Cultura
Michele Circiello a Napoli
di Antonio Tortora
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Nell’estate del 2007 il maestro foggiano Michele Circiello (
www.michelecirciello.it), classe ’44, ha esposto una quarantina delle sue opere nella Sala delle Prigioni a Castel dell’Ovo nel corso di una mostra curata dallo Studio artistico Morra e patrocinata dal Comune di Napoli. Il successo fu notevole e, grazie anche alla suggestiva ambientazione fatta di chiaroscuri, di angoli bui appena attraversati da fasci di luce e di pareti, a prima vista, quasi di incerta consistenza, le opere furono apprezzate da un pubblico che ebbe l’impressione di penetrare nelle profondità di quelle che il matematico e divulgatore scientifico statunitense Amir D. Aczel ha definito “le cattedrali della preistoria”.
Ci riferiamo, naturalmente, alle profonde grotte dove l’uomo preistorico celebrava riti di iniziazione, danze sciamaniche e culti capaci di schiudere mondi metafisici e apparentemente irreali; grotte dove l’uomo non viveva stabilmente ma vi si recava con lo spirito e le intenzioni di chi si reca presso un santuario. Infatti non deve meravigliare se nelle opere di Circiello predominano elementi figurativi che richiamano fortemente le opere di arte parietale rinvenute nelle grotte di Lascaux, Cougnac e Pech Merle in Francia, Hoggar in Algeria, Altamira nella cornice cantabrica della Spagna, nella stessa misura in cui si riconoscono le pitture e le incisioni rupestri della Val Camonica nelle Alpi centrali e soprattutto della salentina Grotta dei Cervi a Porto Badisco tra i più imponenti siti archeologici d’Europa, e della garganica Grotta Pagliacci con i suoi 45mila reperti. Va detto che da quando, alla fine degli anni ’80, l’artista espose alcune sue opere nella Necropoli Paleocristiana della “Salata” a pochi chilometri da Vieste, dunque in posizione baricentrica sulla costa garganica, la sua passione per l’arte rupestre è notevolmente cresciuta consentendogli di proporre strutture formali straordinariamente moderne e vicinissime alla tradizione decorativa contemporanea (e qui ci piace ricordare il russo Vasilij Vasil’evic Kandinsky, l’italiano Giuseppe Capogrossi firmatario del “Manifesto del primordialismo plastico”, l’astrattista tedesco Paul Klee).
Antichità ancestrale e modernità contemporanea dei simboli riprodotti nelle sue opere esprimono una costante che provoca, nell’uomo, sempre lo stesso stupore di fronte all’ignoto nonché “il terrore primitivo e attuale di venire da lontano, essere qui, dover sparire” come ha scritto Martina Corgnati in un saggio critico dedicato alle opere di Circiello. D’altra parte anche la scelta dei luoghi dove esporre le opere lascia scorgere una ratio profonda e la mostra tenuta a Castel dell’Ovo qualche anno fa, forse non del tutto casualmente, è stata allestita in uno dei luoghi la cui valenza simbolica, per le origini stesse della città, è davvero potente. Tuttavia, di recente presso il suo atelier temporaneo di Vieste dove espone “Un arcaismo del tempo presente”, l’artista ci ha espresso il desiderio di tornare per esporre in uno degli altri luoghi partenopei simbolici, antichissimi e di cui alcuni certamente preistorici; scelta difficile data la presenza nel centro storico della nostra città di catacombe e ambienti ipogei fra cui le catacombe preelleniche di Materdei, le catacombe greche della Sanità, le catacombe cristiane di San Gennaro, di San Gaudioso, di San Pietro ad Aram ed ancora una scelta degli ambienti tufacei della Napoli sotterranea disseminata di cisterne e cave, cunicoli e pozzi.
Circiello nelle ”aure rupestri”, che difficilmente potrebbero essere definite semplici sculture o pitture, rappresenta antichi guerrieri, cacciatori pronti a scoccare frecce e a lanciare aste acuminate, tipici animali della fauna preistorica del Gargano come il cervo e il muflone, motivi protogeometrici dauni e iapigi ma anche enigmatici sciamani intenti in danze catartiche e forse taumaturgiche.
Il tutto con una mano che tende a rispettare le misure originali dei manufatti preistorici e ne fa un perfetto “accertatore di tracce” così come è stato definito dalla critica; una sorta di investigatore che esamina la scena e riproduce, in forma e contenuto, le prove certe di una conoscenza che affonda le sue radici nei primordi di una umanità che, in ogni parte del pianeta, si esprimeva con immagini semplici, essenziali e allo stesso tempo simili tanto più indecifrabili quanto più lontane nel tempo. Dunque una cultura e un sapere che non appartiene ad un solo popolo residente da qualche parte in uno degli emisferi terrestri bensì che appartiene a tutti i viventi e soprattutto a coloro che, per vocazione e per missione, svolgono il ruolo di “accertatore di tracce”. D’altra parte durante tutto il ‘900 si delinea una vera e propria scuola di pensiero, cui Circielllo certamente appartiene, riguardante numerosi artisti con la passione dichiarata per l’archeologia: il cubista Pablo Picasso investigava l’antica arte iberica così come il pittore e scultore Asger Jorn studiava, da vero e proprio etnoarcheologo, le selci e i reperti cercati e trovati nella taiga danese ed ancora l’informale Giuseppe “Pinot”Gallizio che setacciava il terreno di Alba a sud delle Alpi alla ricerca di antichi reperti.
Ma tornando a Michele Circiello va ricordato che l’artista realizza bronzi riproducenti le stele daunie ovvero calcarei monumenti funerari di pietra disseminati per le necropoli garganiche con guerrieri stilizzati e ornati di armi e donne dotate di un corredo di monili e ornamenti vari; incide pietre grezze; dipinge legni polimaterici e lastre con pigmenti ad acqua arricchiti di polveri e sabbie da cui il colore risalta vivace ma mai brillante e con impasti densi di marmi e silicati che richiamano le superfici degli ambienti ipogei di cui si è accennato. Su tutti questi oggetti il repertorio rupestre, si impone alla vista dell’osservatore e lanciano un messaggio veloce e immediato.
Non vanno poi trascurati i totem e i menhir che vengono allineati, con grande carica di suggestione, nei luoghi scelti per l’esposizione e nemmeno gli essenziali e statuari guerrieri in ferro che, armati di lance e scudi, lanciano sguardi interrogativi sul futuro dell’uomo o forse offrono risposte riguardanti il passato più lontano. Gli arcaici tratti geometrici e antropomorfi sono stati anche riproposti su alcuni significativi monumenti sparsi per la Puglia come, ad esempio, sulle tre stele tra i cinque e i sei metri di altezza che abbiamo visionato nella cinta muraria del castello federiciano di Monte Sant’Angelo (Fg) a circa 850 metri di altezza quasi come un faro che irradia il fedele messaggio preistorico verso tutte le direzioni. “L'arte oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro” ha affermato Kandinsky e il racconto dell’uomo che emerge dai graffiti rupestri con un primitivismo tipico delle società remote ci appare, grazie all’intuizione artistica dell’”accertatore di tracce”, una vera e propria invenzione moderna e attualissima.
Ritornando a Napoli il maestro avrà solo l’imbarazzo di scegliere fra i numerosi e suggestivi luoghi da cui rilanciare l’antico messaggio dei nostri progenitori.