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Attualita'
Caruso e quei fischi al "San Carlo" mai ricevuti
di Angelo Forgione
Buon successo della fiction Rai ispirata alla vita di Enrico Caruso. 5.463.000 spettatori (share 22.78%) nella serata di Domenica 23 e 5.697.000 (20,76%) in quella di Luned 24.
E cos molti giovani hanno potuto fare la conoscenza con un grande nome di Napoli che ha portato la musica napoletana in giro per il mondo decretandone il successo e che ha il merito di essere stato un pioniere dell'industria discografica superando per primo al mondo la soglia del milione di dischi venduti.

Purtroppo la fiction risultata troppo romanzata e edulcorata da pomposi ricami, e non ha reso completa giustizia alla vera storia del personaggio su cui nata la leggenda dei fischi ricevuti al teatro "San Carlo" della sua Napoli nella quale non torn pi a cantare.

La tradizione o forse la leggenda vogliono che durante l'interpretazione de "L'elisir d'amore" di Donizetti il celebre tenore abbia avuto la sua pi grande delusione: la sua emozione e un'insicurezza malcelata non lo avrebbero fatto cantare al meglio.

Fortemente deluso dai fischi dei suoi concittadini e dalle critiche che gli sarebbero state rivolte, avrebbe deciso di autoesiliarsi e di non cantare mai pi nella sua citt natale.

In realt le cronache del 31 Dicembre 1901 e del 5 Gennaio 1902 su "Il Pungolo" (disponibili all'Emeroteca Tucci di Napoli), il quotidiano che monitorava attentamente la vita teatrale di Napoli, riportano dell'emozione che irret il tenore nel primo atto, rotta dagli applausi sempre crescenti fino alla richiesta del bis.

Fu il barone Saverio Procida, rispettato e temuto critico dell'epoca, a giudicare con autorevolezza l'ancora incerto Caruso, dimostrando che Napoli prescindeva dai suoi successi a Milano e altrove: "1 gennaio 1902: Diciamo la verit serena se non vogliamo togliere seriet al successo finale d'iersera. Tanto pi che questa verit ridonda a beneficio dello stesso Caruso.
Il giovane e fortunato Divo mi parve ieri sera, nel primo atto, atterrito dalla sua stessa fama, se ne risent persino il buon metallo della sua voce; (...).
Pi tardi, gli applausi amabili rinfrancarono l'artista e noi potemmo, dopo che venne richiesto il bis del duetto finale del primo atto, e dopo che il cordiale saluto al proscenio rassicur il tenore sulle intenzioni favorevolissime del pubblico, giudicarlo equamente.
Ecco la mia impressione schiettissima: il Caruso ha una voce di valido timbro baritonale, di bel volume eguale, abbastanza estesa, gagliarda in certi suoni che costituiscono il segreto del suo successo teatrale, con note di una potenza rara.
Ma pari alle qualit naturali di un organo privilegiato, a me non risulta il possesso di una sapienza tecnica che disciplini codesti spontanei doni e renda pi pastosa la voce, pi eguale la successione dei suoni, pi elastiche le agilit d'un canto leggero e fiorito come quello dell'Elisir, pi impeccabili i passaggi, pi precisa l'intonazione, che ieri, e mi auguro per la commozione del debutto, fu talvolta incerta: insomma, io non scorgo ancora nel Caruso l'artista che stia all'altezza cui lo colloca la fama e lo destinerebbe un organo singolarmente dotato.
E c' di pi. lo non so perch il Caruso si ostini a cantare la musica di mezzo carattere come l'Elisir.
So bene: alla Scala di Milano ebbe un successo strepitoso proprio in quest'opera frivola e leggiadra del sommo bergamasco.
E che conta? Un artista deve studiare le proprie facolt e non esaltarsi a un giudizio, mettiamo errato, di pubblico.
Ora il Caruso d colore e fiamma alla sua voce, non ancora levigata e domata, con un accento profondo, impetuoso di una stupenda passionalit.
Accento che ieri sera gli valse un gran successo soltanto in fondo all'opera, dopo cio la celeberrima Furtiva lagrima bissata da Caruso a furor di popolo.
E con qualit cos passionali, elementi di un temperamento drammatico cos esplicito, egli s'illude di poter coltivare anche un tipo di musica che richiede una disciplina paziente, quasi glaciale, inesorabile della sua voce? (...)
Occorrerebbe possedere la magistralit di uno Stagno, avere avvezzata la propria gola a tale elasticit, averla resa cos duttile da non temere le insidie del doppio repertorio.
Ma il Caruso, non si dolga della mia franchezza affettuosa, ben lontano da quest'arte prodigiosa che ci dette i Duprez e i Tiberini e i Gayarre e gli Stagno e, per ora, deve optare per uno dei due generi.
lo non gli consiglio certo il virtuosismo.
Mi pare che lo stile adatto gli manchi, che non senta pi quel modo di fraseggiare, tanto che a volte Nemorino ha il gesto, il fragore vocale e l'accento eroico di Raul o di Enzo Grimaldo.
lo credo che il Caruso debba fissarsi in un genere drammatico che, senza levarsi all'eroico, spazi fra l'ardore della passione moderna.
Accento caldo, vibrazione intensa, suono poderoso, costituiscono il bel patrimonio della sua voce, e ieri, nella romanza, l'accento di dolore fu cos caldo, cos schietto e l'innest in certi ardui passaggi cos bene, che non fece pi dubitare della meta cui deve tendere il Caruso".

