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Cronaca
La società si agita
di Vincenzo Cicala
Vi è chi tende a conservare il garantismo, una vita libera e sicura, il che appare in contrasto con l’enorme diminuzione di lavoro retribuito generata dal capitalismo digitale.

Vi è chi ha accettato il 1989 come la definitiva sconfitta del poco ma per tutti e la consacrazione definitiva del capitalismo. Tra questi coloro che hanno accettata e condivisa l’inevitabile supremazia del più forte e continuano a sostenerla, nonostante la mobilitazione di un’intera civiltà araba e la rivalsa, sempre più diffusa, dei poveri del terzo mondo, da Chavez a Kim Jong II, nonostante l’inarrestabile invasione del Nord da parte del Sud del mondo; cioè, nonostante la realtà contraddica le loro tesi, sublimano potere, ricchezza e, nell’inconscio, piacere. Vi è chi semplicemente rifiuta la globalizzazione e la società multirazziale e multiculturale, ed entra in contraddizione con se stesso perché, mentre diviene ricco estendendo i propri traffici in  tutto il mondo, nega importazioni ed immigrazioni e pensa di rimanere sempre sufficiente  a se stessa, dinamica nella produzione e nel commercio, ma  strutturalmente immobile in un mondo che si muove.

Vi è chi si adatta al mondo ed al multilateralismo così come esso è, con i suoi flussi finanziari leciti ed illeciti, con la sua ricerca sfrenata di lavoro a basso costo, senza nessun  rispetto della dignità del lavoro, in un sobborgo di Secondigliano o di Casavatore – come appare in Gomorra - o alla periferia di una città indiana, senza riguardo per nessuno, né di età, né di sesso, né di maternità, né di malattia. Verso un mondo del domani di schiavi e di padroni. Un mondo, tra l’altro, impossibile perché deve superare sfide difficili, il terrorismo e l’atomica dei poveri, il pregiudizio religioso e l’esaurimento della possibilità di vita sul pianeta.

Il terrorismo è esecrabile e si condanna come fatto in sé. Ma non possiamo rinunziare alla ragione e la ragione ci dice che esso si è endemicamente diffuso quando si è constatata l’impossibilità di poter contrastare ad armi pari la supremazia dell’Occidente, ed in particolare degli Stati Uniti.
L’atomica dei poveri: Kin Jong II usa l’atomica come arma di ricatto per tenere in scacco i potenti ed afferma che, fin quando gli Stati Uniti proseguiranno le sperimentazionj nucleari, egli non rinunzierà alle sue. Ma non è forse vero che la caduta dell’Impero Russo ha indotto gli Stati Uniti a riprendere gli esperimenti nucleari e l’Occidente tutto a celebrare l’avvento definitivo del Capitalismo? L’attuale insicurezza del mondo e le guerre impossibili – Afganistan, Iraq, Libano, Darfur eccetera - sono anche frutto dell’egoismo dell’Occidente e della sua sicurezza di poter annientare nazioni e distruggere le vestigia di civiltà passate con una “tempesta di fuoco”.
Il pregiudizio religioso. Il relativismo laico, il privilegio dell’Impero del Mondo, si trova contraddetto dalla religione musulmana, ma anche da quella cristiana, da ogni religione monoteista in genere, fino a quando affermerà la possibilità di un gruppo di uomini, di una razza o di un popolo, di poter dominare, senza alcuna discriminazione o regola, su tutto il mondo.
Non è forse vero che negli Stati Uniti si è arrivati a legittimare, con l’approvazione del Senato, l’uso della tortura?
Vi è una contraddizione in sé: se il Senato degli Starti Uniti è un’istituzione democratica non può legittimare l’uso della tortura. Il fatto è che, quando il supposto uomo democratico si riduce a combattere il terrorismo - per usare il termine di Bush - il Male, con le sue stesse armi, abdica alla democrazia, accedendo ai livelli sui quali il Male si è insediato – vedi Abu Graib e Guantanamo.

L’esaurimento delle risorse. Kyoto o non Kyoto, è un fatto il cambiamento climatico, il progressivo esaurirsi dell’acqua della terra, l’accumulo enorme di rifiuti tossici radioattivi, di prodotti non biodegradabili, non riciclabili, in ogni parte del mondo - se è vero, come descritto da Roberto Saviano, che, in occasione dello tsunami, i camorristi erano in tensione perché il maremoto poteva riportare alla luce i fusti di rifiuti tossici che essi erano andati a sotterrare fin sulle coste delle Maldive.

