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Cultura
Mea e il mondo si capovolge
di Alessandra Giordano
Si potrebbe stare ore ad osservare le opere di Mea e trovare minuto dopo minuto significati diversi, linee nascoste e riconoscibili, frammenti di memoria e capovolgimenti inaspettati. Soprattutto perché è lei stessa, Stefania Marino, a cambiare la posizione delle sue tele. “E’ semplicemente una questione di richiami e di prospettiva”, ci dice, per nulla turbata.

Minuta, all’apparenza fragile e timida, la Marino, quasi si sperde nell’immensità spaziale della grande chiesa barocca di San Severo al Pendino dove sono ospitate le sue tele e le sue scarne istallazioni.
Montate su veli e strutture aeree, leggere quasi insostenibili, le tele sembrano sospese tra le navate sconsacrate della chiesa di via Duomo, ripetendo i colori dell’altare e dell’abside, dal bianco all’oro, dal rosso cupo al nero: un tutt’uno che, assai gradevole, si presenta allo sguardo dei visitatori di questo Maggio dei Monumenti. Mentre i bancali di legno, grezzi, si alternano agli scalini in marmo invitando a procedere verso la grande pedana dove troneggia una composizione “girevole”.

Diciassette tele e due bancali di estrema essenzialità – come essenziale è l’autrice – definiscono il carattere sperimentale che culmina nella ricerca del bianco che un suo ispiratore, il pittore Elio Mazzella, ha tentato di incanalare nello spirito libero della giovane artista, schiva e riluttante a qualsiasi trincea o dettame standardizzato.

E’ nell’uso dei materiali, che vanno dalla juta alla colla, dall’acrilico all’olio, dal gesso allo spago, che troviamo il vero fil rouge dell’opera della Marino. La crosta, la doppiezza che crea strati sulla larga trama, va toccata con mano proprio lì dove si forma il disegno, la base dove prende vita la fertile fantasia della pittrice: ora un edificio, ora una torre rossa, ora un fiore, ora un vulcano, ora una Napoli col suo golfo, un cerchio nei cerchi, tanti cerchi che la Marino compone in piedi, saltando sulle tele a cercare il suo centro, quello che le carte hanno predetto, un giorno, mostrando un sole d’oro.
Ed ecco che le nove composizioni - che insieme formano la “Matrice” - si sviluppano creando colonnati, cupole, finestre, profili di donne, mari, tende, barche, ciminiere a ricordarci Bagnoli e ponti per non dimenticare Parigi, dove pure l’artista ha vissuto e dove forse ha cominciato questo percorso che le premeva nell’animo. Un giorno affacciandosi sulla Senna, ha sentito urgente il bisogno di dipingere: è corsa a procurarsi le tele, i colori, i pennelli e grazie a quella furia esplosiva è nata Rue de Paris, col suo fiore dal cuore d’arancio che altro non è che il suo appartamento dal quale è finalmente riuscita a venire fuori.

Non sono più esperimenti. La Marino vuole comunicare il suo mondo interiore, estremamente ricco, che vale la pena di ascoltare.
Si faccia silenzio, irrompe il colore.

13/5/2008
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