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Necrologie
E’ morto a 81 anni
Aurelio Fierro,
Mister Simpatia
di Mimmo Carratelli
Se ne è andato Mister Scapricciatiello. La canzone napoletana segna un’altra giornata di lutto dopo la scomparsa di Renato Carosone, Roberto Murolo e Sergio Bruni. La morte di Aurelio Fierro, a 81 anni, aggredito dal cancro, spegne l’ultimo accattivante sorriso sui palcoscenici della Napoli canora.

Aveva una faccia di luna piena e di ottimismo, la calvizie era stata precoce, era piccolo e rotondo e accompagnava le canzoni con piccoli gesti aggraziati o ironici a seconda dei testi. Un simpaticone dagli occhi vivacissimi. La volta che andò in pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo, Padre Pio gli disse: “Dal Signore hai avuto due cose belle, la voce e il sorriso”. Era il 1959 e Aurelio Fierro aveva 36 anni. Era già un affermato cantante.

Era venuto ventenne a Napoli da Montella Irpina per studiare ingegneria. Napoli usciva bastonata dalla guerra. La città mostrava ferite profonde, ma c’era tanta voglia di sperare, di ricominciare, di ricostruire. La canzone fu la colonna sonora di quella rinascita. Interpretando l’anima popolare, i cantanti dettero agli anni della ricostruzione un’anima d’allegria e anche di malinconia sulle note di motivi vecchi e nuovi. La Galleria Umberto era il centro degli artisti. Vi si organizzavano le feste di piazze, si facevano le scritture per cantare ai matrimoni e ai battesimi e, intanto, rinasceva la Piedigrotta, grande festa settembrina di carri allegorici e canzoni.

Aurelio Fierro fu rapito da questa atmosfera. Nei locali da ballo, affollati dai marinai americani, impazzava il boogie-woogie, ma dai vicoli si levavano i canti più genuini della città, le vecchie melodie del golfo. Nel ’44 spopolò la canzone della riscossa: “Scurdammoce ‘o passato, simme ‘e Napule, paisà”.

Fierro, al paese, aveva provato a cantare nel coro dei frati e, fra i suoi undici fratelli, uno di loro, Amedeo, aveva vinto una borsa di studio per il Conservatorio. Papà Raffaele era un impareggiabile stornellatore. C’era già tanta musica nel sangue di Aurelio e Napoli, la città musicale per eccellenza, rivelò al ragazzo irpino il suo vero destino: cantare. E lui cantò.

Frequentò gli artisti più noti che lo incoraggiarono e, quando si sentì pronto, debuttò una sera al “Giardino degli aranci” sulla collina di Posillipo, un grande locale all’aperto, uno dei primi che aprì Angelo Rosolino, l’inventore dei night napoletani. Fu una specie di gara canora e Aurelio Fierro si impose su seicento concorrenti. Un trionfo. La strada era tracciata.

Quando nel 1951 prese il via il Festival della canzone napoletana al Teatro Mediterraneo, nel complesso fieristico della Mostra d’Oltremare, Aurelio Fierro si pose in attesa di apparire sul palcoscenico della rassegna musicale, ideale per il successo di un cantante. Nel frattempo sfondò letteralmente alla Piedigrotta del 1954 con “Scapricciatiello”, una canzone persino drammatica, che il cantante irpino colorì di ironia.

La canzone parlava dell’amore “impossibile” di un ragazzo “troppo onesto” per una bionda “nata pe’ ll’ommo ‘nzisto”, abituata cioè ad amoreggiare con uomini spavaldi e sicuri del fatto loro, arroganti e autoritari, in un certo senso guappi, e perciò si prendeva gioco del ragazzo. Fierro, sul palcoscenico, ammiccava bonariamente per le sorti del giovane innamorato benché la canzone si concludesse con questi due versi: “Scapricciatiello mio, vattenne ‘a casa / si nun vuò i’ ‘ngalera int’a ‘stu mese”.

Davanti a cinquantamila persone fu un successo strepitoso con la richiesta di cinque bis. Disse Fierro: “Siamo appena usciti dalla guerra, la gente è assetata di vita e di buonumore, ho reso un po’ ironica la canzone”. Cantando, consigliava a gesti all’immaginario “scapricciatiello” di lasciar perdere quell’amore pericoloso.

Ebbe un suo stile personalissimo che risaltò specialmente nelle canzoni allegre e spavalde. Successe con “Guaglione” che fu ripresa in Francia da Dalida. Era un’altra canzone per un ragazzo che si struggeva passeggiando sotto il balcone della donna desiderata, e Fierro cantava: “Tu si’ guaglione, tu nu’ conosce ‘e femmene, si’ ancora accussì giovane, che te mise ‘ncapa, va a ghiucà ‘o pallone”.

Ambasciatore sorridente della canzone napoletana, tra le melodie della tradizione e i nuovi motivi, Fierro cominciò le sue fortunate tournée all’estero: America, Canada, Giappone, Argentina, Australia. Domenico Modugno scrisse “Lazzarella” e l’affidò a Fierro. La interpretò magnificamente con gli abili gesti delle mani e le mossettine ammiccanti per la ragazza che, con i libri sotto al braccio e la camicetta a fiori blu, “vuo’ fa’ ‘a signurenella ‘nnanze ‘a scola d’’o Gesù”.

Le apparizioni di Aurelio Fierro al Festival della canzone napoletana e al Festival di Sanremo, dove vinse più volte, erano accompagnate dalle ovazioni dei suoi numerosissimi fans. Per tutti era Mister Simpatia. Porgeva i versi delle canzoni con una irresistibile mimica. Fu uno chansonnier napoletano bonario e irresistibile. Popolarissima la sua “’A pizza”, cantata anche da Giorgio Gaber. Indimenticabile il successo che ebbe all’”Olympia” di Parigi nel 1957 con 21 serate di repliche. Ai francesi offrì una magistrale interpretazione di “Signorinella”.

Negli ultimi tempi aveva aperto un locale, nel centro storico di Napoli, “’A canzuncella”, con cene a lume di candela e un repertorio di canzoni napoletane che continuò ad interpretare con una verve inesauribile, imitato dai figli Fabrizio e Flavio, accanto sempre la moglie Marisa “come due eterni fidanzati”. Gli piaceva insegnare ai giovani e fondò la scuola “Cantanapoli”.

Due anni fa cominciò a combattere contro il brutto male. Abitava al Vomero, in via Cilea.

Ha detto Mario Merola: “Con Fierro se ne va un pezzo della mia Napoli. I grandi artisti non dovrebbero mai morire”. E lo scrittore Luciano De Crescenzo ha aggiunto: “Non si può essere napoletani e non avere voluto bene ad Aurelio Fierro”.
12/3/2005
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