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Pittori del Seicento napoletano
Massimo Stanzione e la sua scuola - settima parte
di Achille Della Ragione
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Altro «scolaro» dello Stanzione incluso dal De Dominici nella vita di Pacecco De Rosa è
Giuseppe Marullo, la cui figura si è persa a lungo nel limbo degli stanzioneschi minori, dove fu collocato dal Causa, che lo definì un "ritardatario ispido e legnoso". L'artista ha viceversa un suo spessore, che è stato evidenziato di recente dal passaggio in aste internazionali di alcune sue opere di qualità molto alta e dal contribuito di un' esaustiva monografia che ha fatto ordine nel suo catalogo, nel quale in precedenza si trovavano dipinti di Niccolò De Simone, di Pacecco De Rosa e dello stesso Stanzione.
Alla figura del Marullo va agganciata quella di
Nicola Marigliano (1634ca - 1728), che fu suo allievo e che pare da giovane avesse studiato anche con Stanzione. Il De Dominici lo cita più volte come tramite di tradizioni orali e fonti scritte, tra cui il famoso manoscritto «Vite e memorie» di Stanzione; non ricorda però nessun quadro dell’artista ed in seguito soltanto il Giannone nelle sue «Giunte» alle «Vite» del De Dominici scritte tra il 1768 ed il 1773 sembra aver avuto notizie del Marigliano, che non sarà mai citato da altri autori e per il quale i pur fertili archivi napoletani non hanno ancora partorito alcun documento, lasciandolo nel limbo degli «artisti senza opere».
La biografia del Marullo è incerta, come il suo cammino artistico, soprattutto negli ultimi anni della sua attività, ai quali fino all'uscita della monografia la critica aveva dedicato poca attenzione.
Parte della sua produzione è caratterizzata «dal gesto teatrale e dall’espressione talvolta carica in maniera artificiosa» (Ascione), mentre in molte sue tele, come la Pesca miracolosa, il suo capolavoro, o il San Pietro, di collezione privata, le teste dei personaggi posseggono un imprinting caratteristico, allungato e spigoloso, che richiama prepotentemente il tipico stile del Greco pre spagnolo, probabilmente studiato dall’artista durante qualche visita di aggiornamento a Roma. Questa lampante similitudine è rimasta sorprendentemente a lungo misconosciuta dalla critica fino a quando non è stata evidenziata dal De Vito in una breve nota del 1984.
Conosciamo numerose sue opere firmate, datate e spesso documentate, che ci permettono di scandire il percorso della sua attività. Ne ricordiamo alcune: la Sacra Famiglia del 1633, per la chiesa dei Ss. Severino e Sossio, ritenuta la sua prima opera fino alla scoperta di una sua pala d'altare raffigurante Madonna col Bambino e due Sante, firmata e datata 1631 nella chiesa delle Pentite di Castrovillari in Calabria, la Caduta di San Paolo del 1634 nella chiesa di San Paolo Maggiore, una Immacolata Concezione per la chiesa di San Giacomo Maggiore, collocabile agli anni Cinquanta ed una Santa Maria delle Grazie nel ritiro di piazzetta Mondragone, che il De Dominici cita come sua ultima opera.
Devono essere ancora ricordati una inedita Carità romana siglata, di spettacolare dolcezza, sul mercato antiquariale napoletano, passata precedentemente in asta a Londra con una attribuzione a Pacecco De Rosa, un Incontro di Rachele e Giacobbe di collezione Luongo a Roma, firmata e documentabile al 1644, un San Michele Arcangelo nella chiesa di San Michele a Portalba, in cui si avverte un pesante influsso del Guarino, presente anche nella spettacolare Ebbrezza di Noè, firmata e datata 1660, già in collezione Baratta a Napoli ed una grandiosa Madonna delle Grazie con le anime purganti già in S. Agostino alla Zecca.
Nel sesto decennio l’attività del Marullo, come capita a tanti artisti nella fase calante della carriera, si svolge quasi tutta in provincia, prevalentemente in Puglia, ove a Terlizzi troviamo un Sant’Antonio in estasi firmato e datato 1660. Il suo stile involve oramai in formule stanche e ripetitive e le sue composizioni sono secche e legnose, estremamente piatte e spesso il colorito è una pedissequa imitazione di quello del Reni. Nel 1685 il pittore muore senza soldi e senza amici e la sua ultima dimora è, a detta del De Dominici, in San Giovanni Maggiore, vicino a quella che fu la sua casa in via Mezzocannone, ma tra i documenti della parrocchia, diligentemente conservati nell'archivio diocesano, non compare il suo atto di morte.
