Sagrestia e Sala del Tesoro di S. Domenico Maggiore
di Antonio Tortora
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Non tutti sanno che all’interno della duecentesca Chiesta angioina di San Domenico Maggiore, fra tutta una serie di rifacimenti gotici, rinascimentali, barocchi e adattamenti ottocenteschi dovuti alla trasformazione delle chiese in opere pubbliche da parte di Gioacchino Murat, esistono due ambienti poco conosciuti ma che rappresentano un’importanza non secondaria rispetto alle tre navate, alle cappelle laterali, al transetto ovvero il braccio più corto della simbolica croce riprodotta dalla basilica e all’abside poligonale, con tutto il carico di opere d’arte in esse contenuto. Non fosse altro che per lo spaccato di vita quattro-cinquecentesca che offrono, al visitatore non frettoloso e attento alle sedimentazioni culturali che caratterizzano la nostra città, l’opportunità di fare scoperte straordinarie.
Ci riferiamo alla Sagrestia e alla Sala del Tesoro, due ambienti intimamente connessi e complementari per caratteristiche architettoniche, destinazione e funzionalità. Già nel 1829, nella Descrizione storica della Chiesa e del Monastero di S.Domenico Maggiore di Napoli scritta dal frate Vincenzo Maria Perrotta dell’Ordine dei Predicatori si “dà conto di tutti gli oggetti di belle arti che vi esistono, e si toccano e s’illustrano vari punti di storia patria” vengono dedicate decine di pagine alla Sagrestia, alla Sala del Tesoro e alle Tombe Reali. Poi se ne parla sempre di meno e alla fine dell’800 la Chiesa, con la soppressione degli ordini religiosi, diventa palestra, ricovero per mendicanti, istituto scolastico e sede tribunalizia. Infine una serie interminabile di restauri e l’assetto attuale.
Per quanto riguarda la Sagrestia, chiamata anche Camera Sancta ovvero luogo dove tradizionalmente vengono conservati gli oggetti più preziosi della Chiesa, sono visibili in essa ben 45 Arche sepolcrali conservate dal 1709 su un ballatoio posto in fondo e ai due lati di questo particolarissimo ambiente, tutto circondato da enormi armadi in radica di noce del beneventano realizzati da Giovan Battista Nauclerio, uno dei più rappresentativi architetti del barocco napoletano. In queste Arche, precedentemente conservate nell’abside e poi spostate a seguito di un violento incendio, sono conservati i resti mummificati dei sovrani aragonesi e di alcuni personaggi appartenenti al patriziato napoletano dell’epoca.
Mummie conservate a Napoli da oltre cinquecento anni in maniera così ottimale da diventare oggetto di studio, negli anni ’80, da parte della Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa diretta dal prof.Gino Fornaciari.”Parliamo di mummie uniche in Italia e in Europa non solo per l’antichità e lo stato di conservazione dei corpi – riferì il prof. Fornaciari in una sua relazione – bensì perché si tratta di personaggi storici di cui si conosce dettagliatamente la vita e la causa di morte; tant’è che una mummificazione analoga è stata rinvenuta solo nel caso di imperatori e principi asburgici conservati nel convento dei Cappuccini a Vienna”. Per questa ragione durante la campagna di studi antropologici durata tre anni, furono confrontati i reperti paleopatologici con i dati storici ed emersero utili informazioni sulle tecniche di imbalsamazione nell’età rinascimentale, a conferma che durante il Rinascimento i re europei e i grandi personaggi incaricavano medici e chirurghi di imbalsamare i loro cadaveri; nonché furono diagnosticati tre casi di malattie infettive (vaiolo, sifilide venerea e condiloma) e due casi di patologia neoplastica (carcinoma cutaneo e adenocarcinoma). Dunque dall’esame delle mummie e il supporto delle più moderne tecnologie biomediche si sono potuti raggiungere risultati estremamente interessanti nel campo della storia delle malattie. Di qui numerosi studi pubblicati sulle più autorevoli riviste scientifiche. I dieci Re, tranne Re Alfonso I il cui corpo fu richiesto dalla Catalogna nel 1666, e i nobili napoletani imbalsamati furono temporaneamente spostati dai loro sarcofagi e spogliati delle sontuose sete e delle stoffe preziose nell’interesse della scienza ma oggi sono ancora visitabili, solo dal basso in quanto la scala che conduce al ballatoio è stata danneggiata durante il terremoto del 1980, con le insegne reali e i simboli di appartenenza: Re Ferrante I°, Re Ferrandino e la Regina Giovanna IV° d’Aragona unitamente alla duchessa Isabella d’Aragona, al principe di Stigliano Luigi Carafa e il marchese di Pescara Francesco Ferdinando d’Avalos e tutti gli altri nobili. La lista è abbastanza lunga.
