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Cronaca
Vesuvio, l'eruzione che verrà?
di Roberto Santucci
La sala monitoraggio dell Osservatorio Vesuviano
Una forte perplessità, nell’articolo del National Geographic è diretta, se vogliamo, proprio al cuore del sistema di controllo presente oggi sul Vesuvio, cioè l’effettiva possibilità di previsione di un evento eruttivo; sempre con l’aiuto del Dott. Martini, Direttore dell’Osservatorio Vesuviano, partiamo da questo punto per vedere quali sono i metodi monitoraggio e come è possibile prevedere una possibile attività anomala del vulcano.

Sempre nell’articolo in questione si presenta scetticismo sulle possibilità di previsione di un evento eruttivo e si porta l’esempio dell’eruzione del monte St. Helens in Alaska nel 1980, quando, nel mese che precedette l’evento, non ci furono segnali premonitori.

Innanzitutto diciamo che in quel caso ci furono per lungo tempo segnali premonitori prima dell’ultimo mese, poi c’è da aggiungere che il tipo di vulcano è molto diverso dal Vesuvio, infatti dopo l’eruzione si è creato un duomo di lava ad alta viscosità che si muoveva molto lentamente, non dando luogo ad alcun flusso; la dinamica stessa di movimento di queste masse in profondità sono ben diverse da quelle di vulcani come il Vesuvio, diciamo quindi che il paragone non è molto felice, c’è poi da considerare che nel 1980 i sistemi di monitoraggio non sono certamente quelli che abbiamo a disposizione oggi.
Da notare inoltre che il Vesuvio in prossimità delle sue eruzioni ha dato dei segnali, anche quando non esistevano strumenti di rilevazione.  Un anno dopo l’eruzione del 1631, il Viceré di Napoli fece erigere a Portici una lapide in cui descriveva i segnali che avevano anticipato  l’eruzione ed avvertiti chiaramente, a monito dei posteri.

Esaminiamo allora quali sono i metodi di monitoraggio che avete oggi a disposizione

I sistemi principali si basano sulla sismicità del vulcano, sulle deformazioni del suolo, sulla geochimica e sul controllo della temperatura delle emissioni gassose;
Ogni vulcano ha una sua sismicità, anche il Vesuvio in questo momento ha una sua attività sismica, noi andiamo quindi a cercare una tipologia di fenomeni legati ad una dinamica preeruttiva in cui si evidenziano dei flussi di fluidi in generale, come potrebbero essere quelli provocati da acqua che entra in contatto con dei corpi più caldi o dei veri e propri movimenti di magma. Questi fenomeni producono dei segnali sismici di due categorie diverse:
Un primo segnale è quello di vere e proprie scosse sismiche, che però hanno caratteristiche diverse dai normali terremoti delle aree non vulcaniche. Non sono necessariamente di grossa intensità e dall’analisi dei segnali rilavati  riusciamo a capire che non si tratta di una faglia che si è mossa, come accade nei fenomeni tettonici, o se il fenomeno è collegabile a flussi vulcanici ovvero a variazioni di volume della sorgente. In pratica, le varie stazioni che sono dislocate sul territorio in modo piuttosto uniforme ricevono un diverso tipo di segnale secondo la loro ubicazione rispetto alla sorgente, questo differenzia il terremoto di frattura di una faglia rispetto ad un altro di origine diversa.
Un ulteriore segnale sismico osservato è il tremore, che è comunque presente su ogni stazione di rilevamento anche in area non vulcanica. Può essere prodotto dal vento, dal moto marino che crea una vibrazione della terra o addirittura opera dell’uomo. In generale questi segnali per noi sono un disturbo, ma se provengono da un vulcano sono invece una indicazione, perché possibilmente generati da una immissione di fluidi, non soltanto magma ma anche fluido prodotto da una sovrapressione di gas che fluisce in fratture o microfratture.
Cerchiamo di mantenere sotto controllo anche questo fenomeno, molto più impercettibile di una scossa tellurica.
Ci sono poi i fenomeni deformativi, come si può immaginare se una massa che si muove all’interno di un vulcano. Con i nostri sistemi riusciamo a controllare deformazioni piccolissime, anche al di sotto del mezzo centimetro; per fare questo usiamo varie tecniche, che vanno dalla livellazione periodica di lunghi percorsi sull’area vulcanica, al monitoraggio automatico e continuo con sistemi GPS e stazioni clinometriche, a rilevamenti tramite satellite che registrano nel tempo delle immagini radar del suolo che, confrontate tra loro, rendono possibile cogliere variazioni subcentimetriche. Oppure usiamo delle stazioni mareografiche, che misurano il livello del mare, le abbiamo dislocate lungo la costa dei Campi Flegrei, al porto di Napoli, e lungo la costa vicina al Vesuvio. A queste misurazioni viene sottratto il valore della marea usando una stazione di riferimento, esterna all’area vulcanica, ferma rispetto al sollevamento del suolo, come quella della penisola sorrentina.
Vi sono, infine, le metodologie geochimiche che tengono sotto controllo diversi parametri; sono operativi sistemi che registrano automaticamente in modo continuo variazioni del flusso di anidride carbonica al suolo, oltre alle misure periodiche effettuati dal personale INGV per controllare  la presenza di eventuali gas di origine magmatica.
E’ importante sottolineare che non basta un singolo fenomeno ma è l’insieme dei parametri monitorati che sono indicativi dei variazioni dello stato del vulcano.