Giacinto De Popoli (Caserta 1631ca - Napoli 1675). Fu pittore modesto, dedito anche all’affresco, ove descrisse episodi di storia sacra nell’arco della sua attività che si svolse nella seconda metà del Seicento tra Napoli e la provincia.
Fu un classico pittore di mestiere, come a decine ne troviamo fra i documenti di pagamento dell’archivio del Banco di Napoli. Il De Dominici ci riferisce che visse onoratamente e, grazie ai buoni uffici del cardinale Innico Caracciolo, suo protettore, ottenne dal Papa il titolo di Cavaliere, del quale amava fregiarsi nella firma dei suoi dipinti a partire dal 1660.
Tra le sue opere citate dalle fonti ci sono giunti gli affreschi di alcune cappelle in Santa Maria la Nova ed i dipinti per la chiesa della Sapienza, che costituirono per l’artista la commissione più importante alla quale si dedicò tra il 1667 ed il 1669.
Il De Popoli nel 1664 risulta iscritto come «consultore» con Francesco Gaetano e Santillo Sannini nella corporazione dei pittori durante la prefettura di Andrea Vaccaro.
Egli fu senza dubbio un artista minore, attento al lato commerciale del suo lavoro, ed «è piacevole quando manifesta senza reticenze la sua impostazione tardo manierista indulgendo in particolari decorativi fini a se stessi» (Maietta).
Andrea Malinconico (Napoli 1635 - 1698) è ricordato come «fra i più bravi allievi» della bottega di Stanzione. La sua produzione più conosciuta è quella degli anni Sessanta e Settanta, che, per la veste cromatica densa di colorismo, ha fatto parlare di giordanismo della sua pittura, anche se ad una analisi più attenta il suo stile, per la cura dell’aspetto disegnativo, per i tratti fisionomici ed il plasticismo delle figure, che spesso sono rappresentate in maniera scultorea, deve collegarsi all’influsso del De Maria, tenace antagonista di Luca Giordano.
Il Malinconico sposò la sorella di Giacinto De Popoli, con il quale, assieme al Gaetano ed al Sannini, fu tra i primi membri della congregazione dei pittori.
Tra i dipinti attribuitigli dal De Dominici l’unico ampio ciclo che gli può essere assegnato con certezza è quello della chiesa di Santa Maria dei Miracoli, dal colorito vagamente giordanesco.
Il reperimento di documenti di pagamento ci ha permesso di attribuirgli varie tele, tra le quali ricordiamo un Ritratto del principe di Torella ed un Ritratto del principe di Roccafiorita di Palermo nel 1696, una Assunzione della Vergine a Calvizzano nel 1676 ed infine, realizzate nel 1685 per vari committenti, una Circoncisione, una Adorazione dei Magi ed una Nascita di Gesù. Il De Dominici gli assegnava una serie di 12 tele con Storie dell’antico Testamento nella chiesa di San Francesco delle Monache, la quale fu pesantemente bombardata durante l’ultimo conflitto e rimase a lungo in dissesto. Le opere sono da ritenersi perdute, ma tra esse ne era segnalata una raffigurante l’episodio di Lot e le figlie, che potrebbe riconoscersi in un quadro oggi nei depositi di Capodimonte.
Al Malinconico il Bologna assegnò nel 1958 una Rebecca al pozzo della pinacoteca di Bari, cui bisogna affiancare una meno nota Susanna ed i vecchioni del Museo del Sannio, firmata, la quale per le caratteristiche dei vecchioni ha indotto il Fiorillo ad attribuire all’artista un gruppo di ottagoni con mezze figure di filosofi dall’aspetto orientaleggiante, oggi nella stanza del rettore dell’Università a Napoli.
Il figlio di Andrea,
Oronzo Malinconico (1664? - 1709) è ricordato molto brevemente dal De Dominici, che ne descrive un solo dipinto raffigurante le Sante Lucia, Apollonia, Barbara e Agata del 1681, sito nella cappella D’Avalos a Montesarchio, il quale si rifà vagamente alla maniera di Luca Giordano e ricorda un po’ le tipologie e le fisionomie del Reni.
Di Nicola Malinconico parleremo in seguito quando ci interesseremo dei giordaneschi.
