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Spettacoli
Torna “Quaranta ma non li dimostra”
di Francesco Canessa
Ora che il nostro stare nel mondo è condizionato dalla videocultura, e la televisione ha influenzato il nostro essere al punto che non ci accorgiamo più dell’avvenuto contagio, anche quelli che s’impongono, di tanto in tanto, di cercare alternative allo schermo di casa, lo fanno con l’inconsapevole propensione a trovarvi linguaggio e  ritmi eguali. Ne consegue che il teatro e in buona parte anche il cinema, specie se vogliono far ridere o sorridere, scelgono la strada della parafrasi televisiva e incorporano il modo di raccontarla, sacrificando il linguaggio proprio, che è una delle due gambe su cui  si regge ciascun genere d’Arte.

Ma ecco ricomparire per fortuna una eccezione: Luigi de Filippo, che ha ripreso il 6 novembre con la propria compagnia il suo “giro” stagionale dalla storica Sala Umberto di Roma (sarà a Napoli in marzo, al Bellini) e che è  in assoluta, felice controtendenza. Fedele all’identità teatrale che l’illustre dinastia di comici cui appartiene seppe a suo tempo acquisire e rinnovare, egli stesso l’attualizza, senza riscrittura alcuna, ma col solo sottolineare i sentimenti vivi del testo e  i “tempi teatrali” che lo reggono. Sono regole attinte dalla tradizione, con il pubblico “a vista” coinvolto battuta dopo battuta e catturato sino a quell’interscambio di emozioni che costituisce la magia del vero teatro.

Ne è la riprova lo schietto successo di “Quaranta, ma non li dimostra”, scrittà nel 1933 da Titina e Peppino de Filippo e che Luigi ripropone non senza coraggio, per la sua presumibile inattualità, trattando d’un padre afflitto dall’avere una figlia quarantenne ancora senza marito, il che non credo che sia tra le preoccupazioni maggiori della famiglia contemporanea. Ma il meccanismo con cui il protagonista pasticcia per raddrizzare il destino della zitella riveste così nobile comicità, nella interpretazione di Luigi e nella capacità di capocomico di tenere nel giusto amalgama e nella più efficace tonalità la recitazione dei suoi giovani attori (bisognerebbe dire “regia” ma il Teatro di tradizione diffida da questo termine) che travalica con magistrale naturalezza nella categoria superiore dell’umorismo, che è il modo indolore di scavare negli animi, di comunicare emozioni, dare ai sentimenti trasparenza e verità. Così che anche il pubblico d’oggi ride e si commuove e pare riscoprire la gioia del Teatro, alla fine applaudendo – chi sa? – come quando in palcoscenico c’erano Eduardo, Peppino e Titina.

(Sino al 26 novembre al Teatro Umberto, via della Mercede, Roma
www salaumberto.com)
8/11/2007
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