Meglio ancora pare sia andata alle repliche:
Ieri sera Caruso cant meravigliosamente quella patetica melodia. La progressione di voce onde compie il passaggio dalla prima alla seconda parte della romanza davvero degna di un grande cantante, di un grande artista. Il pubblico ne rest entusiasta.

Fu quindi la critica competente del severo ma non prevenuto Saverio Procida a infastidire fortemente un Caruso troppo sicuro dei suoi recenti successi, cui il critico napoletano rimprover la scelta di un repertorio al di sotto delle sue possibilit.

E i fatti postumi diedero ragione al Procida perch la straordinaria carriera americana del tenore si concretizz proprio abbracciando il genere che gli aveva suggerito.

Caruso effettivamente non cant pi a Napoli, ma in realt non cant pi in Italia perch and incontro al suo straordinario successo negli Stati Uniti.

Anche l'esperto giornalista musicale contemporaneo Pietro Gargano, autore di due biografie su Caruso, conferma che il grande tenore non fu affatto fischiato al "San Carlo" seppur riportando di una evidente tensione in sala e rimproverandogli una certa presunzione:
"Il San Carlo era teatro tanto difficile quanto il ventottenne Caruso ingenuo. Non rese omaggio ai nobiluomini che, in prima fila, stabilivano il tonfo o la promozione di un cantante.
Affront "Lelisir damore" adatta a un tenore di grazia. Quando il sipario si apr, gli amici in piccionaia applaudirono forte ma furono azzittiti dai nobiluomini.
Il tenore sinnervos, la sua voce rest ingabbiata.
Il giorno dopo su "Il Pungolo" il critico Saverio Procida gli mosse rilievi, nessuno rancoroso, parecchi giusti.
Indispettito, Caruso giur che sarebbe tornato sotto il Vesuvio soltanto per mangiare i vermicelli. Fu di parola".


Insomma, quella sera al "San Carlo" nessuno pare si sia permesso di fischiare il pi grande tenore, anche se evidentemente non lo era ancora.
E Napoli non esit a pungolarlo, appunto. Divenne il pi grande di tutti i tempi.

Vent'anni dopo, alla sua morte, fu proprio il barone Saverio Procida a scrivere un'epigrafe su "Il Mattino", sottolineando il suo ruolo nella pi spinosa vicenda artistica del tenore: "Dotato di una voce di stupenda robustezza (e per averne tecnicamente fissato il carattere, ventanni fa, il grande artista mi vot un inestinguibile rancore, fino a non voler pi cantare in Napoli e a non voler comprendere che nel mio rilievo cera il maggiore elogio alla intensit della sua espressione drammatica), guidato da un sentimento che amplificava sempre il contenuto lirico del personaggio, sicuro dellelasticit incomparabile dei suoni, che vibravano nella gola, perch erano temprati sulla sensibilit quasi morbosa del suo temperamento artistico, scevro di pregiudizi stilistici, che non arrestavano mai la fiamma di cui il napoletano autentico a dispetto della vernice transatlantica aspersa pi sulle sue scarpe che sulla sua fantasia bruciava, tutto istinto e intuito, tutto estemporaneit di senzazione, il tenore che non ebbe emuli nel suo tempo e pot per antonomasia accettare per lui soltanto la lettera maiuscola della chiave in cui cant, fu il prototipo del tenore moderno. Egli incarn il realismo musicale, fu il vocabolario della nuova lingua.
25/9/2012
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