Mai come oggi il mondo ha bisogno di un’utopia politica che affronti il problema globale della vita sulla terra. Il Manifesto di Marx oggi non basta più. Era diretto alle nazioni industrializzate e fu adottato dalla Russia agricola ma ricca di fermenti politici. Oggi occorre un’utopia politica che declini la globalizzazione con una sicurezza sociale che garantisca la soddisfazione dei bisogni fondamentali, l’accesso alla dignità sociale, l’assistenza sanitaria e previdenziale; un’utopia che risolva il problema della giustizia.
La società non ha mai consentito un così vasto commercio di risorse finanziarie, materiali, umane. I flussi finanziari sono fuori ed al di sopra di ogni regola. Le ricchezze naturali sono tutte o quasi nelle mani di una percentuale esigua, non superiore al 10%, di abitanti del pianeta.
Con ciò si predica apoditticamente contro ogni intromettenza dello stato sugli affari dei privati, affermando pregiudizialmente che il possesso di un bene è assoluto e che la politica non può avere forza di ingerenza sul mercato che deve autogovernarsi.
Questa è la manifesta crisi, assenza, rinunzia alla politica. La rinunzia ad un ideale di giustizia e di benessere comune, ad una globalizzazione della difesa dell’uomo e del pianeta, è la rinunzia della politica a se stessa.
La realizzazione di un mondo equo ed abitabile è, allo stato attuale, un’utopia, in quanto richiede il raggiungimento di condizioni oggi impossibili, ma averla come meta da raggiungere è una speranza di governo data al mondo di oggi.

Bisogna che la politica si adegui, acquisendo idee e procedure adeguate, bisogna rinnovare la classe dirigente e che i nuovi dirigenti acquistino fiducia e speranza nella capacità dell’uomo di durare.
Vi è bisogno di chiarezza, di fede, di comunicare ai cittadini le mete da raggiungere e di guadagnarne i consensi.

Per correre bisogna credere nell’affidabilità del traguardo da raggiungere ed avere delle guide oneste e capaci.

In Italia si attendeva il ritorno di Prodi come l’occasione per un rinnovamento della politica. E che parecchi cominciassero a crederci emerse anche dalla partecipazione al voto delle primarie. Da allora pare che tutto sia andato alla rovescia. Non si è realizzato il dialogo continuo e complice con l’elettorato e la condivisione dichiarata di valori, io direi di fede civica, l’uno e l’altra necessari per rifondare l’Italia, la sua speranza di porsi in maniera equa e competitiva nel terzo millennio.
Equa vuol dire senza rinunzia alla sicurezza sociale; competitiva perché la competitività è essenziale, dato che oggi la nazione che non regge il confronto arretra a paese sottosviluppato in maniera inesorabile, con una marea di poveri ed un’oligarchia di ricchi, verso il modello di una nuova era di barbarie.
Né si è realizzata quella necessaria unione tra laici e cattolici che doveva essere il sostegno adeguato della nuova politica, motivandola con due umanesimi, quello cattolico e quello laico; né si è mantenuta quella essenziale indifferenza dei partiti nel campo delle questioni di principio, capace sia di attribuire, in maniera legittima e senza spirito di parte, alle coscienze libere dei singoli la competenza sui principi, sia di evitare quella conflittualità che, poi, ha contrapposto invece chiesa e maggioranza, fatto riduttivo delle speranze di successo della nuova proposta politica.

D’altro canto con la Finanziaria piove sul bagnato, né Prodi né Padoa-Schioppa si rassegnano a dimettere gli abiti professorali per chiarire e far comprendere il loro programma economico. Sarebbe giusto che, se gli italiani devono avere una missione da compiere, almeno sappiano, con limpida chiarezza, natura e contenuti della missione, per affrontare i sacrifici richiesti con una cognizione giustificativa.
Intanto non si capisce:

1) perché un povero docente che arriva ai 20.000 euro lordi debba pagare l’IRPEF non più al 23% ma al 27% ;

2) perché non debbano pagare, invece, quelli che si sono arricchiti;

3) la fine del TFR;

4) l’aumento dei ticket sanitari;

5) i tagli alla scuola ed alla formazione, in un paese, ed in regioni come quelle meridionali, dove l’educazione è l’unica speranza valida per combattere la malavita e la delinquenza minorile;

6) perché non si è prevista nessuna misura di incameramento a favore della nazione tutta delle ricchezze di provenienza malavitosa ;

7) la mancata tassazione delle rendite finanziarie;

8) la mancanza di coraggio e di determinazione nell’imporre il rispetto delle regole a chi, sistematicamente, le disattende. La riscoperta dell’etica civile, senza strascichi giudiziari, ma con rigorosa attuazione della norma amministrativa, susciterebbe entusiasmi e consensi, darebbe credito e concretezza alla politica, giustificando il potere e dando efficacia all’amministrazione di esso.

I politici ancora pensano che la suprema arte del compromesso salvi l’Italia. Non è vero, se non si arriverà alla chiarezza ed al consenso, l’Italia andrà a fondo.

13/10/2006
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