Un altro stanzionesco ricordato dal De Dominici è Carlo Rosa, alla cui figura, come confermato dal Dalbono nella sua opera del 1871 «Massimo. I suoi tempi e la sua scuola», va collegata quella del suo allievo Francesco Altobello. Dei due artisti abbiamo già fatto un breve cenno quando ci siamo interessati al Finoglia, del quale il Rosa divenne allievo in terra di Puglia, ed ora li descriviamo più diffusamente per l’importanza avuta dai due nella diffusione in provincia del verbo stanzionesco.
Carlo Rosa (Giovinazzo 1613 - Bitonto 1678), viene collocato dal De Dominici tra gli allievi di Stanzione, ma la sua prima formazione deve essere avvenuta senza dubbio nella sua Bitonto, probabilmente presso il maestro locale Alonso De Corduba.
Trasferitosi nella capitale, grazie all’interessamento del vescovo di Bitonto Fabrizio Carafa, napoletano di origine e dotato di grande cultura, comincia la sua attività nelle chiese della Sapienza e dei Ss. Apostoli.
Nella prima è documentato nel 1641 con una Guarigione dell’ossesso, mentre il San Gregorio taumaturgo ed il San Carlo Borromeo nella seconda chiesa, a lui attribuiti nel Seicento, non sono più identificabili con chiarezza.
Nel 1643 egli si trasferisce in Puglia e concentra la sua attività nella provincia di Bari, ove ancora oggi possiamo identificare alcune sue splendide tele nel soffitto della basilica di San Nicola.
Dà luogo ad una vera e propria bottega detta «di Bitonto» creando una generazione di artisti, tra i quali si distinsero Francesco Antonio Altobello e Nicola Gliri.
Prese forma una sua maniera originale che unì «la bella tinta di Guido ed il gran chiaroscuro del Guercino, che egli seppe tradurre nelle macchie luminose dei suoi dipinti».
Ebbe il compito di completare il ciclo di affreschi nella chiesa dei Ss. Cosma e Damiano di Conversano lasciati incompiuti dal Finoglia morto nel 1645.
Spesso le sue opere sono state tacciate di trascuratezza nell’esecuzione, ma bisogna tener conto che le sue decorazioni a volte erano definite sommariamente perché dovevano essere osservate a grande distanza. Il suo alunnato presso lo Stanzione addolcì la sua matrice manierista e si coniugò all’influsso che sull’artista ebbero sia Mattia Preti che il Lanfranco, incontrato nel periodo di attività ai Ss. Apostoli.
Nel 1678 il Rosa chiude la sua esistenza a Bitonto e riposa nella chiesa del Crocifisso che fu ideata da lui stesso.
Francesco Antonio Altobello (Bitonto 1637 - 1695 ?). Comincia la sua attività presso la bottega di Carlo Rosa a Bitonto e il suo percorso stilistico viene ricostruito a partire da una Sacra Famiglia, firmata e datata 1675, della chiesa di Santa Maria della Vittoria a Barletta.
Il De Dominici lo introduce nella storia della scuola di Stanzione indirettamente come allievo di Carlo Rosa anche se distingue: «ma seguì altro stile, usando oltramarino anche nelle tinte chiare delle carnagioni», giudizio estetico ripreso in tempi successivi dall’Ozzola che criticava l’Altobello per gli azzurri innaturali dei suoi dipinti, confondendolo probabilmente con il De Matteis.
Oggi che conosciamo meglio l’artista grazie agli studi del D’Elia e del Wiedmann, riteniamo che il suo stile più moderno possa avvicinarsi al Giordano sia per il disegno che per il colorito più che allo Stanzione ed allo stesso Carlo Rosa. I suoi modi pittorici sembrano rielaborare il pittoricismo di Cesare Fracanzano, arrivando ad esiti confondibili con quelli del Farelli.
Ebbe a Napoli vari committenti, tra cui il principe di Bisignano ed alti esponenti della nobiltà come il reggente Stefano Carillo y Salsedo.
La sua presenza a Napoli è stata sempre riferita ad una sola opera ricordata dalle fonti e da tutte le guide locali: una Apparizione di Cristo a Sant’Ignazio nel transetto destro della Chiesa di San Ferdinando (già S. Francesco Saverio). Successivamente, per accostamenti stilistici il Bologna gli ha attribuito due grandi tele in Santa Maria la Nova, una Visitazione ed una Visione di San Francesco d’Assisi.
Rientrato in provincia ove chiude la sua parabola, ritorna ai modi pittorici tradizionali e realizza numerose pale d’altare firmate e datate come la Vergine che appare a San Rocco a Montella ed una Madonna nell’Episcopio di Bitonto.
L’ultimo dato documentario che gli si riferisce è del 1695, probabilmente la sua data di morte.
(continua)
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