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La favola di Maradona
La sua storia a puntate -133
di Mimmo Carratelli
Ce lo ricorderemo a lungo il capodanno del Duemila, pibe. Hai proprio rischiato di morire. L’intervista televisiva nella clinica “Sacro Cuore” di Buenos Aires rimbalza in Europa. La pena è grande. Sei gonfio, stordito, fai fatica a parlare. Sul teleschermo passano i sottotitoli con le tue parole, incomprensibili mentre ti esprimi con grande difficoltà. Una sera, a tarda ora, possiamo vedere in Italia la drammatica intervista. Sono parole spaventose.

“Ero praticamente morto. Ci sono state cose che mi sono andato a cercare. Me le sono meritate. Tutti hanno fatto in modo che mi salvassi. Vivo con la paura. Prima no. Mi sono reso conto di avere paura quando ho pensato di essere morto. La terapia intensiva è stata tremenda. Grazie alla tecnologia ho visto il mio cuore, l’ho visto a colori, non l’avevo mai visto così. Aiutatemi. Ho paura di morire”.
Decidi di curarti. Escludi il Canada e ti imbarchi per Cuba. “Là, almeno, c’è il mio amico Fidel Castro”.

E’ il 17 gennaio quando sbarchi all’Avana, destinazione la clinica El Quinqué nella provincia orientale di Holguin, a Los Pedernales. Indossi una t-shirt bianca con la faccia di Che Guevara. Un tatuaggio del Che è ben visibile sulla tua spalla destra. “Sono sicuro che riuscirò a guarire, non c’è più tempo da perdere”. Terapia minima prevista: tre mesi. E’ piena estate a Cuba. “Pace e tranquillità, il mio Paese è la tua casa, campione” è il messaggio di Fidel.
E’ una vera carovana quella che giunge all’Avana sull’aereo da Buenos Aires. C’è Claudia, ci sono Dalmita e Gianinna, papà Chitoro e mamma Tota, il medico Cahe, il neurologo Raul Arteaga, il cardiologo Mario Shiter.

Prima di raggiungere la clinica di Los Pedernales, vieni ricoverato nella clinica La Pradera a Siboney, un quartiere residenziale dell’Avana, per gli accertamenti naurocardiologici sotto la supervisione del dottore Julio Castagner Perez, capo del Dipartimento dei Servizi medici internazionali del ministero cubano della salute pubblica. Dici: “Tutti sanno quanto è grande il cuore di Fidel e ho grande fiducia nella medicina cubana”.

Sul giornale “Diario 12”, lo scrittore Juan Forn firma un articolo che comincia così: “L’Argentina non volterà mai le spalle a Maradona, non potrà mai dimenticare quella sua magica combinazione di creatività e coraggio, la capacità di non nascondere mai la verità, di non sapersi proteggere”.
A Montevideo il magistrato uruguayano Cristina Garcia chiede l’arresto di Guillermo Coppola con l’imputazione di ostacolo alla giustizia in un caso di narcotraffico. Dalla Spagna, il procuratore di calciatori Josep Minguella rivela che, quando il Barcellona ti cedette al Napoli, il presidente catalano Nunez disse: “L’ho ceduto perché si drogava”.
Le tue condizioni, Diego, sono allarmanti. Il dottore Alfredo Cahe, che ti segue da sedici anni, dichiara: “Diego avrà bisogno di cure e di terapie speciali per tutta la vita”.

Intanto, il tuo soggiorno cubano non è per niente tranquillo. Sei preso da smanie, vorresti tornare a Buenos Aires, gridi che ti annoi. Fidel Castro ti fissa un appuntamento. “Andrò a trovarlo” dici. “Castro è una leggenda vivente”.
Come speri di cavartela, pibe? “Vediamo come va a finire con questo cuore. I giorni per ora sono abbastanza noiosi. Però sono certo di rimettermi fra tre settimane”.

Noia, pessimismo, ottimismo. E’ un’altalena. Il dottore Joel Quesada, incaricato di organizzare il tuo primo trattamento a base di calmanti, dice: “Diego ce la farà, ma tutto dipende dalla sua volontà e dai suoi familiari. L’aiuto della famiglia è importante”.

Ti concedono qualche libertà. Ti dipingi i capelli di arancione. Dicono che ti esibirai sulla Piazza della Rivoluzione, nella capitale cubana, in uno spettacolo canoro. Il medico cubano Ricardo Gonzalez dichiara ai giornali: “Il paziente sta dimostrando uno stato d’animo molto buono che lo aiuta nel recupero”.

A fine gennaio sei ufficialmente fuori pericolo. L’incontro con Fidel Castro dura venti minuti. Scoppi a piangere quando Fidel ti chiede che cosa ti è successo. “Una cosa in cui è facile entrare, ma difficile uscire” è la tua risposta. Aggiungi: “Presidente, se ce la faccio a rimettermi in sesto, le propongo di affidarmi la nazionale cubana di calcio”.

Non è ancora deciso quando lascerai l’Avana per essere trasferito nella clinica di Los Pedernales, a 700 chilometri dalla capitale. Carlos Leyva, direttore dei Servizi medici internazionali del ministero cubano della sanità, precisa: “Quella di Maradona non è una malattia molto grave, ma tiene sempre sul chi vive e può diventare pericolosa”.

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30/12/2005
  
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