della famiglia Carrera distesi sulla sabbia, in punti diversi della stessa costa, accarezzati dallo sciabordio dello stesso mare e visitati da differenti stati di beatitudine.
Letizia e Probo, a San Vincenzo, da quella generata dalla follia appena compiuta, destinata – e loro lo sanno, questo – a non ripetersi mai più, e perciò davvero impareggiabile; Marco, a Baratti con Luisa, da quella ancora più impareggiabile regalata dalle labbra gonfie di succhiotti e dalla certezza, invece – illusoria, purtroppo, davvero mai più illusoria di così – che quei succhiotti si ripeteranno ancora e ancora e ancora; e infine Irene, a Bolgheri, la più distesa di tutti, la più beata, la mente spenta senza più afflizioni, il corpo vuoto senza più posizioni, restituita dai Mulinelli alla superficie e giocherellata dalle onde sulla battigia dove il Tirreno centrale, all’abbassarsi della marea, la farà ritrovare”.
I colpi bassi del destino nel libro sono molti, con sbocchi talvolta crudeli. Drammi multiformi si susseguono segnando e condizionando il percorso umano dello sventurato di turno. Seguiamo le nubi addensarsi e quasi intuiamo le cose che avverranno, bizzarrie della sorte contro le quali non c’è scampo, sicure come il giorno a seguire la notte e viceversa.

Il meccanismo imperante continua a marciare intemerato e a scandire eventi: è l’incedere del fato che non si ferma dinanzi a nulla e che è la continuità più terrificante, e insieme più benevola, dell’esistenza umana. Un orologio a carica inesauribile. Nascite, morti, dolori, gioie, angosce, disperazioni, finiscono polverizzate dal gigantesco pestello, e quanto ne fuoriesce è qualcosa di informe e inservibile. Il mastodontico frantumatore gioca con l’esistenza di tutti senza il minimo inciampo…

Tanti anni dopo quel fatto, e anche dopo tutte le altre sventure che Irene avrebbe scaraventato addosso a lui e ai suoi familiari, compresa ovviamente la propria morte, tanti anni dopo la morte dei suoi familiari, e anche – indicibilmente – tanti anni dopo la morte di – così indicibilmente che davvero non si riesce a dirlo – di sua figlia – ecco, l’abbiamo detto; tanti anni dopo tutto, si può dire, Marco Carrera, ormai quasi vecchio, quasi solo, quasi condannato a morire pure lui, avrebbe sottolineato le seguenti parole su un romanzo che stava leggendo: “che si portava dentro buio e confusione.” Pensava a lei, a Irene, che non era morta quella volta nella nebbia, né in tante altre occasioni in cui avrebbe potuto morire, ma che alla fine era morta lo stesso – giovane, prestissimo, davvero”. E cosa può fare un misero uomo di fronte all’accanirsi ripetuto di un destino che a volte illude, parendo di voler sostare, ma non è per riposarsi, proprio no! È soltanto per prendere la rincorsa, quasi avesse bisogno di quietarsi per colpire ancora, magari con maggiore intensità, nel tentativo finale di abbattere definitivamente quell’ostacolo indisponente sul proprio corso, quasi che l’avversario avesse la potenza di poterlo condizionare in un qualche modo.

Come reagire, come difendersi? Forse l’unica salvezza in casi del genere può essere raccogliere tutte le forze guardando fissamente a un obiettivo mai immaginato, far scattare la propria resilienza personale, la capacità cioè di risollevare il capo e rialzarsi di fronte ai troppi sconsiderati colpi di un fortissimo nemico inconoscibile e, di conseguenza, il più pericoloso in assoluto.

