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Cultura
Tastiera napoletana
di Francesco Canessa
E’partito dall’Argentina, e ha girato per le maggiori sale da concerto del mondo, uno straordinario omaggio alla Scuola Pianistica Napoletana. L’ha ideato e realizzato il numero uno del pianismo internazionale al femminile e tra i maggiori talenti in assoluto, Marta Argherich, che un immaginifico cronista di musica londinese ha appena definito “la Callas della tastiera”. Immagine costruita intorno ad uno degli aspetti più appariscenti della cifra interpretativa che distingue i rappresentanti della Scuola di Napoli, avviata da Thalberg nella sua casa di Posillipo a fine Ottocento e teorizzata con “L’Arte del canto applicata al pianoforte”.

Insegnamenti proseguiti di generazione in generazione da Cesi, da Martucci, dai Longo padre e figlio, da Brugnoli, da Rossomandi, da Vincenzo Vitale, penultimo in ordine di tempo, se si aggiunge l’attuale, attivissimo Massimo Bertucci. Ma cosa c’entra Marta Argerich, che enciclopedie e programmi di sala ci danno nata a Buenos Ajres e poi trasferita a Londra,Vienna, Ginevra? C’entra, perchè dal brevissimo elenco di cui sopra manca un nome, Vincenzo Scaramuzza, che fu colui che per primo pose sulla tastiera le mani di una dotatissima bimba di nome Marta, nella città di Buenos Ajres, dove era emigrato nel 1907. Il nostro Conservatorio aveva in quegli anni una regolare succursale nella capitale argentina, affidata al maestro Luigi Fiorino, e lì cominciò ad insegnare, ma presto se ne staccò ed aprì una propria scuola. Scaramuzza era calabrese ed aveva studiato a San Pietro a Majella con Rossomandi ed avviato una lusinghiera carriera concertistica.

Perciò, quando al suo compagno di studi Brugnoli venne assegnata la cattedra di pianoforte principale a Parma ed a lui quella di complementare a Napoli, si arrabbiò e se ne andò oltremare, ove rimase sino alla morte, avvenuta 40 anni fa esatti, il 24 marzo 1968. A leggere le citazioni di Piero Rattalino, contenute ib un saggio edito dall’Accademia di Santa Cecilia e tratte da “Ensenanzas de un gran Maestro, Vicente Scaramuzza” di Maria Rosa Oubina de Castro, oppure da ”L’arte pianistica di Vincenzo Scaramuzza” di Antonio Lavoratore, si ritrovano gli insegnamenti, gli atteggiamenti dei maestri della Scuola rimasti in patria, specie di Vitale, che spesso lo ricordava con grande rispetto: la “caduta dell’avambraccio”, la mobilità del polso, il gomito che si apre nel tocco espressivo e si chiude in quello brillante. Appaiono comuni persino gli aneddoti.

Racconta la pianista: ”Per farci penetrare nelle interpretazioni di alcune pagine della letteratura pianistica, erano significative le sceneggiate che lui creava estemporaneamente durante le lezioni e declamava ad alta voce.” Vinti concorsi su concorsi, passata di successo in successo, la Argerich non ha dimenticato il suo maestro, il cui nome ha riproposto come dedicatario dei concerti della presente tournée, che ha nel San Carlo l’ultima tappa e nei quali ha coinvolto Nelson Goerner, una specie di “nipote” di Scaramuzza, che al Conservatorio di Buenos Ajres si è formato con Jeorge Garruba, che del Nostro era stato prima allievo e poi assistente.

8/3/2008
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