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Cronaca
Lirica e canzoni con Gallo ed altri
di Francesco Canessa
“Il Barone fu ferito, però migliora!” rassicura Giorgio Germont e Violetta Valery legge e rilegge la sua lettera, mentre il suono terso del violino di spalla ripete il tema dell’amore (“croce e delizia, delizia al cor!”). Il padre dell’amato Alfredo, infatti, l’avverte anche che  questi, fuggito “in stranio suol” dopo il vittorioso duello col rivale, “a voi tornerà pel suo perdono!” e lo farà giusto in tempo per raccoglierne l’ultimo respiro, anzi l’ultima nota, visto che la storia è quella di Traviata. Nell’edizione che ebbe come protagonista Renata Tebaldi al San Carlo, replicata per più stagioni, a ridosso degli anni Cinquanta e rimasta storica per aver segnato la rivincita della “voce d’angelo” sugli astiosi fischi della Scala, il personaggio del nobile protettore di Violetta, prima abbandonato e poi recuperato, era interpretato da un baritono molto giovane e promettente, Nunzio Gallo, proprio l’artista plurivincitore di San Remo di cui Napoli ha appena pianto la scomparsa.

Quella del Barone Douphol non è una gran parte, ma Nunzio appena cominciava e sia alla Tebaldi che a Di Costanzo, geniale sovrintendente del Teatro, piaceva il modo impetuoso e giovanile con cui lui rifaceva il personaggio. Poco e male s’è raccontato sui giornali di questo suo inizio di carriera, che gli dette soddisfazioni e che sarebbe proseguita, se Ettore Giannini non l’avesse scelto per “Carosello Napoletano” che preparava a Firenze. Voleva un baritono robusto, dalla voce impostata e che avesse una prestanza scenica giovanile. Chiese consiglio al maestro Francesco Siciliani, appena passato dalla direzione artistica del San Carlo a quella del Maggio, che gli indicò Gallo. Con “Scetateve guaglione ‘e malavita” e gli altri classici che cantava nel magico spettacolo di Giannini, la nuova strada era trovata. All’opera e al San Carlo tornò solo come spettatore  e spesso ci incontravamo. Una volta compilammo insieme, divertendoci assai, un elenco dei cantanti napoletani passati dalla lirica alla canzone. Si apriva con Vittorio Parisi e Salvatore Papaccio, cantanti “di giacca”.

L’uno era stato un raffinato Conte d’Almaviva nel rossiniano “Barbiere di Siviglia” ripetuto al San Carlo fin quando “Napulitanata” di Di Giacomo e Costa non lo traghettò verso palcoscenici più popolari: “Pecchè cu sti guardate ca’ facite, vuje ‘nu vraciere ‘npietto m’appicciate?” E Papaccio, specializzato nella musica russa e ripetuto interprete del Principe Sciuiskij nel “Boris Godunov”, cambiò strada incontrando “Brinneso” di Bovio e Valente: “Brinneso alla salute dell’ammirosa mia ca s’è sposata. ‘E cummarelle meie ca ‘nce so’ ghiute, diceno ca pareva ‘na pupata.” E Gabriele Vanorio, tenorino cimarosiano passato all’Orchestra Anepeta e compagno d’arte abituale di Gallo. La strada inversa aveva fatto Giorgio Shottler, nato posteggiatore di trattoria e nel 1926 primo cantante ospite della neonata Radio Napoli, trasformatosi in basso-buffo per Rossini e Cimarosa.con eguale successo. L’ultimo della lista fu Tullio Pane, che da celebrità della canzone si trasformò in tenore protagonista per Rossini e Pergolesi passando poi a ruoli di carattere, con i quali girò a lungo i palcoscenici non solo italiani. Piccolo di statura e bravissimo come attore, era il beniamino dei direttori d’orchestra, per le sue qualità musicali. Fu al San Carlo l’ultima volta a metà degli anni ’80 per Bardolfo nel Falstaff e Spoletta nella Tosca. Due ruoli in cui non ho più visto artisti bravi come lui.

29/2/2008
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