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La favola di Maradona
La sua storia a puntate -134
di Mimmo Carratelli
Passano i giorni alla clinica La Pradera dell’Avana. Passeggiate di quattro chilometri al mattino, niente nuotate, un po’ di cyclette. Ti stai rimettendo in sesto, Diego. Continuano i controlli medici, non ancora iniziate le cure disintossicanti vere e proprie.

Fotografi all’agguato e ci scappa una rissa. Prima un violento battibecco con una troupe americana che ti ha seguito nel quartiere Miramar dell’Avana, dove facevi acquisti con Claudia e le bambine, e il giorno dopo lo scontro con gli inviati dell’agenzia tedesca Reuters.
Non ne puoi più del loro assedio e con un pugno infrangi il vetro di un finestrino della loro auto. Il fotografo cubano Heriberto Rodriguez rimane ferito a un occhio. Hai esagerato, come ti capita spesso.

Il giorno dopo, per farti perdonare, inviti giornalisti e fotografi esibendoti in una serie di palleggi. I medici hanno dato il permesso. Capelli sempre arancione, maglietta che mette in rilievo il pancione, calzoncini corti. Il tocco è sempre vellutato, ma quanta fatica!
A febbraio, una curiosa terapia. Forse per distendere i nervi, i medici ti invitano a trasformarti in ortolano. Pianti pomodori, lattuga e prezzemolo in un orticello di cinque metri della clinica La Pradera. Roba da non crederci. Sei sempre eccessivamente sovrappeso.

C’è Guillermo Coppola alla Pradera. Passi molto tempo davanti alla televisione. Il recupero delle funzioni cardiovascolari è ancora prioritario rispetto alla tossicodipendenza. Sei cosciente che stai giocando la partita fondamentale della tua vita e confessi a un medico: “Mi sono reso conto di avere sbagliato di brutto, ma riuscirò a farcela. L’ho promesso al Comandante Castro”.

Marzo 2000. I medici sono meno preoccupati. “Il cuore di Maradona, che funzionava al 28 per cento al suo arrivo a Cuba, ora funziona al 50 per cento, ma non è migliorato oltre. Forse, non migliorerà più di tanto”.

Ti telefona il presidente della Fifa Blatter che vuole incontrarti a Zurigo. Ne sei felice. Segui in tv la partita dell’Italia contro la Spagna e fai il tifo per il tuo amico Ciro Ferrara (ma l’Italia perde). Mandi un telegramma ai nazionali argentini prima del match contro il Cile: “Quello che resta del mio cuore è con voi”. La nazionale bianconceleste trionfa per 4-1.

Il pallone ti manca maledettamente. Sono quattro mesi che sei a Cuba. I medici ti lasciano giocare una partitina. Organizzi una squadra improvvisata contro una formazione dell’Università dell’Avana. Colpi di testa e di tacco, tiri al volo. Ti diverti e vinci 4-2. Giochi con la maglia gialloblu del Boca Juniors. Ti senti rinato; Diego, anche se il tuo peso è ancora mostruoso. E i medici ti danno il permesso di recarti in Germania per la partita d’addio di Lothar Matthaeus (avete entrambi 39 anni).

Olympiastadion di Monaco di Baviera. Indossi la maglia del Bayern contro la nazionale tedesca. E’ il 26 maggio 2000. Giochi un tempo, sei dimagrito di 17 chili. “Mi sto curando, il calcio è ancora la mia vita”. In elegante vestito grigio, la sera, intervieni al party in onore di Matthaeus. Al giornalista napoletano Paolo Barbuto che ti raggiunge a Monaco dici: “Avevo una immensa voglia di giocare. So che a Napoli c’è tanta gente che mi vuole bene. Si avvicina il momento che potrò salutare di nuovo la mia Napoli. Per colpa di certe persone ho dovuto lasciarla. Ma amo Napoli, amo Carmando, amo tutto quello che mi è successo a Napoli”.

A giugno un’altra partita, a Montevideo, per la conclusione della carriera di Carlos “Pato” Aguilera che, in Italia, ha giocato nel Genoa e nel Torino. Un’ora in campo e gran gol all’incrocio dei pali con una delle tue mirabili punizioni. Da quand’è che non segnavi una rete, Dieguito?
Tutto sembra andar bene, a Cuba, per il tuo recupero. I permessi che ti hanno accordato per le gare in Germania e in Uruguay sono un segnale positivo.

Dopo sei mesi, torni a Buenos Aires per partecipare ai funerali di Rodrigo Bueno, cantante molto noto e tuo amico. Forse a causa dell’immensa folla, accusi un malore. Il dottore Cahe ci tranquillizza: “Diego ha avuto un problema respiratorio per mancanza di ossigeno, forse causato dalla grande quantità di fiori. Ma non è stato nulla di serio”. Raggiungi un ospedale per un controllo. E torni a Cuba.

Il Napoli decide di ritirare la maglia numero 10, il tuo mitico numero. L’attaccante Bellucci, che la indossava, avrà il numero 20. Carmando confida: “Ho sentito Diego giorni fa, sta molto meglio”.

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7/1/2006
  
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