Cultura
La Battuglia di Pastellessa a Macerata Campania
di Antonio Tortora
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In occasione della sfilata dei carri, durante l’ultima edizione della Piedigrotta partenopea, tutti abbiamo potuto ammirare 10 carri allegorici allestiti in maniera particolare e raffiguranti, nella mente degli organizzatori, altrettanti gruppi di quartieri e una serie di aspetti legati al linguaggio e all’espressività futurista, straordinaria corrente artistica cui Napoli ha dato e sta dando un grande tributo. Ebbene, abbiamo utilizzato il termine “quartiere” e non “municipalità” in quanto quest’ultimo è troppo tecnico e amministrativo e non tiene conto del pathos e dei significati storici e culturali emanati dalla parola “quartiere” che è sempre stata intesa come “nucleo autonomo per tradizione o funzionalità all’interno di un agglomerato urbano” definizione illuminante tratta dal vocabolario Devoto – Oli. Proprio qui è il nocciolo della questione.
La reinterpretazione, in chiave contemporanea, di una festa che nasce come sacra e che si trasforma forzatamente in una kermesse, stante le buone intenzioni degli organizzatori e degli sponsor ha di fatto, lasciato fuori dai festeggiamenti gran parte di quello spirito tradizionale e religioso, pagano per quanto riguarda le stesse origini della festa con il culto di Priapo celebrato nella Crypta Neapolitana laddove la presenza di Virgilio è ancora forte e capace di suggestionare nonché cristiano per quanto riguarda il culto che si condensa e solidifica con la realizzazione del tempio di Sancta Maria de Pedegripta non lontano dalla spiaggia di Mergellina.
In questo contesto molti convenuti hanno potuto notare un carro “fuori dal coro” ovvero un carro che pur apparendo dissonante rispetto a tutti gli altri costituiva, invece, il vero nocciolo ritmico della festa. Forse, anzi certamente, i suoni erano così coinvolgenti da risvegliare antiche sensibilità e ricordi molto profondi; potremo raffigurare lo sviluppo di quelle sonorità come un tunnel spazio temporale capace di riportare tutta la festa con l’immenso numero di partecipanti di fronte ad uno scenario pieno di significati antropologici. Un mondo arcaico improvvisamente rivive e coopta in maniera completa i partecipanti alla festa che diventano essi stessi protagonisti di un rito comune sbattendo le mani e mantenendo un ritmo mentale ormai desueto e proprio perciò vivo e carico di novità. In quel momento il quartiere, o meglio l’insieme dei quartieri intesi come “anime di una stessa città” si sono compattati e hanno rivissuto la Piedigrotta dei secoli passati quando si inneggiava ancora ai raccolti e al dio delle messi (come testimoniano le ultime e significative foto degli anni trenta) e i carri erano ornati di soli grappoli d’uva, spighe di granoturco e frutta in perfetta comunione con la natura; i simboli religiosi cristiani furono mirabilmente mischiati a quelli agricoli e di fertilità quasi a testimoniare una continuità di carattere religioso e cultuale.
Su questo elemento originale abbiamo indagato e abbiamo scoperto che i ritmi antichi e ancestrali che si elevavano da quel carro ornato solo di frasche di palme, a ricordo del viaggio che Sant’Antonio fece dall’Egitto raggiungendo l’Italia, venivano prodotti con semplici strumenti di cultura contadina: botti, tini e falci. Ma da dove provenivano quei ragazzi vestiti di nero così coordinati nei movimenti e raffiguranti la tipica gioia che può promanare soltanto da una festa antica e piena di significati simbolici? A tale quesito ci risponde Caprio Elpidio uno dei suonatori che, in un breve momento di sosta, ci spiega: “proveniamo da Macerata Campania un paese di poco più di diecimila abitanti situato fra Caserta, Santa Maria Capua Vetere e Marcianise e non facciamo altro che tramandare gli antichi suoni che nonni, bisnonni e antenati utilizzavano per propiziare i raccolti”.
Infatti è dal dodicesimo secolo che i costruttori di attrezzi agricoli percuotevano con forza botti, tini e falci per mostrare la solidità di quei prodotti artigianali provocando suoni scoordinati e asincroni che con il tempo si sono evoluti giungendo a quei miglioramenti ritmici che oggi vengono definiti ritmi di “pastellessa” traendo il nome da “past e llesse” ovvero da un piatto povero della civiltà contadina: la pasta e le castagne secche. Le botti vengono percosse con i mazzafuni (magli), i tini con le mazzette (bastoni di circa 30 centimetri) e le falci o falcioni con i ferri (bacchette di metallo). Ci siamo trovati, tutti, di fronte a qualche cosa di veramente inedito e di originario che non è stato mai contaminato da politica, religione, intrattenimento e business. Per saperne di più si può visitare il sito
http://www.omniamaceratacampania.it/index.php dove gli studiosi Pasquale, Vincenzo e Annamaria Capuano mettono a disposizione i loro studi sul folclore e la religiosità di Macerata Campania oltre che su numerosi altri aspetti, dall’archeologia all’arte antica, di quel territorio di cultura osca prima, romana poi.
