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Cultura
Novecento a Napoli, un museo in progress
di Antonio Pisanti
Napoli, così disponibile ad esaltare l’attività di artisti di altre regioni e di altre nazioni, misconosce spesso il valore e la fama dei suoi propri figli. Il recente caso di Ruggiero Leoncavallo, il cui centocinquantenario è stato  celebrato in tutta Italia e in tutto il mondo,  ma è stato ignorato a Napoli, sua città natale, può essere emblematico di un modo di esibire ad ogni costo un “respiro internazionale” che mostra invece un malcelato provincialismo culturale.

Questa considerazione, valida per i talenti e per l’arte di casa nostra, in ogni genere, va fatta anche a proposito di arti plastiche e figurative, da tempo alla ricerca di una sede che potesse ospitare i lavori di artisti napoletani del ‘900, per altro ben presenti in varie sedi espositive, che accolgono non solo le loro opere, ma anche quelle degli artisti che hanno animato movimenti e gruppi che proprio da Napoli hanno avuto origine.

L’impresa di creare un museo che potesse comprendere la molteplice manifestazione dell’arte nella Napoli del secolo scorso non era facile, sia per il rinvenimento di una sede di adeguato prestigio, sia per la difficoltà di allestire una raccolta di opere che fossero sufficientemente rappresentative di un periodo di intensi cambiamenti e quindi di una grande varietà di movimenti e di espressioni artistiche.
Per quanto riguarda la sede, di difficile reperimento in una città già costretta a custodire nei depositi dei suoi musei pregevoli opere e testimonianze in attesa di renderle disponibili alla fruizione di residenti e di turisti, la scelta è caduta sugli ambienti del Carcere Alto di Castel Sant’Elmo. Il sito offre ai visitatori anche il piacere di uno straordinario sguardo di insieme sulla città e la possibilità di disporre sul posto di una duplice reciproca attrattività, vista la contiguità della già celebre Certosa di San Martino.

Più problematica per quanto riguarda la scelta delle opere e l’allestimento, affidati a Nicola Spinosa e ad Angela Tecce, era l’individuazione degli artisti che, vista la relativa esiguità degli spazi iniziali, si è presentata con tutte le sue difficoltà e i rischi che comportano esclusioni e parzialità, a scapito non solo dei singoli “esclusi”, ma anche di una esauriente rappresentatività dell’esposizione.

Non a caso, sono numerosi gli artisti la cui opera non è rientrata tra quelle prescelte per essere accolte nel Museo “Novecento a Napoli”, con conseguente fermento e cattivi umori, a dir poco, da parte di studiosi, critici, estimatori e degli stessi “maestri” ritenutisi ingiustamente ignorati e ben poco confortati, magari, dal quanto mai appropriato detto latino per cui “nemo propheta in patria est”.

Ma, anche per questo i curatori hanno trovato una soluzione che apre un varco alle speranze degli esclusi e/o dei loro sostenitori e nel contempo prospetta l’idea di un museo che non sia fossilizzato nella tradizionale custodia-esposizione  di un numero determinato e limitato  di opere e di autori. “Novecento a Napoli”, infatti, sarà un museo in progress, non solo da ampliare con lo scorrere del tempo e la disponibilità di nuovi spazi, ma ancor più da attualizzare e rinnovare con esposizioni tematiche, anche con riferimento ad eventi e ricorrenze che richiedano la sottolineatura e la celebrazione  di opere, movimenti e autori.

16/3/2010
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