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Un Napoletano al Giro – L’Epilogo
Il Diario di Raffaele Illiano
di Andrea Genovese
Il Giro arriva a Milano. E il clima è quello da ultimo giorno di scuola. C’è il primo della classe, Ivan Basso, orgoglioso della sua promozione a pieni voti. C’è Gilberto Simoni, nei panni del cattivo, con la sua lingua tagliente, e le sue accuse. Si ride, si scherza. Ci si concede lunghe interviste mentre si è in corsa; Missaglia scappa via, con la scusa di una visita ai parenti. La Lampre, che da festeggiare ha ben poco, si ferma dinanzi allo stabilimento del suo sponsor.

E’, per tutti, il giorno più bello. Quello in cui si pensa solo ad arrivare al traguardo, senza l’angoscia del giorno dopo. Come in un sabato del villaggio; non ci sarà nessuna altra tappa. Almeno per quest’anno. Un mese lontano da casa; dalle cinque alle otto ore al giorno in bici; trasferimenti massacranti. Per qualcuno, tanta fatica è valsa successi, definitivi o parziali.

Per altri, come Raffaele Illiano, classe ’77, napoletano di Bacoli, mai le braccia verso il cielo. Vi abbiamo raccontato le sue gesta, convinti di potere, in questo modo, esaltare quel poco di Sud esistente in un Giro che si è ben tenuto alla larga dal Mezzogiorno d’Italia. Se Cristo, per dirla con Carlo Levi, si fermò ad Eboli, la corsa rosa ha fatto peggio, in quanto a latitudine, attestandosi a Peschici. Ma grazie ai tentativi di Raffaele, al suo modo di correre, sempre all’attacco, a quel casco con lo scudetto azzurro portato ovunque con orgoglio, Napoli e la Campania hanno lasciato la propria impronta anche su quest’edizione. Poco conta se, stavolta, non ci sono state maglie o trofei prestigiosi all’attivo. Un quinto posto, nella tappa di Domodossola, il risultato più vistoso. Poi, tanta combattività, e quella classifica dei traguardi intermedi sfumata per un soffio, a vantaggio del più scafato Paolo Bettini. A suo agio nei panni di battitore libero, Illiano ha saputo anche reinventarsi gregario, fornendo appoggio prima al venezuelano Josè Rujano (fuggito dal Giro anzitempo) e poi all’anziano e sfortunato Wladimir Belli.

E’ mancato il sigillo, certo. Ma quel nome, quasi sempre presente nei lunghi elenchi di corridori in fuga snocciolati da Auro Bulbarelli, ha saputo dare dignità al nostro sport ed al nostro ciclismo, troppo spesso associato ad episodi poco chiari. Il grazie è doveroso. Ed è stato un piacere ospitare su queste colonne le impressioni dalla corsa di un grande atleta.

Il Giro, a noi appassionati, che viviamo per tre settimane con in testa la classifica generale e l’altimetria della tappa del giorno memorizzata, ci mancherà. Arriverà presto, a lenire la nostra dipendenza da due ruote, il Tour de France. Raffaele, che corre per una piccola squadra, non ci sarà. Il suo impegno si concentrerà sulle corse minori, quelle completamente dimenticate dai media. Continueremo a seguirlo con affetto, sperando che presto possa raccogliere quanto la sua generosità merita.
30/5/2006
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