Vincenzo Capuano, responsabile di uno dei gruppi di “bottari”
http://www.pastellesse.it/chi_siamo.htm ci spiega che “sono presenti sul territorio di Macerata Campania circa 15 gruppi definiti “battuglie” per un numero complessivo di circa 600 “bottari” che trovano la loro massima espressione durante i festeggiamenti di Sant’Antuono ovvero il 17 gennaio e i giorni immediatamente prima della festa del Santo, laddove i carri, lunghi anche 20 metri, larghi circa quattro metri e capaci di trasportare anche oltre 50 persone, sfilano per le strade della città tra fuochi pirotecnici e il piacere di competere fra di loro in durata e virtuosismi sonori”. Nessuno degli abitanti di Macerata Campania durante la loro festa di Sant’Antuono, così come nessuno dei napoletani che hanno avuto modo di ascoltare e seguire le “battuglie di pastellessa” durante la parata di Piedigrotta, può rimanere insensibile rispetto a quelle sonorità e si lascia coinvolgere emotivamente.
“Le percussioni ottenute dal battere continuo dei magli, il rollio delle mazze sui tini e gli alti ottenuti battendo dei ferri sulle falci – si legge in uno studio dedicato all’argomento - portano alla creazione di quel magico suono chiamato pastellessa” e ben fa comprendere che la tradizione popolare pagana e quindi scevra dalla simbologia religiosa, rivive attraverso suoni che hanno attraversato intere epoche storiche dalla più remota antichità fino ai nostri tempi; un raro caso di tradizione popolare conservatasi integra cosicché solo l’effigie di Sant’Antuono è integrata come simbolo cristiano sulla parte anteriore dei carri ondeggianti quasi fosse la palena di una nave in mezzo al mare. Il motivo è comprensibile dal momento che Sant’Antuono è protettore degli animali e del fuoco ovvero di due elementi fondamentali del mondo agricolo e contadino che, improvvisamente e altrettanto pericolosamente, poteva entrare in crisi per la semplice morte di uno o più animali oppure per l’incendio di una parte o di tutto il raccolto.
I carri in origine erano trainati da più uomini in rappresentanza di braccianti, “fatigatori della terra”, galessieri, vaticali, ferrari, maniscalchi, poi vennero trainati da animali ed infine da trattori e quest’ultima concessione alla modernità non inficia minimamente la suggestione dello straordinario spettacolo che le “battuglie di pastellessa” possono offrire. Mentre i mannesi ovvero gli artigiani del legno e i bottai continuano, ormai da sempre per tradizione e antico retaggio, a costruire botti e tini, i “bottari” battono i magli diretti sapientemente dai capicarro definiti “capi battuglia” che oltre a lanciare repentini e veloci comandi vocali agitano le mani in una mimica imperiosa e decisa finalizzata a scandire il tempo e la durata dell’esecuzione. Gli strumenti, precedentemente offerti in dono dai concittadini, durante la festa devono essere battuti fino alla loro completa distruzione; poi verranno restituiti a riprova dell’avvenuto allontanamento del male. Ciò significava, fino ad alcuni decenni fa, ottenere un buon raccolto; oggi costituisce un augurio di buona fortuna in un senso più ampio e indipendentemente dal lavoro svolto.
Non ci vorrà molto per giungere a gennaio e ai mesi freddi dell’anno in cui gli uomini e i campi, in passato, si riposavano e i coltivatori della terra si dedicavano a riti purificatori e a feste religiose così come mirabilmente descritto da Ovidio nei Fasti.
Da Macerata Campania, provincia antica e poco conosciuta da tutti coloro che sono proiettati lontani dai riferimenti tradizionali e dalle antiche culture locali per indolenza, per mancanza di consapevolezza e responsabilità verso le proprie origini o peggio per mode culturali, giunge un monito, firmato Pasquale Capuano, che non può rimanere inascoltato: “giovani di Macerata fatevi carico della vostra cultura e della vostra tradizione!”. Ebbene questo monito può essere preso in prestito anche per i giovani napoletani che sono più propensi ad approfondire culture lontane e a ignorare completamente la propria storia rischiando, in buona sostanza, di rimanere senza riferimenti essenziali per il proprio sviluppo futuro.
Rileggere la Piedigrotta alla luce della tradizione antica è un dovere per tutti i napoletani di buona volontà e potrebbe condurre ad un gemellaggio significativo tra i carri allegorici della Piedigrotta partenopea recuperati ai significati tradizionali e le più pure e incontaminate “battuglie di pastellessa” di Macerata Campania. Il tutto rappresenta un viaggio nel cuore contadino più arcaico ma non per questo meno vitale e forte di quello originario che, già nell’antichità osco-sabellica, caratterizzava una vasta area dell’ager campanus o se si preferisce della Campania Felix.