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Sanità
Umanizzazione della Medicina - 1
di Aldo Bova *
Il senso della espressione Umanizzazione della Medicina ed umanizzazione dell’assistenza è che tutta la struttura che studia e cura le patologie degli uomini, quella ospedaliera e quella territoriale, deve sapere - e condividere - che al centro dell’attenzione c’è e ci deve essere la Persona Umana Ammalata.

Bisogna che ci sia consapevolezza:
  • che la struttura sanitaria esiste per accogliere, ospitare ed aiutare la Persona Umana sofferente, che è debole e fragile sotto il profilo fisico e psichico (in varia misura, naturalmente, a seconda dei casi - ma comunque è debole e fragile).
  • che al centro dell’attenzione della macchina per l’assistenza sanitaria non c’è e non deve esserci l’insieme degli operatori sanitari (medici e non) e tantomeno l’Azienda sanitaria o ospedaliera, ma deve esserci la Persona Umana sofferente.

Persona sofferente che non va vista come una macchina nella quale una componente non funziona, ma va vista nella sua completezza e nella sua realtà complessa ed affascinante di soggetto con una fisicità, ma anche con una cultura propria, con una psicologia propria, un carattere, con una condizione economico-sociale tutta sua, con una capacità relazionale particolare.

Va vista, sapendo che viene da un ambiente familiare e territoriale particolare.

Dinanzi a questa Persona è doveroso - ed utile - porsi con rispetto di tutti gli elementi detti, non per buonismo o per virtuosa dolcezza, ma perché è doveroso che la Persona Umana Medico si ponga con rispetto e buone condizioni empatiche dinanzi alla Persona Umana ammalata perché per comprendere al meglio una patologia, bisogna conoscere bene il paziente nella sua globalità, sapendo che non è una macchina rotta, ma è una persona con un problema di salute con tutte le caratteristiche suddette.

Sapendo che è indispensabile nel rapporto col paziente ascoltarlo, recepire elementi sulla sua storia personale, sulla sua storia clinica, capire le sue esigenze, i suoi desiderata e le sue aspettative, visitarlo bene e programmare insieme lo studio ed il trattamento della sua patologia.

È bene porsi con professionalità e con rapporto amicale da parte della struttura curante nei riguardi dell’ammalato.

Ma bisogna anche che l’ambiente della struttura curante abbia le risorse giuste per assicurare trattamenti adeguati ai tempi e con strumentazioni ed attrezzature adeguati ai tempi.

Qui entra in ballo l’opera dei centri decisionali, aziendali e regionali che, nel distribuire le risorse economiche, devono, nel preparare una programmazione operativa in relazione alle specificità dei vari Centri ospedalieri o comunque dei vari Centri di cura, fare in modo che ci siano risorse economiche per acquisire risorse tecnologiche e risorse umane con esperienza idonea, per affrontare con metodiche al passo dei tempi le patologie per cui si è scelta la propria specificità.

È importante che ci sia un confort alberghiero - Stanze con due letti massimo, con bagno, ben dipinte, con televisione e possibilmente linea telefonica in camera.

La buona ed idonea colorazione è importante ed utile, anche per la validità della cromoterapia, oramai documentata ed in tanti ambienti utilizzata.

Il confort deve essere rappresentato non solo dalla buona stanza di degenza, ma anche da ambienti accoglienti e belli per la reception ed accettazione in ospedale, per i collegamenti fra reparti e strutture varie, per gli ambulatori, per le attese agli ambulatori.

Un confort particolare va segnalato e curato per le famiglie dei pazienti che devono avere degli ambienti dignitosi dove stare, per sostare nel reparto di degenza del familiare o sostare in attesa di esecuzione di intervento chirurgico, o, comunque, sostare in ospedale per essere vicino fisicamente e psicologicamente al paziente in caso di degenza prolungata per motivi vari.

A tal proposito, bisogna prevedere una cappella per le esigenze religiose, una biblioteca, un bar ben fornito anche di cose da mangiare, se possibile, una mensa aperta ai dipendenti ed ai parenti degli ammalati.

È necessaria, negli ambienti di cura, un'accoglienza ed una condizione di orientamento e di guida del paziente che entra in una struttura senza conoscerla e senza sapere dove ed a chi rivolgersi per le sue esigenze.
Tanto più quando non si conosce la nostra lingua italiana.

Questa condizione di clima umano, in particolare nel rapporto medico-paziente e nel rapporto struttura ospitante e paziente, negli ultimi decenni si è andata riducendo per due ordini di motivi. Innanzitutto:

  • Per l'avanzata tecnologizzazione della Medicina che fornisce al medico delle apparecchiature che consentono di studiare al meglio l’ammalato sotto il profilo fisico, sotto il profilo di macchina umana, ma che generano una distanza notevole fra medico e paziente. Distanza che limita notevolmente il dialogo ed il rapporto diretto fra medico e paziente; e quindi, pone il paziente in una triste distanza dal curante che molte volte prepara diagnosi su immagini tecnologiche, senza proprio conoscere la persona interessata, senza conoscere la sua storia, i suoi sintomi. Fatto questo che crea mancanza di empatia, ma anche mancanza di dialogo e di conoscenza e che è anche pericoloso ai fini delle diagnosi che tante volte possono essere errate senza conoscere la condizione pratica e globale del paziente.
  • Ma oltre alla tecnologizzazione della medicina, un altro elemento che crea distanza fra medico e ammalato è la cattiva prassi che negli ultimi anni va caratterizzando la nostra categoria che, presa dai notevoli impegni quotidiani per le incombenze legislative che ci sono nel rapporto col paziente, da impegni di aggiornamento ed altro, non dedica attenzione a ciascun, dico ciascun paziente nella sua globalità di Persona Umana, come è giusto e doveroso che sia.
  • Altro ordine di motivo che allontana sotto il profilo umano il paziente dalla struttura ospitante e dal medico è la burocratizzazione esasperata e la valutazione economico-finanziaria dell’assistenza, di cui certamente bisogna tener conto. 

Questo crea le condizioni che fanno vedere e guardare in tanti casi il paziente come una patologia, come un numero e come un DRG, ma non come Persona.

Ciò crea freddezza, distanza, situazioni negative e non genera un ambiente umano, ma - anzi - disumano, non utile ai fini di ottenere la guarigione del paziente o, comunque, la sua cura.

1 - Continua



* Presidente Associazione Medici Cattolici Italiani di Napoli
Consigliere nazionale AMCI
Direttore U.O.C. di Ortopedia e Traumatologia Opedale San Gennaro - Napoli


19/5/2013
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