Contatta napoli.com con skype

C’era una volta un castello…
di Alessandra Giordano
Due porte sul bosco e un merletto intorno alla torre. C’era una volta un castello. Ora è tutta una rovina, il terremoto prima e l’incuria e le erbacce poi, hanno fatto il loro lavoro di sfacelo. Ed è un vero peccato perché la posizione del vetusto edificio, un baluardo difensivo che risale al 1300, è davvero da sogno così com’è stato pensato, in alto, nella parte più inaccessibile della Valle dei Mulini, a ridosso dell’ultimo scollinamento verso Agerola e la Costiera Amalfitana.

Proprio lì dove il torrente si fa profondo sotto i tanti ponti e sovrappassi e i picchi montani rendono il luogo fiabesco, sorge questo fabbricato detto Massi di Casa Scola dal nome della famiglia che da sempre ne ha la proprietà. Inondato di sole invernale, di luce e brezza frizzante e circondato dal bosco di castagni e da ettari, a perdita d’occhio, di vigneti – quelli del Gragnano doc per l’appunto – la costruzione ormai abbandonata e in parte crollata, spalanca le sue finestre mute davanti ad un panorama inusuale: il Vesuvio con la sua sagoma grigia, macchiata di verde muschioso fa capolino sulla destra, mentre una serie di quinte, formate dalle colline che racchiudono la valle, s’incunea fino a una distesa di case e palazzi, il centro brulicante di Castellammare, con i suoi rumori e la sua frenesia, lontani, per fortuna, inudibili, prima di precipitare nel Golfo davanti allo scoglio di Rovigliano.

Matteo Scola è innamorato della sua casa avita. “Qui sono nato, è nato mio padre. Qui ho lasciato la mia infanzia…”, ci dice con un cenno di commozione, mentre dal casolare accogliente, da poco ristrutturato, dell’Agriturismo Casascola, che occhieggia tra ulivi secolari e alberi di arance mature, condotto dal 2004 dai due figli Alfonso e Vincenzo - il primo avvocato, il secondo agronomo - scende a mostrarci il grande edificio che vorrebbe trasformare in un centro benessere o un residence. “I progetti ci sono – assicura Scola – e mi accontenterei di qualsiasi destinazione piuttosto che lasciare morire il palazzo nell’incuria”. “La nostra famiglia viene dalla Spagna – racconta il capostipite – fin dal 1500: Maria Mendoza, regnante di Napoli era una nostra parente… vedete i gigli sulla corona dello stemma?”
Per entrare nel maniero bisogna superare i tornanti che s’inerpicano sopra il torrente e scavalcare picchi di rocce. “L’accesso era difficile già ai tempi e fu creato proprio per proteggere questo baluardo difensivo sorto all’epoca della Repubblica di Amalfi”.

Ma il “pezzo” di cui Matteo Scola va più fiero è senz’altro la torre merlettata, quasi un rudere ormai, che si staglia però ancora netta nel cielo azzurro: è un disegno raro, questo, tutto giocato sui toni del bianco e del grigio e scolpito nel tufo. “E’ la costruzione più antica – assicura Scola - e probabilmente le sue fondamenta nascono su rovine romane”. E continua: “Quando i miei zii restaurarono il complesso, nel 1930, ci fu una richiesta da parte dei governanti partenopei dell’epoca di comprare questo ornamento di pietra che serviva per completare il rifacimento del Maschio Angioino, ma ottennero da parte della mia famiglia un netto rifiuto”. Poi, nel tempo, sono stati accorpati gli altri due edifici: l’ultimo fabbricato risale al 1628 e la data è incisa chiaramente su una stampiglia nel legno sopra il portone che ancora è in piedi. Il resto è tutto distrutto e chissà quanti soldi ci vogliono per restaurarlo. Matteo Scola ha bussato già a tante porte, ha depositato progetti e firmato carte…ma nulla si muove.

15/12/2009
FOTO GALLERY
RICERCA ARTICOLI
Inizio Google