Ma non è finita; come dicevamo all’inizio c’è anche una Sala del Tesoro che per lungo tempo è stata chiusa e che ora grazie alla Cooperativa Sociale ParteNeapolis, che l’ ha avuta in gestione dal Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno, torna alla piena fruibilità da parte di cittadini e turisti recuperando la sua vocazione di importante “attrattore culturale dell’area del centro storico di Napoli”. Questa sala cui si accede attraverso la Sagrestia “in origine conteneva le teche di argento massiccio con i cuori di Carlo II° d’Angiò, Alfonso il Magnanimo e Ferdinando d’Aragona, preziose testimonianze storiche – ci dice Giusy Vitolo explainer della Cooperativa ParteNeapolis – di cui si persero le tracce durante l’occupazione francese degli inizi dell’800”.
Nella Sala del Tesoro ci sono armadi monumentali realizzati in noce nel 1749 contenenti il corpus centrale di una vera e propria mostra permanente relativa a oggetti regali e arredi sacri articolata in quattro sezioni di cui descriveremo sinteticamente solo alcuni reperti. La prima sezione detta delle “Arche Aragonesi” contiene oggetti regali e abiti nobiliari recuperati precedentemente dalle Arche fra cui il cuscino in pelle di capra e parte del fodero e pugnale di re Ferrandino (sec.XV°), l’abito di Isabella Sforza d’Aragona con lunghi nastri di seta per legare le maniche al corpetto (sec.XVI°), l’abito di Francesco Ferdinando d’Avalos con la copia della spada (l’originale è stata trafugata) donatagli dal re francese Francesco I° da lui catturato durante la battaglia di Pavia nel 1525 ed ancora abitini di bambini morti a causa delle epidemie di peste. La seconda sezione detta “delle processioni” è caratterizzata da oggetti processionali e statue di santi domenicani, prima costruite in argento massiccio e in legno, poi in cartapesta, legno e lamina argentea; fra queste ricordiamo San Vincenzo Ferrer protettore dei costruttori, il polacco San Giacinto e San Pietro Martire che, secondo le agiografie, avrebbe scritto per terra la parola “credo” intingendo il dito nel proprio sangue dopo essere stato colpito da una mannaia. Ancora Sant’Agnese con il simbolico agnellino fra le braccia, Raimondo di Pennafort primo dottore in diritto canonico e San Ludovico Bertran che per miracolo divino si salvò da un tentativo di avvelenamento. Infine un panno ricamato a mano dedicato alla “Castità” e decorato con sete policrome ed argento filato.
La terza sezione detta “del tesoro” raccoglie piviali e pianete in sete policrome ricamate in argento e oro, un paliotto d’altare settecentesco ricamato con fili d’argento, palmette costituite da piccoli corallini di madreperla infilati uno ad uno, il braccio reliquiario con il dito di San Biagio taumaturgo per le malattie della gola ed infine un cuore, forse di un nobile napoletano, riposto in una retina d’argento e conservato all’interno di una teca reliquiario. Non possiamo non ricordare un prezioso piviale ricamato in argento (sec.XVIII°) ancora oggi indossato dal priore della Basilica in occasione della Domenica delle Palme.
