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Un Napoletano al Giro – due giorni in riva all’Adriatico
Il Diario di Raffaele Illiano
di Andrea Genovese
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Due giorni in riva all’Adriatico, due giorni per me assolutamente scialbi, non fosse stato per il profumo del mare. Finalmente.
Dopo l’ascesa alla Maielletta, avevo provato, lunedì, ad inserirmi nella fuga partita al chilometro zero. Quindici chilometri è durato il mio tentativo, e nulla più. Mancava sin dalle prime battute l’accordo; il percorso, con poche asperità, non favoriva l’azione da lontano. Meglio rialzarsi, e provare ad aiutare Alberto Loddo allo sprint. Il nostro velocista, tuttavia, non era in giornata. Così, dopo averlo spinto a tutta per tre chilometri, il rientro nel gruppetto di coda: altri 7’01’’ di ritardo sul groppone, ma poco importa.
Nulla di diverso ieri, e che peccato. La prima fuga ad andare in porto, non ha visto la mia presenza. Un controsenso, vero? Eravate abituati a vedermi scattare al minimo pretesto, ma, nella tappa di Peschici, non ho trovato il passo giusto. Anche per la presenza del mio compagno di squadra Serpa, il diesse Savio mi ha tenuto vicino ai capitani, Wladimir Belli e Josè Rujano. Arrivo tranquillo, nel gruppone Ullrich. Bravo Pellizotti, ma che peccato per Axel Merckx. Perdere così, a 150 metri dal traguardo, deve essere tremendo. Comprendo le sue lacrime.
Ora c’è la seconda giornata di riposo, poi la crono individuale di Pontedera. Per uno scalatore come me, significa poco meno di quarantott’ore di recupero. Già, perché oggi mi limiterò a fare una piccola sgambatura; nella prova contro il tempo, ovviamente, non farò la tappa. Non sarà nemmeno un allenamento. C’è bisogno di chiamare a raccolta tutto quello che ho ancora dentro di me, per le grandi salite che stanno per arrivare. Questo fine settimana sarà un gustoso antipasto, certo. Ma è la conclusione a fare spavento. La Maielletta, al confronto, sarà un cavalcavia.
Gianni Savio è soddisfatto della mia prestazione, sinora. Ho fatto tutto ciò che dovevo: mettermi in mostra, aiutare i compagni. Il corridore, specie se non è un capitano, è poco più di una pedina nelle sapienti mani degli strateghi dell’ammiraglia. Spero di poter vivere la mia giornata di libertà, una di quelle che possono trasformare un Giro, un’annata. A volte, anche una carriera. Ci conto.
Intanto, mentre sono sull’autobus, leggo di quanto sta succedendo al mondo del calcio. Tutti gridano allo scandalo. Da sportivo, mi rammarico. Da ciclista, meno. Il piacere, inconfessabile e sottile, di vedere sbattuti in prima pagina come mostri personaggi che hanno fatto del male al mondo dello sport, esiste. E forse c’è un po’ di giustizia, se tocca anche agli dei del pallone un po’ di fango. Praticando uno sport che è sempre stato additato dalla stampa come il male assoluto, fungendo spesso da capro espiatorio, so cosa significa. “Moggi? Un chiachiello”, leggevo. Un’espressione che, per un napoletano come me, ha un significato immediato. Ripenso a quando scappò via dal Napoli, subito dopo l’addio di Diego. Come un capitano che abbandona la nave che affonda.
Chissà se si avrà il coraggio di andare sino in fondo, e affrontare anche altri versanti, come quello del doping.
Ma ora poco conta, caro Diario. Ho tra le mani il “Garibaldi”, il volume coi percorsi della corsa rosa. Guardo le altimetrie, e mi vengono i brividi. Sudore e fatica. Questo mi attende. Il resto, è noia.