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La favola di Maradona
La sua storia a puntate – 113
di Mimmo Carratelli
Continua a parlare, Claudia, di Napoli e del periodo durissimo a Napoli. Ti vedevamo giocare e sapevamo poco o nulla del tuo dramma, Diego. Non volevamo sapere. Un dribbling, e non volevamo sapere niente.

Claudia racconta: “A Napoli abbiamo cominciato finalmente a toccare il problema. Perché ti chiudi in camera, Diego? Perché non dormi? Glielo chiedevo e non mi rispondeva. Rimaneva tutta la notte a guardare la tv, assente. Cercavo di farmi dire chi erano quelli che suonavano il campanello di casa alle due, alle tre del mattino. Lui non usciva mai ed erano sempre gli stessi a cercarlo a casa, in via Scipione Capece. Sopportavo tutto perché l’amavo. Avrò pianto mille volte. Bussavo alla sua porta chiusa ogni due minuti. Poi c’erano le volte che non bussavo per un giorno intero. Anche adesso devo stare attenta. C’è ancora qualcuno che gli si avvicina per vendergli la droga. Allora lo minaccio dicendogli che me ne vado con le bambine”.

E tu, Diego, che cosa dici ancora?

“Ho trascorso momenti terribili a Napoli. Non mi sono drogato per scendere in campo contro il Bari, ma un po’ prima. A Napoli ogni giorno era peggio. E’ una città bellissima, ma complicata. Ti vogliono bene in un modo esagerato e pretendono tutto se ti vogliono bene. A Napoli devi essere sempre Maradona per continuare a viverci. Se sei al di sotto del miglior Maradona, sei finito. Sono stato la bandiera di quella città. Ma non mi volevano bene perché ero bello, bravo o buono. Mi volevano bene perché avevo battuto quelli del Nord”.

Non erano solo quelle vittorie, Diego. Era per la tua allegria, il tuo sorriso, era per il tuo gioco d’incantesimo, per la lealtà in campo, per le meraviglie col piede mancino, era per la gioia che sapevi dare giocando che ti volevamo bene. A tuo modo, eri diventato il paladino di Napoli.

“I capi della camorra mi volevano bene perché io rendevo felice il popolo che loro, forse, rappresentavano. Una volta alla settimana, alla domenica, li facevo felici. A Napoli la droga era dappertutto. Quasi me la offrivano su un vassoio. Non ho mai tirato uno spinello e non sono mai ricorso all’eroina. La cocaina e l’eroina ti uccidono, ma l’eroina è più terribile. Non ho mai fatto il conto di quanto ho speso per la droga. Guadagnavo molto e mi drogavo secondo quanto guadagnavo”.

Ricordi amari, mentre disperdevi la tua vita.

“Ho cominciato a sniffare nel 1982, ma solo nel 1985 ho chiesto al mio procuratore Marcos Franchi di darmi una mano, di aiutarmi. Eravamo in Argentina, abbiamo cominciato con uno psicologo. Ma non servì a nulla. Siccome ero Maradona mi spillavano molto danaro e mi facevano fare cose che non servivano. Non ho mai pensato di farmi ricoverare. Dovevo ricorrere alla mia forza di volontà per uscirne. Mi sono aiutato con i medicinali. Continuo a prenderne anche oggi e li cambio perché quando il corpo si adatta a una droga, bisogna cambiarla. Cambio anche i medici. E allora cerco con le loro nuove droghe di aiutarmi. Ci sono delle droghe che salvano la vita. Ci sono droghe che aiutano i tossicodipendenti a superare l’astinenza e la depressione”.

“Gente” rivela che sei scoppiato a piangere più volte durante l’intervista. Le tue lacrime, Diego, sono anche le nostre.

“Per colpa della cocaina ho perso molti momenti felici della mia vita. Tanti compleanni delle mie figlie non li ho vissuti perché ero tanto drogato da non potermeli godere. E ho perso anche molti notti con mia moglie Claudia perché mi chiudevo a chiave in una stanza e non volevo aprire a nessuno”.

Parla anche Guillermo Coppola: “Sono stato sempre vicino a Diego perché non si sentisse solo, l’ho accompagnato alle analisi, ai controlli, alle visite mediche. Ho passato anch’io momenti difficili e capivo le difficoltà di Diego. Forse, ho commesso l’errore di abbandonarlo nel 1990. Insieme avevamo raggiunto tutti gli obiettivi sportivi ed economici. Ma forse non ci siamo resi conto, immersi nell’euforia, che c’erano delle altre cose che potevano farci male. Ognuno è andato per la sua strada. Io so bene che cosa ha passato Diego perché anche a me sono accadute certe cose. La droga significa vivere un’angoscia profonda. Le angosce intime di Diego sono le pressioni che tutti carichiamo sulle sue spalle. Essere Maradona, questo è stato il suo grande problema”.

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29/8/2005
  
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