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Spettacoli
"L’ebreo"
Al Teatro Bellini il debutto sulle scene di Ornella Muti
Da martedì 9 febbraio arriva al Teatro Bellini l’attesissimo “L’ebreo”, testo scritto da Gianni Clementi (Premio E.T.I. 2007) per la regia di Enrico Maria Lamanna, che vede il debutto sulle scene di una delle figure femminili più affascinanti dello spettacolo italiano, Ornella Muti.

Ornella Muti, Pino Quartullo, Emilio Bonucci
in
L’ebreo
di Gianni Clementi

regia
Enrico Maria Lamanna

Negli anni ’40, con l’entrata in vigore delle leggi sulla discriminazione razziale, emanate dal regime fascista, molti ebrei, presagendo un destino incerto, avevano pensato di mettere al riparo i loro beni, da presumibili espropri, intestando le loro proprietà a prestanome fidati di razza ariana. Marcello Consalvi, al tempo oscuro ragioniere, è stato uno dei fortunati beneficiari. Il suo Padrone gli ha intestato tutte le proprietà. E’ ricco e vive con la moglie Immacolata nello splendido appartamento borghese del Padrone nel ghetto ebreo di Roma. La vita borghese della coppia è improvvisamente sconvolta dal ritorno, dopo 13 anni, del vecchio proprietario, che bussa alla loro porta.

“L’Ebreo” nasce dal desiderio, partendo da un fatto poco frequentato storicamente e teatralmente, di indagare, per l’ennesima volta, l’animo umano. E specificatamente il grado di aberrazione che un essere umano può raggiungere pur di non rinunciare ai suoi privilegi. Certo, in quanto ad aberrazione, la storia contemporanea non teme confronti. La scrivo volutamente con la “s” minuscola questa storia, probabilmente perché vivendola in prima persona non ho di conseguenza avuto l’opportunità di somatizzarla. Ma la percezione che si ha di questi nostri anni tanto “piccoli” e tanto volgari, è talmente fastidiosa da provocare spesso una voglia,  più che di digestione, di esorcismo.

Scriverne non è facile. Ricercare poi poesia in questa “storia” è davvero impresa impossibile. Poesia, spesso tragica, che al contrario si respira frequentemente nella “Storia”, con la “S” ‘stavolta sì maiuscola. La II guerra mondiale, ad esempio, ormai somatizzata e  sedimentata al punto da non costituire più un monito per le generazioni più giovani, assume per questo tentativo, l’aspetto di una vera e propria esigenza drammaturgica. Infatti, anche se è solo il ricordo della Guerra e delle atrocità degli anni ‘40 ad essere evocato ne “l’Ebreo”, ciò credo basti a riempire di significato altro l’invenzione della trama. La piccola storia di una coppia travolta dall’evento, tanto temuto, quanto atteso. Il tentativo di descrivere il progressivo deteriorarsi della certezza in una sorta di accidia, per quanto concerne il personaggio maschile, e da una vera e propria incredulità, che non tarda a trasformarsi in rabbia ed ira, ad obnubilare il personaggio femminile. La scelta espressiva del “romano” per raccontare tutto ciò, si inquadra, prima che in un percorso personale, nell’esigenza di proporre un’ambientazione ideale (Il Ghetto di Roma) e mettere in risalto le qualità/difetti dei protagonisti. E, a dispetto dei sacrosanti pregiudizi verso un uso/abuso cabarettaro-televisivo del linguaggio romano, in questo specifico caso, credo sia la lingua giusta per esaltare in senso teatrale il cinismo e la follia dei nostri protagonisti.

Gianni Clementi

Note di regia di Enrico Maria Lamanna

Era l’anno della nevicata a Roma, quella del ‘56, anno in cui prende corpo la storia de L’Ebreo, premio Siae – Eti – Agis  scritto da Gianni Clementi.

Era da un po’ che io e Gianni ci inseguivamo: quel suo saper raccontare storie, semplicemente storie, quel suo amore verso il dialetto romano, alzato finalmente a lingua, erede di Monicelli, Risi, ma ancor più di Age e Scarpelli e di Suso Cecchi D’Amico.

E così, io che amo la drammaturgia contemporanea, sempre pronto a creare i classici del 2000, resto folgorato da Gianni e parto con L’Ebreo. E ne ricreo i sapori, le atmosfere di una Roma che fu, quella del ’56 appunto, nel pieno dopoguerra, ma dove però la capitale era in mano ad una classe di “cafoni arricchiti”, che vivevano di usura e di proprietà usurpate o acquisite dagli ebrei padroni di palazzine per la città di Roma e nel ghetto, che lasciavano in consegna alla servitù i propri averi prima di essere deportati, con l’impegno di riaverli al ritorno. Molti non sono tornati, pochi sì. Ed ecco la storia di Clementi: cosa succede se improvvisamente una famiglia proletaria si trova proprietaria di svariati beni, e la ricchezza li rende avidi, cattivi e sciacalli, che cosa succede se sempre improvvisamente si ripresenta l’Ebreo, legittimo proprietario, a richiedere dopo 13 anni i propri averi?

Mi trovo ora a dirigere Ornella Muti, al suo debutto teatrale. Per Ornella alias Francesca alias Immacolata (la protagonista) trovo un registro popolare, violento, arrabbiato, e se in Notturno di donna con ospiti di Ruccello l’Adriana di Giuliana De Sio al finale rivelava una Medea metropolitana, qui l’Immacolata di Ornella, sotto la neve che imbianca la capitale, rivela una lady Macbeth de nonatri, dolorosa e folle, vendicativa e selvaggia.

Con grande umiltà, Ornella ha indossato i panni di Immacolata, lasciandosi guidare nel dedalo ironico-tragico del personaggio pronto a tutto.

Grazie, Ornella, di avermi dato l’onore di portarti fin qui, e di avermi fatto aprire, durante le nostre sessioni, porte dentro di te chiuse.

Accanto a lei Emilio Bonucci, già da me diretto ne La formula, attore straordinario, modernissimo, generoso. Allora si trovava a battezzare il debutto di Rosalinda Celentano, ora di Ornella Muti, nel ruolo del marito debole, sciatto, solo, nostalgico.

E infine Pino Quartullo, regista – attore, ma soprattutto amico. Da tempo ci inseguivamo, ed ora eccoci qui. Io e lui, registi di un’epoca difficile, ma che ripaga con questi incontri, Lui è Tito, idraulico, amico di famiglia, simpatico, rozzo.

E se il marito rappresenta una Roma che fu, e Tito una Roma naif forte e greve, Immacolata è certamente il nuovo che avanza, che perde il concetto di valori e si accanisce anche contro se stessa.

E il percorso sonoro di questo spettacolo ci porta attraverso un film in bianco e nero, un po’ del tipo Poveri ma belli, ma anche un film dove Immacolata diventa pure una creatura della cinematografia di Aldrich degli anni ’60, e penso alla perfidia di Olivia De Havilland in Piano, piano, dolce Carlotta, ma dove riecheggia, invece, l’urlo della Magnani «Francesco!... Francesco!...», l’urlo della sopravvivenza.

A Giuliana, la mia amica di sempre.

Teatro Bellini - Teatro Stabile di Napoli

Da martedì 9 a domenica 14 febbraio 2010

"L'EBREO”

Orari: da martedì a sabato ore 21:00; mercoledì ore 17:30 e 21:00; domenica ore 17:30

Prezzi: da euro 15,00 a euro 32,00

Info: botteghino tel. 081.5499688

3/2/2010
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