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Alla Targa Florio
(Scherzi del caso - 2)
di Giuseppe Pacileo
Sei giorni dopo il delitto Bellavia, il 15 maggio, Siragusa dirigeva il servizio d'ordine per la Targa Florio, tradizionale corsa d'auto su strada. Compiti del genere da tempo non gli toccavano, ma giusto la sera precedente il collega incaricato era caduto malamente da una scaletta, in casa, rovinandosi un ginocchio. Poteva, il nostro commissario, dir di no al signor questore che non riusciva a trovare altra soluzione?

La corsa aveva conosciuto tempi ben più gloriosi, al punto che tutta la zona del circuito l'avevano battezzata Floriopoli, nientemeno. Era la sessantunesima edizione e sarebbe stata l'ultima della formula originaria però alla partenza, ovviamente, nessuno poteva immaginarlo. Benito Ciuni, dal canto suo, ignorava che della sua vita gli restava solamente quell'ultima domenica.

Morirono in due, lui che stava fra gli spettatori e Gabriele Ciuti ch'era finito fuori strada con la sua Osella falciando la folla, subito dopo il rettilineo di Buonfornello. Ciuti e Ciuni, la differenza d'una lettera.., quando si dice il destino!
E non gli bastò, all'Orientatore degli umani eventi, la somiglianza dei due cognomi. Mentre il corpo di Benito veniva composto, un dialogo fra due signore fece drizzar le orecchie al dottor Siragusa, appena giunto sul luogo della tragedia: “Ma chiddu non è l'anello di Elena?” - Gesù! Mi pare pur'a mmia. E com'è c'u teni 'u mischineddu? No, non è possibbile, può essere ca ci sumigghia... - “Ma ti dico che è l'anello.., proprio chiddu. Elena s'u inntìa al dito grosso, pure col fermanello picchì lasco ci andava. Era di suo nonno Bernardo, lui ci ll'avia lassaato e io me lo rricordo benissimo. 'A mano tutta rugosa du vicchiareddu, allora io sei o sette anni avìa, e mi rricordo che sopra all'anello ci stava una doppia B.., Bernardo e 'u cognome, Bellavia. No no, non mi posso sbagliare”.

Il meschinello che portava infilato all'anulare destro l'inconfondibile BB era il fu Benito Ciuni. Filippo Siragusa si lanciò sulla pista come segugio che ha ritrovato l'usta. Il Ciuni, giornalista del maggior quotidiano cittadino, aveva avuto due passioni: la musica lirica e la sua rossa Alfa scoperta. Il poliziotto seguitò a scavare fino a raggiunger la certezza che se n'era aggiunta una terza, di passioni, l'ultima e la più ardente: Elena Bellavia.
Eccezionale risvolto della storia, la volubile signora doveva essersene proprio innamorata.
Siragusa ritenne di poterlo dedurre dal comportamento che la signora aveva tenuto, insolitamente riservato.

L'aitante giovanotto, bruno e slanciato, classe '37, era – appurò il commissario - più giovane di lei, che però portava benissimo i suoi quarantatré. La novità del colpo di fulmine chiariva perché la relazione fosse rimasta fra le quinte, laddove Elena amava comparire in proscenio esibendo l'amante in carica a mo' di trofeo.

Si spiegavano, a questo punto, anche il contagio lirico e il passaggio dell'anello dal dito medio femminile all'anulare maschile; ché poi come sistemazione era più logica per un anello da uomo, a parte che una delle B poteva significare Benito. L'altra per la signora innamorata voleva dir Bellissimo.

In realtà il Ciuni affascinava le donne, per il fisico attraente con in più un'ombra di malinconia perenne negli occhi grandi e neri ombreggiati da lunghe femminee ciglia.
Conseguenza, la malinconia, d'una giovinezza amara.., altro che “primavera di bellezza”!

Il padre, sfegatato fascista, volontario in Spagna e poi nel Corpo di Spedizione Italiano in Russia, 'sto papà egli l'aveva avuto a spizzichi.

La madre però gliene parlava come d'un eroe e il ragazzo se ne vantava; ma gli toccò piangerne anzitempo il definitivo arruolamento, per l'Aldilà.

Fabrizio Ciuni era ritornato nel '46, malconcio nel fisico e ancor più nel morale. Sfuggito alla morte nel gelo, ne fu preda al tepor di casa. Lasciò al figlio, appena decenne, poco felici ricordi e il nome - gli uni e l'altro ormai deteriorati – e inoltre la divisa con camicia nera, la Browning d'ordinanza con fodero e cinturone, il libretto di ufficiale, il distintivo PNF e l'elmetto con una piccola ammaccatura.

Sei mesi dopo piovve sul bagnato: se ne andò anche la mamma, e per Benito seguirono anni da brutto anatroccolo, in casa d'uno zio materno che lo trattava come “il figlio del fascista”.

Ce l'aveva fatta, comunque: la laurea, qualche anno da insegnante, infine il posto al giornale. Ma l'ombra di malinconia era rimasta, ed anche l'inclinazione al fatalismo, la poca voglia d'impuntarsi, con i suoi simili o con le vicende avverse.
Cupamente romantico, per le donne era una preda facile, oltre che ambita. L'avevano corteggiato in molte e con rapido successo, salvo poi stancarsi presto del suo lassismo.

