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Ecuba senza tragedia
Cerciello e il mattatoio delle coscienze al teatro Mercadante
di Emanuela Cicoira
Quell’umanità che nel V secolo avanti Cristo trasferì nel rito collettivo del teatro greco il senso tragico dell’esistenza umana, oggi, dirla “lontana”, suona addirittura banale.

Non è solo lontana, come la definisce Carlo Cerciello, regista dell’“Ecuba” senza tragedia da ieri solennemente in scena al Mercadante, dopo l’esordio estivo al Napoli Teatro Festival; è addirittura un’altra, tanto ci sono estranee le condizioni attraverso cui quel Teatro (che oggi si chiama Spettacolo) “purificava” l’animo sbattendogli in faccia i propri orrori – i quali, magari, nella sostanza sono gli stessi…

Pensiamo a una delle interpretazioni più accreditate sulle origini della tragedia greca, assimilabile all’etimologia della parola stessa, trágos (capro) e á(i)dô (canto): “canto del capro”, cioè l’offerta sacrificale di un animale a un dio. E pensiamo all’“Ecuba” di Euripide, in cui l’assassinio di una ragazza innocente – oggi “sacrificio” appare assurdamente senza senso – fa impazzire una povera madre che sta perdendo tutti e cinquanta i figli, insieme alla libertà. Un rito nella sostanza (la tragedia in sé); un rito inserito nel nucleo narrativo della trama.

Ora pensiamo a noi, al nostro comune concetto di teatro, sintetizzabile in biglietto, sipario e poltroncine rosse… Per i Greci, la rappresentazione della morte e delle passioni umane si caricava di quel peso tragico da cui scaturiva la “catarsi” – caro vecchio buon Aristotele!…

Che cosa vogliamo “catartizzare” noi, assuefatti alle immagini di guerra e di violenza, schiavi del… (una volta si diceva “tubo catodico”, adesso è demodé)… ok, dei cristalli liquidi ad alta risoluzione, nel tempo della svalutazione iconografica della sofferenza e delle stragi? Ed ecco il senso dell’allestimento di “Ecuba” oggi, secondo Carlo Cerciello.

Il quale parte dal principio di sottrazione magistralmente espresso nel concetto di “tragica assenza di tragedia” riportato nelle note di regia. Molto molto semplicemente, vale a dire: togliamo all’uccisione sacrificale il senso tragico che aveva per i Greci – oggi non lo afferriamo più. Togliamogli anche la rappresentazione della morte – oggi non ci impressiona più. Resta la fredda macelleria delle scene di Roberto Crea, con le piastrelle bianche alle pareti, un tavolaccio da obitorio al centro (asettico fantasma di un’ara), e corpi morti appesi come quarti di bue in mezzo a Greci vestiti da borghesi moderni e Troiane vestite… da Troiane.

È in questo contrasto che si universalizza la tragedia, “svuotata”, ormai fuori dalla storia. Essa si riduce al dolore tutto umano di una madre che vede morire due figli in rapida successione: Polissena (la brava Daniela Vitale), immolata dai Greci sulla tomba di Achille per propiziare una partenza osteggiata dai venti contrari, e Polidoro, ucciso per avidità di denaro dal re di Tracia Polimestore, a cui il padre Priamo lo aveva affidato.

Vittima della guerra e privata della libertà e dell’autorità di un tempo, Ecuba/Isa Danieli, la regina decaduta, vedova del re di Troia, diventa un simbolo dell’assurdità dell’esistenza – la quale è già di per sé una tragedia…

Così, sospesa tra la solennità di un mito – il testo euripideo, le tuniche degli antichi, i gesti da teatro classico, la presenza delle tre, affiatatissime coreute (Imma Villa, Autilia Ranieri, Caterina Pontrandolfo) – e la quotidianità di un dialogare disinvolto e cinico – il piglio interpretativo dei carnefici, Polimestore, Agamennone, Taltibio e Odisseo – la tragedia classica, signori, puff! non plus.

Permangono l’orrore dell’ingiustizia, il dramma della guerra, la disperazione della perdita, l’atrocità della vendetta…

E se non fanno specie né gli Achei-macellai, coi grembiuli imbrattati di sangue, né i corpi morti in scena, abbandonati, appesi, trattati come fossero le parti indicate in greco della sagoma luminosa di una mucca, gigante mappa atomica sul fondale nero, l’urlo senza voce dell’immensa Isa Danieli – che ne parlamm’ a fa’… – di fronte al candido Polidoro nudo di Raffaele Ausiello, quello sì: togliendo all’eterna eroina euripidea ogni traccia di deja vu, scuote le coscienze narcotizzate dell’oggi. E, in un’Ecuba “diversamente tragica”, l’emozione sua e nostra è la nuova catarsi.

Al teatro Mercadante di Napoli fino al 14 marzo.

4/3/2010
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