Contatta napoli.com con skype

Cultura
Il Museo del Mare di Napoli
di Antonio Tortora
Nel corso della nostra visita al Museo del Mare di Napoli – Fondazione Thetis presso l’Istituto Tecnico Nautico “Duca degli Abruzzi” a Bagnoli ci siamo resi conto che questa particolare zona oltre a rappresentare uno straordinario esempio di archeologia industriale con l’ex area Italsider, oggi in via di smantellamento e bonifica, oltre a fungere da confine fra terra e mare grazie alle piccole ma frequenti spiagge e alle lunghe scogliere di pietra nera, costituisce anche una importante base di partenza per esplorare la costa partenopea da Nisida a tutto il Golfo di Napoli, e la costa flegrea da Pozzuoli a Cuma.

Tutti luoghi tirrenici, storicamente importantissimi, dove le parole “navigazione”e “marineria”, “pesca” e “avventura” non sono ricordo di un lontano passato né indicano un presente cristallizzato bensì mettono in moto la voglia di fare e di realizzare i sogni dei giovani iscritti all’Istituto “Duca degli Abruzzi” e di tutti coloro che, a vario titolo, visitano il Museo del Mare (www.museodelmarenapoli.it - info@museodelmarenapoli.it Tel. 081/61.73.749).

Ci siamo anche resi conto di quanta storia e quanti saperi, antichi e nuovi, possano sedimentarsi in un vero e proprio giacimento culturale circoscritto in una superficie di circa 600 metri quadrati. E’ in questo luogo delle meraviglie che incontriamo il direttore del Museo, cosentino di Spezzano Albanese, Antonio Mussari. Con passione ed entusiasmo il professore ci illustra le collezioni e ci ricorda che “sebbene il passaggio da laboratorio della scuola a museo aperto al territorio in una struttura propria e autonoma risalga solo al 1992, è pur vero che il nucleo museale originario risale al 1904 ovvero quando il Regio Istituto Nautico si staccò dall’Istituto Nautico per geometri “Della Porta” in via Foria e passò in uno storico edificio di via Tarsia”.

Qui abbiamo a che fare con un altro vero e proprio primato napoletano; infatti, andando a ritroso nel tempo e consultando “La regia scuola dei pilotini di Napoli” scritto da Giuseppe De Blasis nella seconda metà dell’800 si scopre che l’Istituto rappresenta la continuazione della prima scuola nautica sorta in Europa nel 1648 ad opera del nobile napoletano Scipione Cosso. Appare superfluo aggiungere che in epoca borbonica, sia pure fra alterne vicende, l’Istituto rappresentò il fulcro degli studi teorici e pratici della marina del Regno. Torniamo ora nelle sale “delle macchine” e “della navigazione”, “delle navi” e “Marconi”, nonché nella biblioteca, per scoprire i 160 strumenti o attrezzi nautici e i 250 apparecchi scientifici atti a illustrare principi elementari di fisica e meccanica, i 51 modelli di apparecchi di bordo in uso nella marineria del XIX° .sec e i 53 apparati di navigazione e radionavigazione, i 52 modelli di navi risalenti prevalentemente al XIX° sec. e le 180 carte nautiche prodotte fin dal XVIII° sec.; inoltre sono reperibili in videoteca 22 film-documentari dell’Istituto Luce risalenti agli anni ’30 e possono essere messi in funzione, in un’apposita vasca navale, 4 modelli radiocomandati dinamici per studiare la stabilità delle imbarcazioni.

