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Cronaca
La sinistra allo sbando
di Vincenzo Cicala
Non sa guardare in faccia la realtà e non riesce a riproporre, nella società di oggi, quei principi di giustizia ed equità sociale, di rappresentanza dei più deboli, da cui traeva motivo e giustificazione la sua nascita e la sua esistenza.

Le sue menti brillanti hanno mirato ad occupare la leadership di una percentuale minoritaria ma consistente di elettorato. In vista di un maggior credito e di una rappresentatività determinante, hanno  recitato il de profundis e cantato il viale del tramonto di Prodi, unico autore di un progetto credibile, adatto a riporre l’Italia in  condizione di parità nell’ambito dell’UE, a recuperarla dagli ultimi scalini. Un progetto in grado di ristabilire una parvenza di equità sociale e di mobilità della scala sociale, in una nazione dominata dai ricchi della finanza e della malavita. Un progetto che, nell’ambito di un inevitabile federalismo fiscale, conservava una sostanza di perequazione e di solidarietà e dava  anche al Sud un avvenire possibile alle  nuove generazioni. Hanno, come sempre  quando non si riesce a vivere con i piedi per terra, quando non si tiene conto di ciò che è ma solo di ciò che si vorrebbe  fosse, visto cadere i castelli in aria della conta dei deputati di quello che proponevano come il terzo partito italiano. Doveva essere ago della bilancia, fattore di una virata decisa a sinistra. Non  verso una vita meno grama delle famiglie e dei giovani, dei diplomati e laureati disoccupati.  Non tanto verso una giustizia recuperata alla propria autonomia, non tanto verso l’equilibrio e la virtù dei poteri dello stato di agire,ciascuno, nei limiti delle proprie competenze, rotture di argini causa di derive che ancora non hanno trovato argini. Non  tanto verso tutte queste sagge ed augurabili mete, quanto, invece, verso una sfida radicale ed anarchica al mondo cattolico e la rottura definitiva di quel trattenersi nel saggio dominio della politica amministrativa che è la qualità essenziale dello stato laico.

La lunga detenzione del potere locale, nella crisi di idee e di valori conseguenti al 1989, mentre nell’Italia del Centro Nord ha portato  labilità dei valori , ma insieme ricchezza e miglioramento delle condizioni di vita, nell’Italia Meridionale ha spinto la Sinistra verso un affarismo di Stato che ha  stretto legami non solo con gli imprenditori ma, cosa triste e perniciosa, con la mala. La scelta sciagurata e la corsa  all’affermazione del proprio interesse ha travolta tutta la classe dirigente meridionale, ma il danno maggiore alla società è venuto dalla corruzione della Sinistra. Dalle assemblee consiliari delle “Mani sulla città” il percorso verso la trasgressione è veramente breve. Dagli stretti corridoi di via Torino intasati di povera gente,  dalla  condivisione della miseria della gente, vissuta in coerenza di pratica quotidiana e fede, alle società partecipate, ad un tenore di vita lussuoso, corre una lunga distanza. Questa stessa è intercorsa tra apparato – casta e popolo ,scavando un vuoto sempre più profondo, nel quale si è insediata la malavita. La casta ha liberato gli spazi sociali, si è esiliata dal popolo napoletano. E’ nato il socialismo liberale ed il laicismo radicale.

“Il collasso ideologico della sinistra, al quale è seguito il deserto simbolico, l’aridità retorica, semplicemente la mancanza di motivazioni” (Bosetti – La Repubblica  2008-05-07) ha segnato il tramonto di un privilegio, che presentava come unica aristocrazia ammissibile quella culturale e professionale. La tradizione napoletana crociana  e massonica ha visitato i luoghi della miseria come oggetto di osservazione ma non si è mai calata nel dramma di un’arte che con il teatro, con il romanzo, con la poesia, con l’arte grafica, con la stessa essenziale semplicità di alcune rare e pregevoli architetture si è calata nel cuore della tragedia napoletana. Per questo la castrazione della sinistra è stata soprattutto culturale e di formazione. Dopo le analisi di una persona travagliata da una omosessualità vissuta come dramma, di un‘intelligenza geniale e poliedrica, di un animo fragile e caritatevole, dopo Pasolini, la sinistra, in particolare quella napoletana, non ha prodotto pensiero e formazione. Si è irrigidita in una opposizione pregiudiziale alla contestazione ed in una giustificazione di maniera di una movimentazione sociale con accentuazione del folclore, mentre ha segnata una distanza sostanziale tra sé ed il bisogno, tra i propri affari, il proprio benessere ed una povertà che, priva di guide e di sostegni, priva di testimonianza solidale e della consolazione passionale di una pratica missionaria che la sinistra possedeva, ha sempre più degradato verso la corruzione e la schiavitù della camorra.

Quando, però, con le sue attuali abitudini di vita e mancanza di valori di riferimento, questa sinistra pretende di rappresentare le istanze dei nuovi poveri e la società di domani, la dissociazione tra ciò che si pretende di rappresentare nella mente dei cittadini e quello che in realtà si è assume i caratteri di una patologia schizofrenica.

La convinzione di conservare il consenso della maggioranza, nonostante i guasti provocati, è stata motivata dalla rete fittissima e solida di rapporti clientelari ma non da un ripensamento critico del proprio agire fino ad arrivare ad una nuova proposta credibile. Quelli erano gli uomini e tali sono rimasti, tant’è che, avendo perso il regno, continuano ad altercare.

La cosa brutta è che ai napoletani non si prospetta nessuna alternanza positiva. Anzi.

“ In principatu commutando saepius nil praeter domini nomen mutant pauperers. (Fedro I,16)

Occorre che noi poveri troviamo la forza ed il coraggio di costruirci da noi l’alternativa.

8/5/2008
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