Calcio
Non desiderare la roba e i giocatori d’altri
I dieci comandamenti nel calcio - 10
di Mimmo Carratelli (da: Guerin Sportivo)
Come può un uomo timorato da Dio e sostenuto dal petrolio, che manda soldi agli ospedali di Gino Strada, realizza campi di calcio per i bambini in Africa e in Brasile, aiuta il centro di recupero di San Patrignano, aderisce ad Amnesty International, appoggia il cardinale Martini nel conforto agli extracomunitari, piange per il cuore malato di un calciatore (Kanu), ne elegge a familiare acquisito un altro (Recoba) e definisce “figlio mio” il terzo (Ronaldo), come può quest’uomo che vuole bene a tutti e ha preso l’Inter perché “bisogna aiutare chi soffre e chi soffre più dei tifosi interisti?”, come può, dopo avere osservato nove comandamenti, cadere sul decimo che gli imporrebbe di non desiderare la roba d’altri?

Massimo Moratti ha questa frenesia intima e una tentazione perenne, portatore di un peccato irrinunciabile, che lo spinge a prendersi i calciatori d’altri. Porta via calciatori che sono ancora nella culla. Prende Roberto Carlos a 22 anni dalla culla del Palmeiras, Kanu a 20 anni da quella dell’Ajax, Ronaldo a 21 dalla culla del Barcellona, Frey a 18 anni dalla culla del Cannes, Mutu a 20 dalla culla della Dinamo Bucarest, l’irlandese Robbie Keane ventenne dalla culla inglese del Wolverhampton, Farinos a 22 anni dalla culla del Valencia, Kallon a 16 anni dalla culla della Sierra Leone, Adriano a 19 dalla culla del Flamengo. E’ Erode nelle culle calcistiche.

Alcuni bambini li prende e li butta. Butta via Roberto Carlos dopo un anno. Frey lo fa svezzare a Verona e a Parma e poi lo butta in Arno. Disconosce Mutu e se lo ritrova alla Fiorentina. Non riesce ad affezionarsi a Robbie Keane e lo rimanda in Inghilterra. Disperde Kallon a Lugano.

Non desiderare la roba d’altri. Moratti la desidera molto. Al Manchester strappa Ince da sei anni legato al club inglese. Si appropria di Djorkaeff sottraendolo a una vita tutta francese (14 anni). Pirlo è bresciano e lo porta via al Brescia. Peruzzi otto anni alla Juve e Moratti lo afferra per l’Inter, un anno e lo regala alla Lazio. Trascina via dalla Turchia il musulmano Hakan Sukur per soffiarlo alla Juve e all’esistenza turca del giocatore, otto anni al Galatasaray. Rapisce Toldo alla Fiorentina infrangendo la sua fedeltà viola (otto anni).

Moratti non perdona. Non solo desidera la roba d’altri, ma la prende. Fa razzie nei gerontocomi, pur di prendere. Prende Roby Baggio a 31 anni, più un capriccio che altro. Sottrae Blanc, 34 anni, agli ozi di Marsiglia. Arraffa Batistuta a 33 anni, roba fiorentina e poi romana, per fargli giocare appena dodici partite. Si accaparra Ballotta a 36 anni e Cruz a trenta.

Vecchi e bambini: li desidera e li prende, a chiunque. Il diavolo tentatore è Berlusconi che per un certo tempo prende tutti senza avere bisogno di desiderare. Prese Rui Costa (80 miliardi) che era roba del Parma dopo l’accordo del club emiliano con la Fiorentina. Prese Zaccheroni che era roba dell’Inter. Prese Ancelotti giocando un altro scherzo al Parma. Moratti vuol mettersi alla pari. Ma dal Milan prende solo Helveg. E al Milan regala Ganz, Taribo West che pure aveva proclamato: “Dio mi ha detto che devo giocare nell’Inter”, Simic che all’Inter resta tre anni e al Milan sei, Pirlo che ancora fa girare la squadra rossonera e nei due anni all’Inter giravano altre cose, Seedorf tre anni nerazzurri e poi consegnato al Milan come una scarpa vecchia del Suriname, Brocchi e Christian Vieri che era costato 90 miliardi, aveva segnato più di cento gol nell’Inter ma ormai aveva 32 anni.

