Cultura
Tre artisti “Senza titolo” per Lia
di Alessandra Giordano
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Instancabile Lia Rumma continua la sua ricerca nel contemporaneo per individuare nuovi talenti, a Milano come a Napoli, nel ricordo di un giovane marito-artista perso troppo presto.
E così, il 15 maggio scorso, ha inaugurato il suo spazio di via Vannella Gaetani (alle spalle di piazza Vittoria) con tre artisti trentenni che hanno però già percorso una consistente carriera.
Sono il napoletano Domenico Antonio Mancini, il leccese Michele Guido e il romagnolo Luca Monterastelli, che, incontratisi per la prima volta grazie a Lia, non hanno avuto però difficoltà a “capirsi”.
Nell'affollatissimo vernissage era difficile individuare i giovani espositori, ancora più difficile capire cosa andavano dicendo nel commentare il proprio lavoro.
Certo lo spazio-studio ricreato da Mancini, lasciava supporre una qualche convivenza dell’artista con la "casa-madre".
Disegnati con leggerezza sui muri dello studio ecco la memoria ricordava scaffali e alti ripiani con faldoni e libri, riprodotti in cartoncino bianco, rivivendo lo spazio così com’era, mentre le linee della struttura della porta d’ingresso venivano riprese tal quali a quelle dell’altra che la fronteggiava, con un segno nero, deciso ed ironico.
In un angolo, accanto alla finestra balcone che affaccia sul brulicante incrocio con via Domenico Morelli, una silhouette paziente, compostamente seduta, riproponeva la stessa Rumma, intagliata in una serie di cartoni sovrapposti quasi a numerare gli anni che inesorabilmente passano.
Non a caso questa mostra non ha un titolo.
Anzi c'è l'ha: “Senza titolo” è più di un titolo quando l'insieme degli artisti e delle opere proposte non hanno un legame facilmente intuibile. Come in questo caso.
Dal ricreare lo studio della Rumma alle sculture di “soli ossa e capelli” o “il peso di corpi morti” – gesso armato, legno e ferro - di Monterastelli fino alle foto dal sapore filosofico-matematico per finire al tempietto solitario, svettante e immacolato, opere queste di Michele Guido... qual'è il fil rouge che le unisce se non la nostalgica fantasia della memoria?
Una reinterpretazione della Galleria come piaceva a Lia?
Dopo un faticoso giro, tra amici e saluti, tra un tarallino e una mozzarella, un bicchiere di vino e una nocciolina, tra un dentro e un fuori su un delizioso terrazzino pieno di piante, lo sguardo si ferma colpito da una scultura che non teme la gravità e lascia davvero "sedotti": una ventina di vasi in ceramica variamente decorati con il bordo frastagliato da plastilina al naturale, senza colore, sono tenuti perpendicolarmente al muro, con cinture a mo’ di redini, ognuno di dimensioni e foggia diverse.
Ci si ferma attoniti e si guarda quel buco scuro, un orifizio che richiama altri meandri umani.
Il titolo? Glory hole... un lavoro che lo stesso Monterastelli definisce "pornografico"...
Accanto a questa incredibile installazione ce n'è un'altra che pure merita attenzione.
Si chiama la Camera degli sposi ed è formata da due piccole colonne, le due figure nuziali, il classico articolo "il", in gesso alabastrino armato, che si affacciano su una rampa da skateboard: il senso ironico verso le mode del momento è qui descritto con un sorriso.
“I tre artisti – scrive il curatore Marco Tagliaferro – intendono far risuonare quelle stanze sature di memorie, sedimentate nel tempo, innescando un’accelerazione improvvisa di significato per quei segni ivi custoditi”.
E ancora: “Un progetto interstiziale di mediazioni e legami fra contesti morfologicamente differenti, capaci di istituire fra loro forti relazioni in sezione verticale e orizzontale con gli strati del contesto culturale esaminato”.