Cultura
Mea, prima personale di Stefania Marino
di Alessandra Giordano
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E’ un mondo criptico, tutto da scoprire quello di Stefania Marino, napoletana, 26 anni, che avrà la sua prima personale in uno spazio suggestivo, nella chiesa sconsacrata di San Severo al Pendino, in via Duomo, spazio che il Comune concede agli artisti emergenti.
Le sue tele acriliche e corpose nascondono, sotto la “crosta” dura, un’anima delicata e affascinante. Dalla presentazione del catalogo, in corso di stampa:
“Il mondo materiale è richiamato sul filo della memoria attraverso frammenti, particolari, segni allusivi. Le immagini, quando appaiono, sono isolate dal ritmo narrativo, senza frapporre, tuttavia, alcun esito estraniante. Dall’apparente semplicità della formulazione emerge il grande rigore della sottostante struttura compositiva, che esprime una forte sensibilità al fascino delle proprietà fisiche dei colori, operando composizioni di raffinata eleganza, ottenute con contrasti cromatici e disegni, screpolature non casuali, variazioni materiche nel pigmento incrostato.”.
Ma da cosa e da quando nasce tutto ciò? “Quando ero bambina facevo i disegni sospesa sul davanzale della finestra ed ero molto interessata a tutti i quadri che vedevo nelle case o nelle mostre. Poi ho vinto un concorso delle scuole e ho cercato di seguire un corso di pittura dal vivo in un’associazione, ma ho subito abbandonato perchè c’era un signore anziano che voleva solo farmi fare vasi di terracotta…ho cominciato con le tele, due, tre forse quattro. E molti quadri che non posseggo più... devo ringraziare mia madre Rosaria che invece cercava di conservare quello che io facevo e poi buttavo via…”
E poi?“Poi sono passata ai cartoni, alle lenzuola vecchie, ai pezzi di legno, alle reti metalliche su cartone, elettrosaldate anche, cose così che potessi procurarmi facilmente, per strada. Poi i cartoni cominciavano ad essere molti… ho iniziato a frequentare il Cerriglio, un centro sociale quasi, un posto molto particolare che adesso non esiste più, e lì, dove tutti potevano proporsi, ho fatto due o tre mostre collettive, la tela con i due volti fa parte di un’istallazione con cui ho partecipato… l'ho sempre fatto impulsivamente e credo che ciò mi abbia aiutato a superare molte cose, che abbia rappresentato un rifugio quando non mi sentivo capita, uno sfogo forse, all'inizio”.
Stai per laurearti in architettura: per te dipingere allora è uno sfogo? Ti rilassa? “Adesso è meno uno sfogo, certe volte mi serve per chiarirmi le idee e non è quasi mai una cosa semplice, ma in certi momenti è meravigliosa: dipingo per giorni, a intervalli di un mese o due, dipende dallo studio e dal fatto che non avendo ancora un posto per farlo è un po’ complicato… E
non credo sia un hobby, perchè quando dipingo posso metterci settimane, come per questi pezzi recenti. Mi estraneo, non penso ad altro, faccio una base, qualche punto di riferimento sulle tele, ma poi tutto succede da sé e qualche volta è anche la disponibilità di materiali a determinare certe cose… cerco di trovare un equilibrio, un’armonia nella disposizione e nei colori: molte volte mi pesa la mancanza di una vera preparazione tecnica!”
Cosa usi per dipingere? “Uso olio acrilico, terra, sabbia, colla, tabacco, tempera, gesso, spago, calce, carta, acqua... non uso più vernici da un po’ di tempo perchè sono troppo tossiche, almeno quelle che si trovano qui facilmente”.
Ci sono artisti in famiglia? “Nessun esempio in famiglia, ma quando ero piccola giocavo con un bambino e sua madre aveva uno studio in cui ci nascondevamo, era un posto proibito naturalmente, lei usava la juta, le garze, i legni, forse lì c’è tutta questa cosa... sono dei quadri stupendi, secondo me”:
Che significa Mea, il titolo di questa tua prima esposizione?“Mea compone i vari nomi che ho usato nel firmare i quadri in questi anni: Marino, Elsaegon e Attia. Ho amato Egon Schiele, il pittore viennese morto nel 1918 a soli 28 anni e Kader Attia, artista francese contemporaneo. Elsa è un nome a cui tengo moltissimo, un riferimento ad Elsa Morante e ad Elisa cantata da Alice”.
Qual è stato il momento clou, il più importante, quando hai capito che valevi?“Quando mi sono proposta all'atelier: non mi ricordo perchè, per quale motivo proprio lì. Forse qualcuno che conoscevo ci aveva fatto una mostra… e mi sono presentata con un bancale, sempre recuperato per strada, che è piaciuto molto e mi hanno proposto di aprire in settembre con una mia personale. Fu quella l’occasione in cui conobbi Elio Mazzella, pittore e scultore: passavo al suo studio quando realizzavo un quadro per avere un suo giudizio e una volta sono andata con lui a Roma dove ha un atelier ed ho conosciuto la juta. Un pezzo della mostra è proprio quello che ho dipinto a San Pietro. In quel periodo è successo che ho venduto i primi due quadri, un momento indimenticabile”.
Poi sei stata a Parigi… “Prima c’è stato il periodo della fonoteca, perchè aveva appena aperto, me ne avevano parlato dei miei amici e la cosa era proprio tranquilla. È stato un passo importante, perchè vedevo i miei quadri tra persone completamente estranee. Quando sono stata a Parigi ho continuato a dipingere, ma
non c’era spazio e dovevo lavorare con dei cartoni sparsi a terra per non sporcare… in Mea ci sono due pezzi di quel periodo. Poi un giorno una persona mi ha proposto di fare una mostra nella sua galleria, aveva visto i quadri che avevo venduto, ero felicissima e ho cominciato a dare un peso a questa cosa, l'idea di esporre intendo”.