Per quanto riguarda la biblioteca il Museo conserva circa 800 volumi editi, per la maggior parte, prima del ‘900 e riguardanti architettura navale, macchine marine a vapore, viaggi, bollettini della Società Geografica a partire dal 1870 e ovviamente le già citate carte nautiche indecifrabili per i profani ma ricche di preziose informazioni per la gente di mare. Ma “non è tutto – aggiunge Mussari da perfetto conoscitore di ogni singolo pezzo esposto – infatti le nostre raccolte si arricchiscono continuamente di fotografie, libretti di navigazione, diari di bordo e ogni altro documento legato alla vita della gente di mare; tutti oggetti che conserviamo come ricordi di famiglia”. Il che sembra, a nostro avviso, doveroso in quanto se non fosse stato per pochi appassionati ricercatori come Antonio Mussari e i suoi collaboratori, gran parte del patrimonio culturale marinaro della nostra regione sarebbe potuto irrimediabilmente scomparire.

In effetti è proprio il recupero e la divulgazione della memoria culturale, ovvero di quella che è l’anima di un popolo, la finalità primaria di un Museo che, pur da poco strutturato, già può vantare l’organizzazione di numerosi eventi, mostre, proiezioni e presenze a incontri, convegni e manifestazioni in giro per l’Italia. La raccolta di foto, disegni e documenti ma anche di testimonianze orali, raccolte attraverso interviste, sono fondamentali per la ricostruzione e l’arricchimento di un patrimonio immateriale che tende a scomparire; pertanto i luoghi dove ancora sono vive le tradizioni marinare vengono visitati dai collaboratori del Museo che diventano, per l’occasione, “investigatori”. Si cerca di non far disperdere il sapere antico e insostituibile dei vecchi maestri d’ascia nonché di recuperare le esperienze di carpentieri, palombari, calafati (specialisti nel rendere stagne strutture di metallo o legno), pescatori e costruttori di reti e nasse, tutti mestieri tradizionali non più richiesti da un mercato del lavoro completamente trasformato e tecnologico.

Per rimanere nella cronaca più stringente dobbiamo dar conto del fatto che proprio mentre ci facevamo spiegare i dettagli della postazione del marconista, attualmente in fase di allestimento, si è presentato al direttore il Comandante Eduardo Scotti, classe 1925, con ben 29 anni di effettiva navigazione ovvero 29 anni pieni trascorsi sempre a bordo esclusi quindi i periodi in cui è stato su terraferma e insignito con medaglia d’oro per lunga navigazione, con un ordinato pacco di documenti da cui emerge tutta la sua vita in mare; parliamo di oltre 500mila miglia percorse dal 1945 a bordo del motoveliero Negrita, goletta varata a Torre del Greco, fino all’ultimo imbarco sull’aliscafo Rodriguez della Snav. Il Comandante Scotti, che ha navigato anche senza apparecchiature tecnologiche bensì facendo i calcoli con carta e matita, aveva in animo di affidare parte della documentazione al Museo affinché fosse conservata e servisse da testimonianza per coloro che volessero intraprendere le vie del mare. Si è trattato di un incontro davvero inusuale da cui abbiamo potuto comprendere, ovviamente solo in parte, ciò che più che passione potrebbe essere definito “istinto” per il mare e la navigazione.

Mussari non è completamente solo in questa titanica opera di raccolta, catalogazione e valorizzazione ma è coadiuvato per le attività di restauro da Giovanni Caputo, esperto attrezzatore, e Vincenzo Gambardella, per la ricerca documentaria e delle fonti orali da M.A.Casiello e M.A.Selvaggio, per la informatizzazione della biblioteca da Marco Esposito; un team affiatato che ha consentito al prof. Mussari e a Ferruccio Russo di presentare, in occasione delle recenti giornate europee del patrimonio, una mostra foto-documentaria, dedicata agli avventurosi viaggi di Giovanni Ajmone Cat nell’Antartide, che durerà fino al 26 novembre.

Ajmone Cat fu il primo navigatore italiano a raggiungere l’Antartide in barca a vela, nel 1969 e nel 1973, e a piantare il tricolore in quei luoghi inospitali. Per la prima ricognizione artica e per la seconda vera e propria spedizione antartica italiana salpò con una feluca di soli 16 metri, a vele latine, costruita a Torre del Greco presso i cantieri Palomba, il San Giuseppe Due. Effetti personali, carte nautiche, libri e indumenti del Comandante e dei membri dei suoi equipaggi offrono uno spaccato straordinario per comprendere come lo spirito d’avventura e la forza di volontà possano, nonostante i mezzi limitati, spingere un uomo oltre i limiti ordinari e fargli compiere incredibili e apparentemente impossibili missioni in ogni parte del globo terracqueo.

