Calcio
Vicini, il ct delle notti magiche
che perse la lotteria dei rigori
di Mimmo Carratelli (da: il Mattino del 1.02,2017)
Con Azeglio Vicini, il c.t. di Italia 90 deceduto ieri a Brescia all'età di 85 anni, ci vedevamo qualche volta d'estate a Cesenatico dove aveva un ombrellone fisso ai Bagni Adriatico. 

Romagnolo delle colline sopra Cesena, aveva due case a Cesenatico, una in via Montegrappa e un appartamento panoramico in via Isonzo. Magro da ragazzo, s'era via via irrobustito assumendo un vago aspetto cardinalizio.

Capelli tendenti al rosso, volto facile ai rossori. La parrucchiera Carla Amaducci avrebbe volto cambiargli pettinatura per i capelli troppo gonfi sulle tempie.

Della sua cerchia di amici faceva parte il cantante Emilio Pericoli, una gloria di Cesenatico. Prendevamo un rabarbaro al Bar Principe prima di andare in spiaggia. Si riforniva dal salumiere Giuseppe Dorelli che gli cambiava anche gli assegni. Ricordi di un tempo lontano.

Ci raccontava della volta che vide a Bologna il Grande Torino di Valentino Mazzola. Era il 1947, aveva 14 anni. Alla partita lo portò il cognato Rino Agostani. Da ragazzo tiravi calci al pallone per le strade di Cesena. A 16 anni giocava nel Cesenatico, 15mila lire al mese.

Voleva fare l'esploratore dopo avere letto appassionatamente i libri di Salgari, diventò calciatore. Passò alle giovanili del Cesena per 300mila lire. "Avevo piedi buoni", raccontava. Buona tecnica, però poca corsa e tiro fiacco. Un centrocampista elegantino, ben quotato quando passò al Vicenza per 4 milioni nel 1953 e, successivamente, alla Sampdoria per 90 nel 1956 giocando con Skoglund e Ocwirk.

Negli anni al Vicenza, vinse una volta timidezza e rossori abbordando per strada una ragazza bionda. Si chiamava Ines Crosara, diventò sua moglie.

Vicini viveva a Brescia dal 1963, giocando gli ultimi anni nella squadra delle rondinelle e là iniziando la carriera di allenatore. Tornava sempre a Cesenatico per le vacanze.

Nello staff della nazionale lo attirò Valcareggi. Si incontrarono a Manchester, nell'estate del 1968, a uno stage di tecnici. "Vieni con me in nazionale" gli disse Uccio che aveva capelli rossi più decisi e un carattere di finto sceriffo, però un bel vocione da bevitore.

Debuttando sulla panchina dell'Under 23, Vicini fece la sua trafila federale e creò una formidabile Under 21 con Zenga, Ferri, De Napoli, Donadoni, Giannini, Vialli, Mancini perdendo ai rigori la finale dell'Europeo del 1986, andata a Roma 2-1, ritorno a Vallodilid 1-2 e match deciso ai rigori, 3-0 per gli spagnoli, con gli errori dal dischetto di Giannini (parato), Desideri (fuori), Baroni (parato), avvisaglia di un'altra partita, ancora più importante, che avrebbe perso ancora ai rigori.

Passò alla nazionale maggiore per sedici anni nel ruolo di vice di Valcareggi (Messico 70 e Germania 74) e di Bearzot (Argentina 78, Spagna 82, Messico 86). A 53 anni sostituì quest'ultimo guidando una nazionale di "belle gioie" dopo che andarono in pensione i campioni del mondo di Bearzot. L'obiettivo era il Mondiale che si sarebbe giocato in Italia nel 1990. Si ricorda una gran festa di Vicini al ristorante "Dalla gnaffa" di Cesenatico per l'impresa annunciata.

Con Azeglio, in maglia azzurra alla prima partita giocarono Zenga, Bergomi, Nela, Baresi, Bonetti, Donadoni, Altobelli, Dossena, Vialli, Ancelotti, Mancini e i due "napoletani" De Napoli e Bagni.

Alla ventitreesima partita, fece debuttare Roberto Baggio (Italia-Olanda 1-0 a Roma). Alla vigilia del Mondiale 90, convocò Totò Schillaci che stava facendo molto bene alla Juventus. Squillarono le note delle notti magiche, la canzone abbozzata dal produttore discografico di Bolzano Giorgio Moroder e portata la successo da Gianna Nannini ed Edoardo Bennato. Fu l'estate italiana del 1990.

L'Italia puntava al titolo di campione del mondo. Giocava in casa. Era possibile. Difesa imperniata su Zenga, Bergomi, Maldini, Baresi, Ferri, De Agostini. Inamovibili Donadoni e Giannini. Andrea Carnevale perse subito il posto. Gli subentrò Schillaci al 75' del primo match con l'Austria. Totò decise la sfida (1-0) andando a segno dopo quattro minuti e la nazionale fu sua. La trascinò con quattro gol alla semifinale contro l'Argentina.

Roberto Mancini, arrabbiato nero, non giocò neanche una partita. Sulla spiaggia di Cesenatico, dopo il Mondale, Vicini confidò: "Era nervosetto, ma almeno una partita potevo fargliela fare". Mancini non giocò neanche a Bari la finale per il terzo posto che l'Italia vinse sull'Inghilterra (2-1).

A Napoli, contro l'Argentina, si ripeté la maledizione dei rigori che aveva colpito Vicini nella finale europea dell'Under 21. La nazionale di Maradona pareggiò nella ripresa con Caniggia, su papera di Zenga, il solito gol di Schillaci nel primo tempo.

Donadoni e Serena fallirono la soluzione ai rigori. Ma Vicini, forse, sbagliò la formazione escludendo dall'inizio Baggio. Disse poi: "Sui rigori non avevo scelta. Giannini e Vialli erano usciti. Ferri era infortunato e Schillaci non stava bene".

Si rammaricò dell'arbitraggio del francese Vautrot: "Ci mise del suo quando non estrasse il secondo cartellino giallo per Giusti. Stava per farlo dopo il fallo di mano dell'argentino, si ricordò che lo aveva già ammonito e rimase con la mano nel taschino".

L'estate italiana finì così. Un anno dopo, Vicini fu sostituito con Sacchi. Dopo il Mondiale gli capitò di peggio a Cesenatico. Accorso in terrazzo alle grida della moglie perché gli stavano rubando l'auto, scivolò e precipitò dal primo piano. Il tendone della pizzeria sottostante attutì la caduta e Vicini se la cavò con fratture leggere.

"Dalla morte - raccontò una volta - mi aveva già salvato Capello. Eravamo in Brasile, al mare. Finii sotto una enorme onda e Fabio evitò che annegassi".

Su Pelè e Maradona disse un giorno: "Pelè è grande, ma non è un uomo-squadra come Maradona. Diego era un trascinatore, divideva tutto con i compagni, non ho mai visto e saputo di Pelè che difendesse qualcuno dei suoi".
1/2/2018
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