Quanta roba della Juve ha desiderato Moratti? Ha desiderato di prenderle Capello e Moggi, ma le ha preso solo Lippi per un campionato e una partita, poi però Ibrahimovic (spiazzando il Milan) e Vieira godendo molto.

Ha desiderato dal primo momento Roberto Mancini quando il “Mancio” giocava ancora nella Samp per prenderselo dieci anni dopo portandolo via dalla panchina della casa della Lazio. Sempre guardando in casa d’altri, ha desiderato e si prese il 30 per cento dello Spezia sei anni fa.

Non ha più bisogno di desiderare la roba d’altri il presidente che viola il decimo comandamento. Ha preso tutto in dodici anni, compresi ventidue terzini sinistri e dodici allenatori. L’Inter era di Pellegrini. La prese a Pellegrini perché la desiderava molto. Neanche la maga Clara Romano di Potenza Picena, che consultava spesso prima delle partite, lo ha fermato. Mai.

Altri hanno desiderato e preso la roba d’altri.

Gianluigi Lentini, torinese di Carmagnola, era cresciuto nel Torino, era l’idolo della Curva Maratona, era il Toro col capello lungo, la vita sregolata e il gioco devastante, come era stato solo al tempo di Meroni. Se ne invaghì Berlusconi. Il Cavaliere desiderò fortemente quella roba d’altri, roba Toro. Sfoderò sessanta miliardi in rivoli sparsi e s’infilò in un processo per avere disobbedito al decimo comandamento. Roberto Baggio era per Firenze il David in maglia viola, era Michelangelo che faceva parlare il pallone come non riuscì al grande uomo rinascimentale di far parlare Mosè, era Benvenuto Cellini che cesellava le partite, più bello del campanile di Giotto, più avvincente di una terzina dell’Alighieri. Questo per dirvi che cos’era Baggio nei cinque anni a Firenze. Diceva: “Resterò qui per sempre, lo scriverò sui muri”. Berlusconi lo desiderò moltissimo, ma Agnelli, l’Avvocato, gli disse di toglierselo dai desideri, “perché Baggio è nostro”. Successe che quando l’esecrabile conte Pontello promise di vendere la Fiorentina a Mario Cecchi Gori gli impose una condizione: la società sarebbe stata sua a patto che Baggio andasse alla corte di Agnelli. E così anche l’Avvocato, elegante, signore, illuminato e aristocratico, prese la roba d’altri. Perché Baggio era dei fiorentini e quel 18 maggio 1990 a Firenze scoppiò la rivoluzione quando si seppe che Robygol veniva deportato a Torino dove, un giorno, l’Avvocato l’avrebbe chiamato “coniglio bagnato”. Anche Gabriel Batistuta, l’argentino che stette tre metri e nove anni sopra il cielo di Firenze, e aveva una statua in Curva Fiesole, era più che un granduca. Era l’arcangelo Gabriel del gol, il più amato. Alla Fiorentina s’era legato anche l’anno della serie B, condottiero della riscossa. Non sarebbe mai stato un vecchio per i tifosi viola, neanche a 31 anni quando il presidente romanista Sensi volle, anche lui, desiderare la roba d’altri e lo portò via da Firenze per 70 miliardi.

Quanta roba d’altri ha desiderato e preso Luciano Moggi? Quali fantastici intrighi, diaboliche persuasioni e abili stratagemmi in telefonate, opere e dismissioni usò per prendersi Fabio Cannavaro, roba dell’Inter, in cambio del portiere Carini (!) e cuccarsi Ibrahimovic, roba dell’Ajax, giocando di inimitabile astuzia? All’uomo devoto di padre Pio e pellegrino a Lourdes, che governava cento giocatori, tre procuratori, ventuno tra allenatori, direttori sportivi e dirigenti, aveva tredici società amiche e appena diciassette nemici riconosciuti, desiderare la roba d’altri e prendersela era un imprescindibile dovere-potere professionale. Uomo di potere, per lui potere era volere. E di tutti e dieci i comandamenti, più che osservarli, pretendeva che si rispettasse “non nominare il nome mio invano”. Era scoppiata Calciopoli.

25/8/2008
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