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Scherzi del caso
di Giuseppe Pacileo
Che l'avessero uccisa, non esistevano dubbi: è molto improbabile che una donna sia morta per cause naturali se la trovi riversa sui fiori di un'aiuola nel giardino della sua villa alle sei di mattina: fu appunto a quell'ora che il giardiniere la vide per primo; specie poi se il terreno è irrorato di sangue e, rigirandola, la prima cosa che noti è la ferita sul collo, il foro d'entrata d'un proiettile.

La macchina era fuori sulla strada, accostata al muro di cinta, le chiavi nel cruscotto: s'intuiva che la signora era scesa per aprire il cancello e aveva incontrato l'omicida, con cui era entrata.., oppure n'era stata spinta all'interno.
Ora del decesso, fra la una e le due. L'aggressione tuttavia risaliva alle ultime ore della sera: la morte infatti era sopravvenuta per dissanguamento. Un colpo solo, e la pallottola s'era fermata, schiacciata contro una vertebra cervicale. Tutto chiaro per il medico, che peraltro – giusta obbligo per la confraternita dei medici legali in ogni angolo della Terra – non si astenne dalla formula di rito: “Potrò essere più preciso dopo l'autopsia”.., fosse una volta sola che non la tirassero fuori! La confraternita invece non ha l'abitudine di fornire aiutini di là dalla specifica sua competenza. A ciascuno il suo. Tutto chiaro pertanto, fatta salva l'autopsia, ma.., e il colpevole dell'ammazzatina? Là stava il busillis del commissario Federico Siragusa, rotto ad ogni sorta d'inchieste, sì, ma.., ma stavolta il caso si presentava difficile assai.

Delitto di mafia non pareva proprio per niente. La sullodata autopsia fornì un proiettile di pistola mai usata dalla mafia, e ci volle un bel po' prima d'appurare che l'aveva sparato una Browning 6,35, fabbricata in Belgio agl'inizi del '900, un'arma in dotazione agli ufficiali italiani quel tempo che fu; un aggeggio vecchio e desueto, figuriamoci s'era pensabile che potesse averla usata un mafioso.
A meno che, in contrasto con l'abitudine di firmare le ammazzatine, non si fosse deciso – chi sa chi e chi sa perché - di mettersi in maschera.
Un'ipotesi del genere andava bene anche per spiegare il lavoro – così appariva e fors'appunto così voleva apparire - da dilettanti, da gente senz'alcuna pratica: spari all'impazzata, visto che un colpo solo era andato a segno.., unico però mortale.., mentre s'erano trovate altre quattro pallottole, una nel tronco della grande palma al centro dell'aiuola, le altre sul muro di cinta, all'interno. Se non era dipeso dallo stato della vetusta pistola... Mah!

La sparatoria.., nessuno aveva sentito, e almeno ciò iscriveva il fatto nella normalità. Una cameriera dormiva al piano ammezzato, ma dalla parte opposta della villa. Nei dintorni.., ma chi vuoi che di sera tardi, da quelle parti, esca e si metta a indagare se e quando veramente ha sentito colpi di pistola? E poi, colpi di pistola erano stati, non cannonate.

Un movente.., il cancello era stata lei ad aprirlo – aveva l'intenzione e la chiave - e nella villa nessuno aveva tentato d'entrare; solo con le chiavi avrebbe potuto farlo senza lasciar tracce di scasso, e null'altro denunciava che vi fosse stato un tentativo di arrubbatina. Intorno al collo insanguinato della signora c'era il filo di perle, intatto, più di centomila lire nella borsetta. Le vesti apparivano in ordine, come i capelli, quindi andava scartato anche il tentativo di stupro, magari ad opera d'uno squilibrato.
Gira e rigira, restava la vendetta. Vale a dire, un ginepraio. E già, perché la vita della signora Elena Bellavia risultava – non soltanto alla polizia – piuttosto movimentata, diciamo così. Nulla d'illecito, sia chiaro, ma un'irrequietezza, una voglia d'esibirsi, una volubilità che la spingevano in molti e differenti ambienti, con atteggiamenti e comportamenti spregiudicati; anche, se non soprattutto, nel portare fino in fondo i rapporti che riteneva utili. Per sé, va da sé.
Inevitabile, che nel giro del perbenismo ufficiale si fosse garantita la qualifica irrevocabile di puttana o, come capitava, buttana. Voce sussurrata, però, e senza che si potesse, salvo rari casi, dare l'ostracismo: perché i maschi sono quel che sono e ad una bella donna, disponibile, possono mai mancare le amicizie altolocate o in qualche modo potenti?