Una però era riuscita a sposarselo. Un'altra, eccola qui la nostra Elena, se l'era preso, e non basta: ne aveva in qualche misura risvegliato la mascolinità. Non ci si riferisce solo alle doti amatorie ma pure alla personalità, per non dir della gioia di vivere: è probabile che Benito il Bellissimo stesse per la prima volta vivendo l'Amore con la maiuscola. Come lei.

Ma guarda un po' tu, 'sto fatto del bellissimo venne a saperlo anch'esso per caso, il nostro bravo commissario. Ora tutt'e due gli amanti erano morti, e don Federico non usava frequentare medium e tavoli ballerini; invece vedeva spesso Randazzo.., faceva comodo a entrambi, e Siragusa aveva casa non lontano dalla redazione.

Un tardo pomeriggio stavano pigliandosi la granita di caffè al bar Rosanero, sotto il giornale, e Siragusa meditava di portarsi a casa un po' di cannoli, grande specialità della ditta.

Un dolce, d'altro genere, gli arrivò dal confidente A &R, a quanto pare depositario d'un vasto assortimento: proprio a lui – rivelò - il defunto Ciuni certe volte raccontava del suo grande amore.
Senza far nomi, nella maniera più assoluta, - proseguì - ma con le vanterie che sogliono sfoderare i maschietti quando si pavoneggiano da conquistatori. Fra l'altro, aveva esibito un anello per potergli dire che la bella lo chiamava – ecco qua – “ il mio Benito Beddissimo”.

Ogni archeologo lo sa, senza un'anticchia di fortuna scaverebbe sì e no la metà. Ca quale anticchia? Il nostro commissario nato con la camicia era, e magari col pullover!

Perlomeno egli così pensava mentre Randazzo, tutto infervorato, proseguiva: che Benito molto riservato era, ma non soltanto a causa del carattere. Quella fimmina tremenda d'a mugghièra! Non gli dava rrequie. Telefonate una appresso all'altra.., le dicevano ch'era sceso al bar e lei lo cercava al bar. Il marito andava fuori per un servizio? Il guaio lo passavano all'albergo dove lui era sceso.
Gelosia morbosa.., divenuta feroce dopo l'incidente: uno schizzo d'olio bollente nell'occhio sinistro.., inutili tutt'i tentativi di recupero, pure a Barcellona dal famoso Barraquet.

Andava in giro con la ptosi palpebrale a sinistra, e col destro: “...dottore Sirragusa amico mio, Polifemo pare, così penso che era chiddu. E talìa pure storto.

Benito, mischino, ogni volta che gli rriusciva, al 'Massimo' se ne scappava, s'inventava ca Vice era lui, sostituto del critico musicale.
E meno male che a idda non ci piacev'a musica! Là s'innammorò cu 'sta fimmina, ma non mi riuscì di scoprire dove facevano i fatti loro, però sicuro dentro al teatro.

Sempre mi domandavo che iradiddio poteva succedere se 'a mugghiera... Una furia diventava, ogni volta ca ci veniva un sospetto, chiddu ci bbastava!
Poi però all'improvviso non ci andò più, dico Benito a teatro, e prima che terminava la stagione lirica”.

- E tu non ce lo spiasti, come mai...

- “Te lo dissi, tutto segreto era. Ora che ci penso, proprio nenti diceva più, di quella storia.., come una cosa che lo ddisturbava. O lei l'aveva lasciato, e pi cchistu stava niro a schizzo di seppia, o Michela avìa capito 'na quacche cosa.., Mah! Babbaluci a sucari e fimmine a vasari nun ponno mai saziari.. , io però dico che a sucari nenti si rrischia, mentre con le fimmine... Cu' certe specialmente...”

Il commissario non pensava più ai cannoli per moglie e figlia. Qualcosa gli girava in testa, ma... Prese congedo da Randazzo e dalle sue lumache da succhiare.., Randazzo sempre documentato, che stavolta però non sapeva.., proprio la tessera più importante gli mancava: chi era il grande amore dell'amico Benito.

Già, ma lui, Siragusa, l'inquirente ufficiale, a che ne stava? Appurato, due volte per caso, che la signora Bellavia s'era messa con qualcuno per amore, e come e quando e perché.., ca certo, un passetto avanti era fatto; ma chi l'avesse uccisa rimaneva un mistero.

Tanto per cominciare gli sarebbe bastato un perché. Ammesso, e concesso fino a un certo punto, che l'assassino fosse stato il Ciuni, ormai era fuori causa. Trovare prove.., è una parola! Randazzo però, con quella storia...

Camminava a testa bassa, le mani dietro il dorso. Camminava sempre, il dottor Siragusa, per pensare meglio diceva, e in realtà lo assorbivano tanto, le meditazioni, che se lo incrociavi ti capitava di doverti scansare per evitar la collisione.
Però, non conoscendolo, i più.., era tutto uno scusarsi, e pardon e via coi convenevoli d'uso.

