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Purgatorio ad Arco un arco sul Territorio
di Antonio Tortora
Sono terminati i lavori di restauro dei due ipogei e del corridoio della Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco che figura al quarantanovesimo posto nella lista delle Chiese presenti nel quartiere San Lorenzo in posizione strategica fra i 203 luoghi di culto del centro storico, distribuiti nel cuore della Napoli greco-romana e classificati dall’Unesco.
In via Tribunali 39 è stato svolto un lungo e meticoloso lavoro che ha richiesto l’impegno continuativo dell’antropologo fisico e paleopatogo della Federico II° Pier Paolo Petrone e del giornalista appassionato di antropologia culturale Antonio Tortora.

Viene in mente ciò che il Cardinale Michele Giordano scrisse in un pregevole volume pubblicato negli anni ‘90: “Il centro antico di ogni città custodisce preziose memorie storiche sulle origini, l’arte, le tradizioni di un popolo.
Ciò vale in maniera particolare con Napoli, che può vantare un patrimonio culturale e morale di straordinaria entità; un patrimonio che si snoda spesso attraverso itinerari legati alla fede, come ben sa chiunque abbia ammirato, almeno una volta le chiese, i campanili, le cappelle che adornano le più caratteristiche strade del cuore della città.
Queste ricchezze da tempo corrono il rischio di essere abbandonate e di scomparire dall’orizzonte della cultura cittadina, portando con sé nell’oblio frammenti insostituibili della nostra storia”.

Ebbene a dispetto del rischio paventato dal Cardinale e del degrado cui la città pare essere condannata senza appello da una classe di amministratori inetta e incompetente, alcuni soggetti sociali rispondono con sensibilità, competenza e determinazione.

Ci riferiamo ad una realtà forse unica al mondo ovvero al Complesso Museale di Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco di proprietà dell’Opera Pia Purgatorio ad Arco Onlus, costituito nel 2009 e gestito, in regime di convenzione, dall’Associazione Progetto Museo.
Del Complesso fanno parte la chiesa, l’ipogeo, il museo dell’opera e l’archivio storico ma di tutto questo abbiamo già scritto in precedenza http://www.napoli.com/viewarticolo.php?articolo=36945 .

Piuttosto ci piace notare che in occasione della presentazione del Progetto “Purgatorio ad Arco un arco sul Territorio” sostenuto dalla Fondazione “Con il Sud” e in partnership con le associazioni Progetto Museo, Amici degli archivi, La Bottega del Liocorno, Marina Commedia e l’Istituto formazione musicoterapia, sono stati registrati interventi di Donato d’Acunto presidente dell’Opera Pia, Salvatore Illiano coordinatore del progetto, Francesca Amirante direttore del Complesso museale, Giulio Raimondi direttore scientifico dei lavori di riordino dell’archivio storico dell’Opera Pia e Mimmo Borrelli drammaturgo.

In questa sede si è parlato delle numerose iniziative di inclusione sociale previste dal Progetto ma anche e soprattutto della capillare opera di riordino e pulizia della Terrasanta, delle edicole, delle ossa e dei teschi che, stando a fonti della Soprintendenza partenopea, costituisce la prima occasione di un lavoro sistematico condotto su un patrimonio etnoantropologico.

Un lavoro appassionante che ha consentito a Pier Paolo Petrone e ad Antonio Tortora di approfondire, da un punto di vista davvero singolare, quel culto dei morti in generale e delle anime del Purgatorio in particolare il cui popolare contenuto religioso pare essere stato rimosso quasi totalmente dalla quotidianità.

Certo sono lontani i tempi in cui il dialogo tra i fedeli napoletani e la morte si svolgeva in catacombe, grotte, ipogei, cripte, fosse comuni, ossari e chiese e sono altrettanto lontani i tempi in cui il pranzo funebre offerto ai parenti del defunto, “o cunzuolo”, e la preghiera per i morti sconosciuti, “o refrisco”, costituivano le tappe obbligate di un percorso che spesso conduceva all’adozione d’ 'a capa 'e morte.

Si può giungere all’adozione di teschi comuni come avviene per Santa Croce e Purgatorio, per il sottosuolo di Piazza Mercato dove furono gettati gli appestati durante la peste del ‘600 e per Sant’Agostino alla Zecca oppure ci si può orientare per l’adozione di teschi illustri fra cui il “Cavaliere” a Santa Maria della Sanità, il “Signore abbandonato” e “Santa Candida” quasi sempre identificata con l’umilissima figura della lavandaia a San Pietro ad Aram; il “Capitano”, la “testa di fratello Pasquale”, il “monaco miracoloso”, “Concetta” e la “testa che suda” alle Fontanelle; il “dottor Alfonso” e la “testa del cieco” a San Pietro ad Aram attualmente in via di riscoperta.