La quarta e ultima sezione detta “degli arredi sacri” custodisce il busto del fondatore dell’ordine domenicano San Domenico con la stella vista dalla sua nutrice sulla fronte del neonato al momento del battesimo e il cane dal mantello bianco e nero (colori dei domenicani) con in bocca una fiaccola pronta per infiammare il mondo nonché il busto di Pio V° che nel 1571 promosse la battaglia di Lepanto contro i musulmani. Straordinario il contrasto sullo scuro sfondo del legno di noce di un crocifisso del XVIII° sec. realizzato con cristallo di rocca e bronzo dorato e ancora un panno ricamato con fili d’argento e raffigurante il “carro del sole” in cui mitologia e religione appaiono fusi inestricabilemte.
Ebbene dallo studio di tutti questi reperti conservati nella Sala del Tesoro si può avere una chiara idea di come Napoli avesse conseguito una leadership europea nell’artigianato e nei mestieri legati all’abbigliamento sin dal medioevo e ciò si evince anche dallo studio Industrial heritage and urban landscape “Le origini della moda napoletana” presentato dalla storica dell’arte Silvana Musella Guida e dalla storica delle istituzioni sociali ed economiche Sonia Scognamiglio Cestaro a Terni qualche anno fa in un workshop dedicato al patrimonio industriale del tessile e dell’ abbigliamento. La stessa professoressa Guida, attraverso lo studio delle leggi suntuarie che avevano lo scopo di limitare il lusso e regolamentare l’uso di segni distintivi in determinate classi sociali, ha definito “regno del lusso” la Napoli che si sviluppa dalla fine del ‘200 al 1784 proprio per il grande fervore produttivo che animava tutti i settori artigianali e soprattutto i filatori di oro e argento, gli orefici, i tessitori, i ricamatori e i fabbricanti di tessuti ovviamente tutti interconnessi fra loro.
Alcuni tessuti, conservati nella Sala del Tesoro di San Domenico Maggiore, ancora oggi vengono periodicamente restaurati da Nicoletta D’Arbitrio Ziviello, che in un suo scritto rileva: “la seta fu nei secoli XVI° e XVII° una delle voci attive di maggiore consistenza nel bilancio commerciale del Regno e ancora nei secoli XVIII° e XIX° i dati disponibili dimostrano che le attività di produzione e di commercio della seta mantenevano una posizione di rilievo nell’economia del Regno delle Due Sicilie”. Dunque anche nel settore dei tessuti d’arte Napoli ha conservato, per lungo tempo, il primato di “città gentile” e il contenuto della Sala del Tesoro, sebbene poco conosciuto e in attesa di una doverosa valorizzazione, testimonia questo primato al di là di ogni ragionevole dubbio.
Il centro storico di Napoli è un contenitore di cultura vasto e profondo e non si comprendono le ragioni per cui i pubblici amministratori non fanno nulla per recuperare e valorizzare un passato che lo stesso Giovanni Carafa Duca di Noja nel 1750 così interpreta in una lettera ad un amico: “in primo luogo è cosa naturale agli uomini il veder con piacere divulgata ed eternata la memoria de’ luoghi in cui son nati ed educati, delle paterne ed amiche case e delle domestiche rarità”. Anzi i nostri pubblici amministratori, impegnati nella affannosa ricerca del consenso elettorale e di risorse finanziarie utili per gli affari di “palazzo” non sembrano neanche accorgersi di vivere in una città straordinaria. Napoli ricca di storia, arte e tradizione si difende da sé mostrando, a chi sa ricercare e osservare, piccole anse di quel fiume segreto che, ora impetuosamente ora mollemente, ispira tutti coloro che la amano e la rispettano.
15/10/2009