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Cultura
Pittori del Seicento napoletano
Artisti stranieri attivi a Napoli - terza parte
di Achille Della Ragione
Nel 1613 era giunto a Roma un giovane destinato a grandi cose: Pietro Berrettini da Cortona, languido cantore di dolci sere d’estate, di ciocche brune che si intrecciano su candide nuche di donna. Egli darà un nuovo e fecondo impulso alla ricerca dei valori cromatici, attraverso uno studio ed una profonda riflessione sull’insegnamento dei Veneti, divenendo così uno dei maggiori interpreti del barocco romano, che sarà esaltazione del colore, espressione del virtuosismo come teatralità, fluido movimento delle figure e straordinaria leggerezza del tocco. Egli sul palcoscenico romano, il più vivo, il più articolato e ricco di esperienza del tempo in Europa, formicolante fucina di artisti e maniere diverse, superò i residui del classicismo bolognese, portatovi da Annibale Carracci e da Guido Reni e del naturalismo del Caravaggio e dei suoi numerosi seguaci italiani e stranieri e cambiò «faccia allo stile del dipingere» come giustamente proclamava Giovan Battista Passeri, il suo maggiore biografo. Ma quel «fracasso», quelle «licenze» e «ondulazioni», quei «frastagli», quella eccessiva molteplicità di figure, erano l’espressione di un mutamento profondo nel gusto della società del tempo o, per essere più precisi, delle sue classi dominanti.

Il nuovo verbo, sfarzoso ed illusivo, frenesia di colore e tripudio di forme librate nell’aria, si irradiò per tutta la penisola e giunse anche a Napoli, attraverso sue realizzazioni e per mezzo dei viaggi culturali che i pittori napoletani eseguivano periodicamente a Roma. Il Giordano è l’artista che ha contratto il maggior debito verso il Berrettini, da cui accoglie formule e soluzioni compositive; l’ecclettismo della sua ispirazione pittorica ed il suo sfrenato talento di colorista vanno ricondotte nell’orbita dell’influsso del neo venetismo romano di cui è paladino Pietro da Cortona, oltre che nello studio e nell’assimilazione della grande lezione dei cinquecentisti veneziani, in specie di Paolo Veronese.

Un esempio paradigmatico dell’attenzione rivolta dal Giordano ai prototipi dell’attività cortonesca possiamo osservarlo nel Sant'Alessio della chiesa del Purgatorio ad Arco, derivazione lampante della tela eseguita a Roma dal Berrettini nel 1638 e quindi inviata a Napoli alla chiesa dei Girolamini, dove costituì uno dei primi esempi di barocco.
In seguito anche Francesco Solimena dopo gli anni Ottanta seppe produrre risultati di nuova ed esaltante bellezza pittorica, attraverso l’originale ripresa e la brillante sintesi di formule e soluzioni degli esempi di Pietro da Cortona.

In precedenza abbiamo accennato al ruolo della pittura genovese, il cui apporto come tramite per la diffusione del linguaggio vandychiano nell’area napoletana non è da sottovalutare.
A tal proposito dobbiamo inquadrare la figura di Domenico Fiasella che, come ci ricorda il biografo Ratti, inviò molte sue opere a Napoli per adornare la chiesa della sua nazione, San Giorgio dei Genovesi, rimaneggiata nel 1620, che fino a pochi anni fa conservava due sue tele, oggi alla Pietà dei Turchini, la Crocifissione e la Madonna regina, che fu anche esposta alla mostra sulla Civiltà del ’600.

I rapporti culturali tra Napoli e Genova in entrambe le direzioni sono stati investigati negli ultimi anni da Pacelli, che ha fornito l’inventario della quadreria di Marcantonio Doria e ha documentato che molti artisti napoletani quali Battistello, Ribera, Azzolino e Santafede inviarono numerose loro opere a Genova ed alcuni di essi, come il Caracciolo soggiornarono nella città ligure, per committenza e studio. Di recente Pesenti ha ipotizzato un soggiorno a Napoli di Orazio De Ferrari. È così ragionevole ipotizzare che tramite questi pittori, in aggiunta alle tele inviateci da artisti genovesi, tra cui il Fiasella, giungesse a noi il luminoso messaggio del grande anversano, a lungo attivo in quella città ed anche le novità cromatiche del Rubens, del quale numerose tele si conservavano non solo nelle corti nobiliari, ma anche in numerose chiese di Genova.

In quegli anni Napoli è una città protagonista in ogni settore ed intesse rapporti commerciali con tutto il Mediterraneo. Il grande impulso impresso alle attività mercantili aveva indotto molti forestieri a venire da noi per intraprendere commerci ed aprire uffici di rappresentanza.