Tornando al Museo a alla sua funzione didattica va detto che alcuni apparecchi di comunicazione e di navigazione (apparecchi radio, Morse e radiogoniometri) sono collegati ad un simulatore e possono essere utilizzati dagli allievi che così applicano la teoria alla pratica, mentre è possibile assistere al funzionamento di un modello di motore a vapore dei primi del ‘900. Molto interessanti le prime bussole giroscopiche (ovvero indipendenti dal magnetismo terrestre) Esperry e Anschutz, le lampade elettriche per segnalazioni notturne, la postazione del palombaro con scafandro e pompa d’aria recentemente rimessa a nuovo e lo sferotrigonometro di Nausbach e cioè un calcolatore analogico essenziale per risolvere i problemi di trigonometria sferica in astronomia navale, risalente al 1861 e pezzo unico in Italia.

Per quanto riguarda i modelli di navi, fra i più notevoli, citiamo la goletta a palo “Emma” utilizzata da Alessandro Dumas per consegnare un carico di armi a Garibaldi nel 1860, la nave goletta trealberi di ben 4 metri di lunghezza e 3 metri di altezza e lo straordinario vascello reale da guerra svedese Wasa del XVII°sec. il cui autore, Benedetto Provvido, per realizzarlo ha dovuto intrattenere una pluriennale corrispondenza con il Wasamuseum di Stoccolma. Ma c’è dell’altro di cui parlare e si tratta di qualcosa di sorprendente e fortemente in anticipo sui tempi nel campo della solidarietà. All’inizio del ‘900 Napoli fu al centro dell’interesse pedagogico internazionale in quanto fra il 1913 e il 1928 sulla Nave Asilo “Caracciolo” Giulia Civita Franceschini accolse circa 750 bambini e ragazzi a rischio di delinquenza (scugnizzi) sperimentando un originale metodo educativo che si basava su dignità, affettività, lavoro e formazione di marinaretti chiamati “caracciolini”in grado di affrancarsi dalla miseria e dalla disperazione imparando mestieri marinareschi e marittimi”.

Il sistema, importato dalle training ships britanniche, fu umanizzato da quello che venne definito molto opportunamente “Sistema Civita” teso a creare una comunità o meglio una famiglia all’interno della quale ci si poteva muovere nel rispetto delle proprie attitudini, anche se non si voleva imparare un mestiere che aveva a che fare con il mare, ma seguendo regole di carattere familiare. Il metodo era stato valutato e apprezzato anche da Maria Montessori e da numerosi pedagoghi non solo italiani. Ebbene “presso il Museo è stata inaugurata una nutrita mostra foto-documentaria sulla Nave Asilo “Caracciolo” – aggiunge Antonio Mussari – tesa a recuperare un importante segmento della storia della città evitandone la rimozione collettiva e a testimoniare la bontà di un metodo educativo basato sulla riproduzione di un ambiente accogliente e sul riempimento di vuoti affettivi che caratterizzavano e che forse ancora caratterizzano gli attuali orfani napoletani”.

L’esperienza fu interrotta dall’avvento del fascismo ma lasciò una traccia che ai giorni nostri da flebile è diventata, grazie al Museo del Mare, chiara e forte; mostrando che la forza d’animo di una saggia educatrice, una non grandissima nave e il mare con le sue tempeste e la sua quiete possono diventare alleati formidabili per risolvere casi anche disperati.

Presso il Museo è attiva l’Associazione Amici del Museo del Mare; per informazioni contattare antoniomussari@tin.it .

5/10/2009
FOTO GALLERY
RICERCA ARTICOLI