Che tipo di eruzione dobbiamo attenderci?

E’ più verosimile che possa essere di tipo esplosivo e non solo effusivo. Con i sistemi di monitoraggio a nostra disposizione ora, anche a livello internazionale, possiamo prevedere un inizio di attività eruttiva, ma è molto difficile prevederne l’entità; è chiaro che una non attività prolungata nel tempo (ricordiamo che il Vesuvio è ora in una fase di cosiddetto condotto ostruito) può portare ad una riattivazione di tipo esplosivo. Un’eruzione esplosiva, pliniana o subpliniana, si basa proprio sull’accumulo di energia che poi raggiunge uno stato critico per cui la struttura sovrastante cede e c’è quindi una emissione abbastanza rapida di materiale.
Non a caso il piano di emergenza è stato proprio modellato su un evento di tipo subpliniano.

Com’è la situazione del Vesuvio ora?

Gli elementi che abbiamo a disposizione ora non fanno assolutamente pensare ad una ripresa di attività vulcanica imminente. In questo momento siamo in quello che, nello schema di allertamento del Dipartimento della Protezione Civile, è il livello verde, cioè non abbiamo neanche segnali di anomalie che potrebbero, poi, rientrare nella normalità.

Possiamo dire che Il Vesuvio è il vulcano più monitorato al mondo?

Sicuramente è tra quelli più monitorati, frutto di un sistema organizzativo molto complesso. I nostri ricercatori effettuano dei turni affinché ci sia un controllo 24 ore su 24, sia sul funzionamento dei sistemi, sia sui segnali che arrivano da essi; chiaramente col passare degli anni si progredirà sempre di più nelle conoscenze sia scientifiche che tecniche, e questo porterà ad un ulteriore miglioramento di quello che noi facciamo.
Ad esempio l’implementazione del sistema per il controllo del tremore sismico, di cui abbiamo parlato prima, è stata fatta sulla base di studi che abbiamo effettuato negli anni passati, anche su altri vulcani. Ma un sistema avanzato per il controllo in tempo reale del tremore al Vesuvio, con analisi continua come la facciamo noi, credo che sia ancora unico nei sistemi di monitoraggio vulcanico.
La possibilità per il pubblico, tramite il sito dell’Osservatorio Vesuviano, di accedere a informazioni sull’attività di monitoraggio, o addirittura visualizzare in tempo reale l’andamento sismico di alcune aree, sia sul Vesuvio che in altre zone, va verso quel principio di trasparenza che crediamo necessario per garantire l’efficienza dell’attività svolta e la tranquillità delle persone.

(Fine)

Foto di Alfredo Felaco

15/10/2007
  
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La sala monitoraggioLa sala monitoraggioIl centro di calcoloTracciati sismici
Monitoraggio dello StromboliMonitoraggio del tremore sismicoTracciati sismiciIn primo piano, a colori, rilevazioni delle stazioni mareografiche
Monitoraggio di aree del VesuvioTracciati sismiciIl Dott. Martini, Direttore
La mappa della rete di controllo
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