Quanto di lei si spettegolava, la signora lo calpestava col suo passo sicuro e sensuale: slanciata, più alta della media meridionale d'allora, era perfino bionda naturale, come in Sicilia talvolta ne incontri, discendenti di nordici occupanti, qualora non si voglia addirittua risalire ai lontanissimi Achei, bedda matri! Nella sua villa di Mondello riceveva spesso e sontuosamente, dato che disponeva di molto danaro e...
E insomma una grossa rogna, fra pressioni di personaggi influenti ed echi della voce pubblica, giacché fra la gente l'evento continuava a suscitare un interesse morboso.
Quando fanno fuori un poveraccio qualunque, la notizia regge uno o due giorni, se pure. Ma Elena Bellavia era Elena Bellavia, donna bella su di una brutta china, ricca ereditiera e puttana.

Si rammentava ancora, il dottor Siragusa, di quella volta che s'era dovuto precipitare a casa del professor Lentini, pace all'anima sua, perché una scema di cameriera aveva telefonato che morto ammazzato era, il professore; laddove il referto medico un arresto cardiaco certificò.
Tuttavia 'a cammarera in un secondo momento risultò tutt'altro che scema. Il poliziotto e il giornalista - di quelli che una volta praticavano lo sport di andar a vedere - in comune hanno l'esser calamite: o così o cosà, le notizie e specie i pettegolezzi vanno ad attaccarglisi addosso.
Fu così che in contemporanea o quasi, il dottor Pippo Randazzo, cronista di nera, e il dottor Federico Siragusa, commissario della P.S., raggiunsero la certezza che Alfio Lentini, magna pars della Medicina in città e - sempre pace eterna all'anima sua - effettivamente morto ammazzato era, sia pure perché il cuore l'aveva mollato.
Sì, arresto cardiaco, ma l'ultima parte della vita senz'alcun dubbio gliel'aveva succhiata via un trattamento, di solito graditissimo, che però egli, già ben oltre i settanta, non avrebbe dovuto più permettersi. Il medico autore del referto aveva intuito, forse, oppure proprio capito.., comunque se l'era tenuto dentro per riguardo verso il defunto luminare e collega.
La furba scema invece rivelò, con l'aria svagata di lasciarselo sfuggire, quanto bastava per risalire all'identità di chi aveva praticato la mortifera operazione. Non incriminabile, certo. Chiacchierabile invece.., oh se la chiacchierarono, e in larghissimo giro!

Al funerale non comparve, ma sol perché era già volata via, a Roma. Fare la presidentessa delle crocerossine già da un po' non l'interessava più.
Adesso era il turno dei cavalli.., nel senso che s'era messa a frequentare gl'ippodromi. La Favorita non poteva bastarle, mentre nella Capitale si correva alle Capannelle come a Tor di Valle, per non dir che bastava appena qualche ora per raggiungere Agnano, le Cascine, le Mulina, l'Arcoveggio. S'era fatto il quadro completo.
Affascinata dalla monta, per assistervi si faceva scortare dal nuovo amico, il gentleman che, dopo, usava come stallone. Di cavalli e cavallari, tutto volle conoscere in quel periodo; con lo stesso criterio per cui, all'epoca della relazione con Lentini, s'era preso il diploma di crocerossina, avanzando poi la pretesa di dar consigli medici.
Oppure come quando, diciottenne, tutta presa dalla pallacanestro, aveva incontrato gran fascino nei calzoncini d'un cestista, notevole per la lunghezza e basta.
Giocava pure lei.., nel senso ch'era riuscita ad infilarsi nella squadra femminile. Rendeva poco, quindi le toccava far molta panchina; però dalle tribune la fauna maschile l'invocava, ne esigeva l'entrata in campo. Detto meglio, in scena: “Canestri pochi ne fa, ma tiene un paniere!..” (il tifo, si sa, non è aduso a espressioni raffinate).