Per ciò egli preferiva le strade e le ore di scarso traffico pedonale per darsi alle meditazioni peripatetiche, come le chiamava lui.

Sonavano le sette, di sera, quando due lampadine gli s'accesero contemporaneamente in testa: i cannoli che s'era scordato di prendere e la moglie gelosa.
Non sua moglie, Santa di nome e di fatto. Quella di Ciuni!

Si fermò di botto, e realizzò d'essere all'angolo fra via Castrofilippo e via Schiavuzzo, dove abitava.
Aveva pensato di passare per casa a mangiare un boccone prima di prender servizio, invece proseguì verso la Questura dopo aver avvisato Santa.

Dal suo portone alla Questura, in piazza Vittoria, c'erano dai millecinquecento ai duemila passi, cifre tonde e – s'intende – approssimative: meno, se andava di fretta; più, col passo da meditabondo che includeva una variazione continua e automatica impostagli dalla sua riluttanza, istintiva quanto inspiegabile, a poggiar piede sulle coperture metalliche dei tombini. Tutti li scansava, ormai senza pensarci, allungando il compasso delle gambe oppure scartando di lato.

Siragusa non aveva auto. Per il servizio c'erano quelle di servizio, in privato si moveva a piedi o sugli autobus. Santa s'era rifiutata, a intervalli regolari, di prender la patente: “Non voglia Iddio che scagno il freno e l'acceleratore! E poi con tutto 'stu traffico.., a mia impressione mi fa...”

Una famiglia di pedoni: “Muoversi fa bene al ricambio”, predicava Federico, e la moglie annuiva. Manuela, la figlia, sospirava l'arrivo dei quattordici anni per avanzar un'ardita richiesta di motorino, e intanto trottava appresso alla madre.

Siragusa comprò pane e milza da Garofalo. Il sole s'avviava a nascondersi dietro il monte Pellegrino - le sette e mezzo - quando entrò nella sua stanza, sovrappensiero al punto che si scordò di far la solita domanda, “Novità?” Posò il pacchetto e piantò i gomiti sulla scrivania pigliandosi le mascelle fra le mani e spingendo lo sguardo nel vuoto. “'U dutturi talìa int'u futuro”, ridacchiavano gli agenti dandosi di gomito, e non c'era verso, conoscendolo, che qualcuno gli rivolgesse la parola mentr'egli scrutava il futuro.
Semplicemente: non avrebbe risposto, ma neppure sentito.

Sì, perché no? Una gelosa pazza scopre la tresca, va a Mondello e spara. Dopo di che si mette a osservare il marito, il quale sta là come un morto, pure lui, ma non può parlare, sfogarsi, né con lei né con altri perché paventa rogne.
Con lei e con quelli che stanno cercando l'assassino.

Lo scruta che si tormenta, sei giorni uno scaricato addosso all'altro. Zitti e muti entrambi, chiusi in un apparente guscio d' indifferenza, mentre lui è disperato e lei si tortura: vorrebbe riuscir ad intuire e prevedere come andrà a finire.., e non trova il coraggio d'illudersi che lui riuscirà a rassegnarsi, prima o poi, e lei ce la farà in qualche modo a riprenderselo, che tutto tornerà come prima.

Chi sa, s'erano sposati per amore, lei certamente, ma chissà... Con quell'occhio però... E quando avevano bussato alla porta la domenica, probabile verso sera...

Se n'era uscito la mattina per andar a vedere quella corsa; più facile che volesse scappare - meditava il commissario - scapparsene di casa, lontano da quella.

Le aveva detto, di sicuro, che subito dopo andava al giornale. Interessante sarebbe stato, e illuminante forse, osservare la signora mentre l'informavano ch'era vedova. Quando già teneva sullo stomaco il fatto di Mondello.., ma proprio sicuro era che avesse sparato lei? Sapere, senz'altro possibile che sapesse di Elena amante del marito.., per sua scoperta o magari da pettegolezzi.
Di Elena trovata morta.., quello certissimo era: ormai mancavano solo i manifesti sui muri! In ogni caso, sarebbe stato interessante studiarne le reazioni: non per sadismo, si capisce, ma con la speranza di captare qualcosa, intuire i retropensieri.

Ca certo, come no? Peccato che fosse un ragionamento a posteriori, si disse, dunque appeso a una nuvola: quella domenica sera che cosa ne sapeva, il signor commissario, della moglie di Ciuni, di quanto era gelosa e persecutoria? ma come poteva saperlo prima dell'incontro con Randazzo? Nenti di nenti sapìa. Perciò pure se fosse andato di persona a informar della tragedia la vedova, non avrebbe avuto motivo di mettersi a scrutarla. Adesso però...

Sortì da quella specie di auto-ipnosi e allungò la sinistra verso il sobrio però gradevole pasto. Proprio allora s'avvicinò un agente, che s'era accorto del rientro nella realtà: “Ci sta una signora.., con Vossia vuole parlare, dottore”. Dietro di lui la signora, eccola già lì. La prima cosa che Siragusa notò fu l'occhio disastrato. Era la vedova Ciuni.

2 - continua
14/5/2013
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