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Cultura
Addio alla Turca-Napoletana
di Francesco Canessa
Il Mattino in sciopero, il San Carlo risanato, ma senza più memoria storica! E per l’uscita di scena di Leyla Gencer non c’è stato a Napoli un rigo di rimpianto né un pubblico segno di cordoglio, come hanno fatto altrove giornali e teatri, con articoli e necrologi.

Silenzio assoluto per la scomparsa di una regina della lirica nata ad Istanbul ottant’anni fa, ma che amava definirsi non senza ironia  “turca-napoletana” tanti i legami acquisiti con la nostra città. Aveva avuto un posto di rilievo nella storia della lirica nel 900. Negli anni in cui il “miracolo italiano” si costruiva anche sui palcoscenici della Scala o del San Carlo, la “greca” e la “turca” , la Callas e la Gencer facevano – pur ostentando reciproca indifferenza – causa comune in nome della grande musica, rara eccezione nel mondo dell’arte e ancor più difficile per loro, destinate per diversa etnia a fronteggiarsi da una riva all’altra del Bosforo.

Non furono rivali, insomma, ma se aveva un senso la contrapposizione dell’angelo e del diavolo applicata in quegli anni alle eccellenze sopranili,  la Maria e la Leyla stavano tutte e due dalla parte del diavolo. Fatte le debite proporzioni, pareva infatti che un demone eguale le  possedesse, suggerisse loro l’accento drammatico, l’espressione del suono e della parola. Con loro i “ruoli” diventavano personaggi, il belcanto in quanto tale non bastava, bisognava dargli vita dall’interno, con la capacità del sentire e la forza dell’esprimere. Se la Callas fu inimitabile e tale si riteneva, la Nostra fece coscientemente da caposcuola. Certi suoi compromessi vocali compiuti al fine di approfondire l’espressione furono subito chiamati “gengerismi”  ammirati o criticati, mentre il vocabolo entrava stabilmente nel lessico della vocalità e tuttora vi resta.

La Callas aveva tre anni più della Genger e già presidiava La Scala  conquistata con il Don Carlos inaugurale del 1951 quando la “turca” sbarcò a Napoli e bussò alla porta del San Carlo, introdotta dalla sua maestra del Conservatorio di Ankara, Giannina Arangi Lombardi, che era nativa di Marigliano ed ex allieva di San Pietro a Majella. L’ascoltarono il mitico Di Costanzo e il fedele maestro Profeta e ancora dopo molti anni, la Genger ne ripeteva divertita il verdetto: “Site brava e pure ‘na bella giovane! Tenimmo scoperte ‘nu paio di recite di Cavalleria all’aperto la settimana prossima. Voi la sapete?” Sì, per fortuna la conosceva, Cavalleria Rusticana era l’unica opera che aveva cantato in Turchia, e con essa debuttò in Italia, all’Arena Flegrea. Era il 16 luglio 1953.

La carriera si avviò a passo svelto, anche per lei si aprirono le porte della Scala e dei teatri internazionali, ma quello di Napoli rimase la casa madre, prima donna prediletta di un pubblico che l’amava e di una società che l’aveva accolta e integrata e una serie di ammiratori-amici che si qualificavano – qualsiasi età avessero – “ I ragazzi della Leyla”. E fu al San Carlo che la sua vena drammatica trovò la via giusta per esprimersi a pieno, grazie alla convinta partecipazione ai grandi recuperi donizettiani avviati dal nostro Teatro negli anni ’60. E ne diventò l’assoluta protagonista, da Caterina Cornaro a Belisario a Lucrezia Borgia. Nessuna artista ha mai portato meglio di lei la corona d’Inghilterra o di Scozia sui palcoscenici del mondo, nella trilogia formata da Roberto Devereux, Anna Bolena, e Maria Stuarda e noi melomani di lungo corso conserviamo ancora sulla pelle il brivido d’emozione di certi suoi memorabili attacchi delle grandi arie conclusive di quei capolavori: “Quel sangue versato al cielo s’innalza!..” con cui Elisabetta depone la corona, oppure: “ Coppia iniqua, l’estrema vendetta!..” della Bolena che va al patibolo, o ancora l’invettiva centrale della Stuarda: “Figlia impura di Bolena, parli tu di disonore!..” 

Leyla visse nel suo privato, da buona eroina del melodramma, un amore impossibile, coltivato con discrezione e dedizione per un suo compagno d’arte e di cui molte tappe furono vissute e sofferte a Napoli. E fu per ricordare il suo “lui”, il direttore d’orchestra Gianandrea Gavazzeni, che venne per l’ultima volta a Napoli nel 1999 per la presentazione di un volume sul grande maestro. Fui io ad invitarla ed a convincerla. Vi riuscii non tanto perché ero a quel tempo sovrintendente del San Carlo, ma perché ero e sono sempre rimasto un “ragazzo della Leyla”.

13/5/2008
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