Se crediamo nella reincarnazione, Elena Bellavia – oltre che l'avvenenza materna ed i cospicui beni di famiglia - aveva ereditato chissà come lo spirito di “Dùscecka”, però alla rovescia. Per chiarire: quando l'”Animuccia bella” di Anton Cechov s'affezionava – pure a quella lì succedeva di continuo - aderiva di volta in volta alla personalità del nuovo prescelto; s'immedesimava nelle di lui difficoltà, e ne soffriva, e ne parlava in tono competente.., fosse un marito, un amico, un ragazzo.
Elena invece, una volta incapricciatasi di qualche argomento o campo d'azione, apriva la caccia al compagno più adatto a introdurla in quel giro.
Dettaglio en passant: intorno ai vent'anni era passata per il matrimonio: sposo nobile belloccio squatrinato. Un mese di passione, uno di calma apparente, il terzo di furibondi litigi. Il sangue blu del barone risultava allergico alle corna.

Sarebbe un lavoro improbo, e in qualche misura anche monotono, presentare alla maniera d'una serva Leporella “il catalogo degli uomini che amò la padrona mia”.
Non raggiunse, Elena, le cifre di don Giovanni Tenorio, ma si tenne alta in classifica. Soltanto una volta, pare, non fu lei a scegliere: quando le mise addosso gli occhi, e poi le mani, un uomo d'onore. Raccontarono, le immancabili voci, di vari anni vissuti da concubina di clausura, monogama e fedele per ben comprensibile caautela. Mai che durante quel periodo la si fosse vista in giro senza la scorta d'una donna tutta in nero, comunque di rado assai e mai al seguito del suo signore e padrone. Attendeva docile, in casa, che a lui saltasse l'uzzolo di farle visita; cosa che accadeva con netevole frequenza.

Il feroce ironico contrappasso ebbe termine solo per la repentina sparizione del boss: forse finito nel cemento armato, forse ai pesci, ma più probabilmente - si vociferava - a causa di urgenze sue sincronizzate con altre, adiacenti, della Procura. Se n'era volato agli antipodi, dicevano, per farsi laggiù una nuova vita.

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Epigono un tantino sbiadito di Javert, Federico Siragusa non dimenticava alcun caso e tanto meno le persone implicate, anche se non v'era più motivo o una sia pur flebile possibilità d'indagare.
Egli sistemava nel cervello, come in un archivio privato, tutto ciò ch'era riuscito ad accertare, dati, fatti, immagini.
Il personaggio Elena Bellavia, da tempo rientrata in patria dopo l'intermezzo romano, in assenza di piste si mise a studiarlo in archivio.

Una volta chiuso il capitolo cavallaro, che dirizzone aveva preso, quella femmina irrequieta? Il calcio, ecco qua, per un paio di mesi l'allenatore dall'occhio ceruleo, ex-calciatore.., ma lo avevano esonerato, da un pezzo era tornato sul continente. Inoltre la signora s'era lasciato sfuggire, in confidenza, d'esserne rimasta delusa.., ma non per gli stessi motivi del presidente della squadra in rosanero, il quale pretendeva di vincere sempre.., almeno le partite alla “Favorita”!

Per un po' l'avevano vista bazzicare il teatro “Massimo”, e in quel periodo la si sentiva disquisire di melodia belliniana, dei do di petto oppur di testa... Addirittura del perigordino nel prim'atto del Rigoletto.., ma che minchia sarà, 'stu perrigordino?

Rigoletto a parte, doveva tuttavia esser stato un interludio senza turnista in alcova; o comunque al commissario non riuscì d'identificarne uno, e a quel punto s'aperse un buco nero, dal quale poi col tempo e con la paglia sarebbe emerso un seguito del giallo. Non la soluzione certa.

1 - continua
10/5/2013
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