“E infine venne. Venne, la telefonata che tutti i genitori temono come l’inferno, perché è l’inferno, è la porta dell’inferno, e per fortuna viene per pochi, terrorizza tutti ma viene solo per pochi genitori disgraziati, predestinati, segnati, viene solo per pochi sventuratissimi genitori abbandonati da Dio, ma è temuta da tutti (…) ho perso mia figlia, me la sono fatta venire a mancare, ho lasciato che morisse, io io io, non ha senso questo pronome, è quasi osceno quando muore qualcun altro, e tuttavia quando muore un figlio un senso ce l’ha, purtroppo, perché da qualche parte c’è sempre la responsabilità, o proprio la colpa, del genitore che non ha impedito, com’era suo dovere, che non ha scongiurato, non ha evitato, non ha protetto, non ha previsto, che ha lasciato succedere e dunque ha lasciato morire, e dunque ha perso il figlio o la figlia, e insomma venne, per nostro fratello Marco, la telefonata che azzerò la sua vita, e venne di pomeriggio, di domenica, d’autunno, e la sua vita già azzerata altre volte si azzerò di nuovo, solo che lo zero nella vita non esiste, e infatti Miraijin dormiva con la testa sulle sue ginocchia, e mentre lui cercava di respirare, perché nemmeno quello gli riusciva più (…) i polmoni erano bloccati, e l’aria era un filo rovente, e la pancia era un buco senza fine, e la testa un tamburo, e più vicina di così allo zero una vita non può essere, Miraijin si svegliò dolcemente, e gli sorrise, e aveva compiuto due anni da un mese, e così facendo, cioè semplicemente svegliandosi e sorridendogli, gli disse nonno non pensarci nemmeno, gli disse non scherziamo, gli disse nonno ci sono io devi sopportare”. Il colibrì nella fase finale della vita si apre a un lento ma sicuro risveglio a vita nova, diversa, più apprezzata perché meglio vissuta e perché la saggezza degli anni fa capire il vero significato dei tanti luccicanti specchi giovanili che hanno frastornato, saturando gli occhi di immagini dell’impossibile, attraente ma fasullo fino all’intimo midollo.

È l’uomo nuovo che inizia a nascere dalle radici di quello vecchio – una nuova pianta in libera crescita - che si appresta ad affrontare un mondo diverso, o meglio non tale del tutto ma certo differente da quello in cui ha vissuto gli anni precedenti, considerato sempre l’unico possibile. Non avrà il tempo di realizzare quanto ora è chiaro, Marco, illuminato in pieno nella coscienza e nella mente da nuove verità, ma è fiducioso che il testimone passerà intatto nelle mani dell’unica nipote Miraijin – che in giapponese significa “l’uomo del futuro” -, la figlia raccolta in casa alla nascita dalla sfortunata Adele e della quale lei non ha mai voluto rivelare il padre.

La stessa Adele che ha rappresentato il grande cuccio dei genitori negli anni dell’infanzia. Era certa di avere un filo esterno, una sorta di lunga coda, collegato al fondo schiena e doveva stare attenta a muoversi perché qualcuno poteva rimanere imbrigliato nel filo. In questo caso lei doveva girargli intorno per liberarlo…

Sarà ancora uno psicoterapeuta a dare la giusta indicazione per liberare la bimba da questa ossessione. Su questa nipote, per fortuna, si è potuto riversare, per permettere al colibrì di sopravvivere, il fiume impetuoso e travolgente rimasto digato per anni nell’animo di un uomo che ha cercato la piena consapevolezza di ogni sua azione senza riuscire a stanarla, dannata, dall’impenetrabile nido.

Volendo esprimere un giudizio di massima, sintetico ma pertinente, potremmo dire che quest’opera rappresenti l’epopea del dolore nella vita di un comune uomo moderno. Pochi, per fortuna, alla pari del grande Marco sperimentano, sotto molti lati, la spietata crudeltà del vivere.

Va riconosciuto all’Autore, oltre a tutto il cospicuo resto, il grande pregio di aver narrato qualcosa che, sotto copertura di una favola lunga e travagliata, apre ciascuno a sollevare la visuale verso orizzonti lontani, del tutto inaspettati. E questo è certamente uno dei maggiori meriti che si possano riconoscere alla semplice pagina scritta!

“era riuscito a trovare il punto della sua vita oltre il quale rimaneva solo l’ululato dei lupi”

Luigi Alviggi

Sandro Veronesi: Il colibrì
La nave di Teseo, 2019 – pp. 368 - € 20,00

24/7/2020
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