«Lombardi, genovesi, fiorentini, fiamminghi, siciliani, mercanti, artigiani nei vari ambiti di attività, artisti, cambiavalute e banchieri, tutti si stabilirono nel cuore della Napoli secentesca, diventando un punto di riferimento. Questi forestieri si ritrovavano intorno alla chiesa della loro comunità, che arricchivano con opere commissionate nella patria di origine o fatte eseguire in loco da artisti che condividevano aspetti della loro cultura» (Pacelli).
I genovesi, uniti intorno alla loro chiesa di San Giorgio nell’attuale via Medina, commissionarono opere ai loro connazionali, principalmente al Fiasella, o ad artisti come il Caracciolo, che aveva soggiornato nella loro città.

Il Fiasella negli anni Trenta, dopo la partenza dello Strozzi e del Castiglione, divenne a Genova il pittore più importante, con numerosi allievi, alcuni dei quali divennero famosi come Valerio Castello, Domenico Piola e Gregorio De Ferrari e dalla sua bottega inviava opere a Napoli, Messina, in Spagna e dovunque ci fossero comunità di suoi concittadini.

La corrente pittoricistica che prende quota a Napoli nella seconda metà degli anni Trenta, oltre ai modelli del Van Dyck e del neo venetismo, trae spunto dal lavoro incessante di Pieter Paul Rubens, l’artista più spettacolare e rappresentativo del gusto barocco, il cui messaggio gioioso ed irrefrenabile si irradia su tutta la pittura europea.
Nel 1640 giunge a Napoli nella collezione di Gaspare Romer il suo Banchetto di Erode, oggi ad Edimburgo, gemma della National Gallery of Scotland in un tripudio di colori, una musica soffusa nella fermentante vitalità degli accordi cromatici.

Il De Dominici ci parla dell’influsso che questo dipinto ebbe sul Cavallino che «accorso con altri pittori per vedere cosa di cui erasi sparsa così gran fama, e tanto bella gli parve, che quasi incantato dalla magia di que’ vivi e sanguigni colori con meravigliosa maestria adoperati, si propose imitarla».
È da questa pittura, luminosa e dilagante, che nascerà quella barocca, che troverà negli anni a venire in Luca Giordano il protagonista assoluto.

E diamo di nuovo la parola al De Dominici il quale ci rammenta che nelle case dei più grandi collezionisti napoletani, abitualmente frequentate dal Giordano, era possibile ammirare capolavori del Rubens: «opera non mai abbastanza lodata, essendo dipinta col più vivo colore che mai adoperasse quell’ammirabile pittore».
Il messaggio del Rubens, che da Venezia a Genova, città dove visse più a lungo, si irradiò per tutta la penisola, fu pregno di novità: intensità, calore e ricchezza cromatica, briosità di esecuzione, abbandono del chiaroscuro a vantaggio di colori vivi e vibranti di luce che cangiando muta i colori, caldi e ricchi di materia, massima libertà di esecuzione, con una pennellata grassa e fluida.

Tutti questi caratteri furono lentamente assimilati da generazioni di pittori, che ne fecero parte integrante della propria cifra stilistica.
L’adesione a questi nuovi messaggi linguistici da parte dell’ambiente artistico napoletano non significò un rifiuto della precedente esperienza naturalista bensì un arricchimento culturale ed un’occasione per sperimentare nuovi mezzi espressivi più ricchi e variegati, in grado di esprimere i sentimenti e le emozioni più profonde, in un clima di cordiale comunicatività e di naturalezza espressiva.

I soggiorni a Roma, anche brevi, erano frequenti e tutti gli artisti tornavano dalla città eterna con negli occhi un mondo tumultante di immagini in volo vorticoso negli spazi illusori di cieli infiniti, tra il dilagare di luci solari e di materie preziose.

Nell’aria si respiravano le creazioni dai colori squillanti che Rubens, tra una missione diplomatica e l’altra, ci donava, immagini di gioia, archetipo di mondi di felicità travolgente o si potevano ammirare le solenni composizioni di Poussin immerse in una calma serafica di un mondo regolato da leggi al di fuori del tempo e dello spazio; ma questa è la meraviglia dell’arte che ci offre il conforto di grandi certezze, di punti di riferimento sereni e sicuri e, nello stesso tempo, lascia libero spazio alla fantasia ed alla sensibilità di ciascuno di noi nel percepire il messaggio che l’artista ci invia e ci invita a raccogliere.

(continua)

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1/3/2010
  
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