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Un napoletano al giro
Il diario di Raffaele Illiano
di Andrea Genovese
Tre giorni, caro Diario, in cui ne ho provate di tutti i colori. La caduta nella tappa di Gemona del Friuli, ennesimo episodio sfortunato. Poi, la tappa del San Pellegrino. Altri cento chilometri di fuga cento; sono ancora in lizza per il premio “Gazzetta 110”, anche se oggi, penso, Bettini ce la metterà tutta per vincere l’ultimo sprint intermedio verso Milano, e lasciarci a bocca asciutta. Poi, sul Mortirolo, alla deriva. Altro che passaggio in vetta per primo.

Quarantaquattro minuti di ritardo, arrivo praticamente con la rete dei velocisti. Una sofferenza tremenda, su di una salita che, in corsa, mi è sembrata notevolmente più dura di come la ricordassi. E’ proprio vero: sono i tuoi stati d’animo, le tue sensazioni, a rendere le cose semplici o difficili. Quando la strada si impenna, ci si diverte o si soffre da cani. Dipende esclusivamente da te.

Ne abbiamo viste di belle, in questi giorni. Non solo azioni, scatti. Ma anche comportamenti, gesti, che ci ricordano il nostro lato umano, il lato umano di chi è per otto ore al giorno in bici. Penso alla splendida pacca sulla spalla di Voigt a Garate, un esempio di sportività. Penso al vecchio Gibo Simoni, ancora ipercombattivo, e pronto ancora a sparare a zero contro tutti e tutti; senza paura e senza timori reverenziali, la sua lingua tagliente stavolta se l’è presa con un Ivan Basso reo di essergli scattato in faccia dopo un’azione condotta insieme. Penso ancora ad Ivan, e alla sua gioia per il figlio appena nato.

Siamo anche, e soprattutto, questo. Al di là di classifiche, vittorie, sconfitte, ci sono la fatica, i pensieri, i sentimenti, quelli che non ti lasciano mai, che tu sia in testa o in coda. La gioia, la rabbia, i dispiaceri.

E’ questo, probabilmente, il bello del ciclismo. Questo tradurre in smorfie di dolore, in sofferenza, in sudore, visibili a tutti, quello che abbiamo dentro. Ieri, sul Mortirolo, c’era un mare di gente ad osservare le nostre facce stremate. Sono sicuro che chiunque, per un attimo, si è identificato in noi, come in una catarsi. Oggi termina questa stupenda avventura. Il mio bilancio è sicuramente positivo, anche se mi è mancato l’acuto. Come squadra, avremmo voluto portare Wladimir Belli fino a Milano; ma il suo ginocchio l’ha tradito. Proveremo a inventarci qualcosa, anche oggi. Poi, sarà tempo di lenire la fatica e il dolore. Ci si vede all’arrivo, caro Diario. Quest’anno, per l’ultima volta.
28/5/2006
  
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