Sta di fatto che le edicole votive disseminate lungo i vicoli di Napoli, quasi a indicare un percorso apparentemente labirintico, si trasformano in veri e propri “presepi del Purgatorio” caratterizzati da scenari apocalittici dove man mano che ci si avvicina alla celebre chiesa il cui perimetro è controllato dai tre teschi di bronzo posizionati su rispettive colonne di pietra, si ha la sensazione di valicare un limite invisibile tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Ma qui nell’ipogeo di Purgatorio ad Arco, c’è la famosa e ancora veneratissima “Lucia” eletta vox populi “principessa” indipendentemente dalla storia che la ritrae, con ridondanza di immagini, tragicamente morta ora in un naufragio prima del matrimonio ora durante un bombardamento mentre cercava scampo con i fratelli in quell’ipogeo.

Ed è questa particolare edicola votiva che ha fatto comprendere ai due studiosi quanto “Lucia” sia ancora presente nell’immaginario collettivo dei fedeli più anziani che ancora ricordano i riti che, senza alcun timore ma con grande pietà, venivano officiati nell’ipogeo.

Dalla scelta del teschio attraverso un cerimoniale solenne fatto di intense preghiere, tattili e rispettosi sfioramenti, deposizione di fiori, accensione di lumini, richiesta di grazie e celebrazione di messe si passa alla accurata pulizia del teschio prescelto che veniva riposto su un fazzoletto rigorosamente bianco, talvolta adagiato su un cuscino ricamato e ornato di merletti e comunque ricoperto di rosari.

Ma ha fatto anche comprendere che un vero e proprio uploading di una radicata tradizione popolare stia avvenendo nella mente e nel cuore di giovani fedeli che, forse inconsciamente, perpetuano il rito dei loro padri.

Il contenuto di tutte le nicchie singole presenti nei due ipogei e nel corridoio di collegamento, della grande edicola a parete realizzata in prossimità della Terra Santa e degli scarabattoli appoggiati sull’altare dell’ipogeo B ed infine su alcune pareti dell’ipogeo A, è stato fotografato, rimosso, pulito, catalogato e stoccato in circa una settantina di grossi contenitori di polistirene, in alcune centinaia di vassoi sempre in materiale espanso e, per gli oggetti più piccoli e minuteria varia, in bustine di plastica con chiusura a cerniera, al fine di consentire il restauro delle nicchie rispettandone la struttura originale e conservando i reperti all’asciutto.

Dopo le operazioni di svuotamento e durante lo studio delle nicchie sono state fatte scoperte interessanti; infatti “è stato riportato alla luce e ripristinato l’antico assetto con foderatura delle nicchie con maioliche antiche, caratterizzate da diverse fasi di pitturazione della muratura in blu e poi in rosso porpora intenso – osserva Pier Paolo Petrone – e successivamente, anche delle stesse maioliche, adottando colori diversi a seconda dei casi".

La pulizia e la classificazione hanno riguardato, ovviamente, anche la grande quantità di oggetti di culto e devozione fra cui ex voto d’argento, immagini sacre, rosari in tutte le fogge, monetine vecchie e contemporanee, medagliette, fiori in plastica, vasi, ceri, candele e, soprattutto nel caso di “Lucia”, statuette, oggetti personali anche preziosi, fiocchi e nastri a ricordo di bambini nati con parti impossibili o rischiosi e finanche un sacco di iuta contenente un abito da sposa con velo e guanti di seta e raso aperto, non senza emozione e per la prima volta dopo chissà quanti anni, dal prof. Petrone, da Antonio Tortora e dalla responsabile dell’Opera Pia Daniela d’Acunto.

Innumerevoli foglietti riportanti preghiere, dediche, richieste e messaggi di grazia ricevuta sono stati oggetto di una vera e propria campagna di asciugatura all’aperto e parte di questi sono stati opportunamente esposti in vetrinette di plexiglas posizionate nell’ipogeo “A” a cura di Michele Iodice che ha anche curato l’allestimento delle ossa e dei crani contenuti nell’edicola di “Lucia” con una temporanea performance espositiva di grande suggestione nel primo ipogeo.

Nel Purgatorio ci sono due tipi di peccatori: coloro che devono scontare una pena leggera inferiore a cento anni con fiamme relativamente sopportabili e coloro che devono scontare una pena pesante e dunque plurisecolare con fiamme spaventose che vengono alimentate direttamente dall’inferno.
E forse proprio la Chiesa di Purgatorio ad Arco, che tenta di perpetuare il culto in un mondo che fino ad ora ha cercato di ridurre al silenzio spazi sacri, miti e archetipi, potrebbe ricominciare a fungere da anello di congiunzione tra la vita e la morte ovvero con “colei che – come scrive Roberto De Simone in un’opera dedicata alla tradizioni popolari in Campania – sta in alto su una montagna o giù in una valle, o nel mare, o sotto terra, comunque sempre al di là di chi vorrebbe raggiungerla pur avendone paura, al di là si passano ponti, si traversano i fiumi, si varca il mare in un eterno viaggio di andata e ritorno, come il moto dell’onda sulla spiaggia”.

Le opere di restauro possono essere visualizzate cliccando su:
http://video.corrieredelmezzogiorno.corriere.it/viaggio-purgatorio-ad-arco-restaurato/cm-173505

(Foto di Mario Zifarelli)
9/11/2012
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