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Recensioni
Le sorprese della villeggiatura
di Anna Maria Siena
Una coppia borghese in villeggiatura; un professore universitario, scrittore per diletto, in visita; due suore bisbiglianti segreti e preghiere, una contessa decaduta, un sultano dal nome troiano, A-Stia’Nat con relativo segretario… tutti insieme, non certo appassionatamente, nella hall di un albergo, meglio, nella portineria della pensione ‘O Marechiaro’ che apprendiamo essere ‘a due stelle, ma a buon mercato’.

Il nome, allettante ma non determinante, può indurre in equivoco perché non ci troviamo dove le onde del mare s’arrevotano quando spunta la luna, ma a Genova e dall’esterno falciate di una luce d’acquario illuminano, in alternanza con l’ombra, gli ospiti in attesa di venir sistemati nelle rispettive camere dal gestore e dalla sua complessa famiglia.

Comincia fin dall’inizio il gioco degli scambi e degli equivoci, le dichiarazioni d’intenti che possono apparire ultimatum o blandi e inoffensivi ricatti.

Ecco intrecciarsi, nella luce cangiante dell’accogliente portineria, inaspettati guizzi di sincerità con sottili frecciate di insofferenze reciproche tra coppie, ospiti e padroni della pensione.

La tensione ha le sue punte massime, ma qualcosa sembra intervenire a dimensionare duetti e cori in limiti obbligati: la nonchalance, l’ironia, la satira che non è mai amara né feroce, ma garbata e puntualizzante finiscono col far sgonfiare come un palloncino colorato anche uno scambio di battute più vicino all’alterco che alla conversazione, specialmente nella coppia Mario-Carla, dove la par condicio è latitante.

Perché, se una pensione - a due stelle, ma a buon mercato - come spesso sottolinea il gestore, si chiama ‘O Marechiaro’, ma sta a Genova e il gestore si chiama Gennaro e le donne della famiglia passano da Addolorata a Crocifissa già le posizioni sono prese e gli squilibri assicurati.

Se poi la coppia in vacanza è per metà ostile a quanto è a sud del Po e il gestore Gennaro sciorina come una bandiera al sole la propria napoletanità e quella familiare e Napoli aleggia più lieve men lieve nei discorsi e nelle postazioni di ognuno, allora anche il titolo della commedia assume uno spessore più provocatorio che casuale.

Ma, al di là del sottile gioco di equivoci e di intrighi che si svolge tra i personaggi legandoli l’un l’altro come in una iridiscente tela di ragno, quel che colpisce della deliziosa performance è la coerenza stilistica e contenutistica, quella versatilità e arguzia alla Feydau che segnò un’epoca contagiando l’Europa e dando al termine ‘commedia’ un’identità non facilmente falsificabile, anche se continuamente aggredita da velleitari specialisti del genere…

Ma torniamo alla nostra Marechiaro genovese, alla vedovella che viene chiamata Crocifissa non perché ferita da stigmate miracolose, ma da un torbido lutto vedovile che trova nel sonnambulismo e in immaginari fantasmi il suo sfogo e il suo alibi.

Tensioni e scontenti, desideri taciuti, aspettative troppo a lungo sospese e un diffuso e vivace scontento sembra contagiare i protagonisti e renderli altri dal ruolo che rivestono.

La fantasia in continua ebollizione contagia anche i personaggi d’angolo, perfino la vocazione appena sbocciata di una novizia vien messa alla prova e così lo spirito di carità e di perdono delle due suore vaganti per le stanze.

La vasta gamma espressiva degli ospiti va dalla conversazione confidenziale alla protesta al litigio alla denunzia, il tutto percorso dal trasognato delirio della crocifissa in attesa di resurrezione.

Sentimenti, rancori, desideri proibiti, orizzonti di gloria, speranze di felicità: e attraverso le lame di sole dalle finestre, che certamente partono dal mare, ecco che si fa chiarezza anche nel piccolo mondo in cerca di tempi diversi o perduti o sperati e di luoghi con i quali sentirsi in sintonia.

Non sappiamo fino a che punto possa esser gradita la mmescafrancesca sanguinis tra Carla, la moglie supercritica del Sud del Po e i padroni di casa alla quale, quasi di botto, ci porta il finale.

Quel che avverte lo spettatore, alla fine, è di aver assistito a uno spettacolo dove regia, recitazione, coreografia e scenografia sono entrati tra loro in una sintonia difficilmente riscontrabile in commedie apparentemente semplici e sottilmente complesse come questa.

E avverte anche che per ottenere effetti scenici, applausi a scena aperta, risate nel buio e richieste di bis non sempre è necessaria quella grossolanità imperate che devasta buona parte del teatro di genere le cui cadute di stile e di tono sono, ahimè, quasi sempre fraintese dal pubblico che confonde lo spirito da caserma con quell’humour tanto sottile da levitare, tanto pungente da ricreare chi questo spirito sa crearlo ed esprimerlo.

Nella nostra pensione a due stelle e a buon mercato tutto ciò è stato ben presente e percepibile, sottolineato da quelle risatelle diffuse nel pubblico che ne sono l’autentica espressione della godibilità.

Tocco estremo di raffinatezza, l’assenza dei microfoni ha ridato alla voce la sua dignità, da troppo tempo perduta sui palcoscenici di teatri di prosa e perfino, a volte, di quelli lirici: che avrebbe detto Demostene, e il divino trittico che creò la tragedia, dinanzi alla attuale contraffazione della voce, massimo strumento espressivo del pathos e dell’ethos delle loro opere?

Avrebbero certamente convenuto con uno dei loro immensi discepoli: ‘Il resto è silenzio’, come dire: ‘meglio che vi stiate zitti.’

Alla regia di Pasquale di Cresce vanno riconosciuti molti dei meriti della buona riuscita dello spettacolo.

Tutti notevoli gli attori, da Sica e Malone, convincenti sorelle in Cristo, alle donne della famiglia (Lilia Chiosi, Carolina Atteni) allo straordinario capofamiglia e ideatore dello spettacolo, Alberto Angiuoni all’ineffabile Professore Caracciuolo di Gigi Porcelli.

Convincenti la Rosy Numeroso della contessa decaduta, Gino Turino e Maurizio Riccardi della coppia araba, la Carla di Gianna Cimmino che sembra infine disposta a far scendere il livello di accettabilità patria dal Po al Garigliano con buona pace del marito Mario, interpretato da un Giovanni Cimmino remissivo, compiacente, equilibrato quanto basta, straordinariamente calato nel suo non facile personaggio e che, galantemente, ha porto dopo lo spettacolo i confetti augurali al pubblico plaudente.

I costumi (ditta Bambino) hanno fatto la loro parte, attori a loro volta secondo il dettato della commedia dell’arte. Il corpo di ballo, diretto da Claudia Sales, ha completato lo spettacolo come un colpo di vento, contribuendo alla leggerezza di tono e di tocco della deliziosa rappresentazione, da non perdere e da non dimenticare.

24/12/2017
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