Cronaca
La “Vespucci”, figlia dell’avanguardia borbonica
di Angelo Forgione
Celebrata a Napoli la festa per i 150 anni della Marina Militare, alla presenza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano e del Ministro della Difesa La Russa.
Portaerei, sommergibili, navi, aerei e paracadutisti hanno fatto da coreografia alla manifestazione. Ma la grande protagonista è stata la nave-scuola “Amerigo Vespucci”, il vanto della marina italiana nel mondo, costruita e varata nel 1931 nei cantieri navali di Castellammare di Stabia.

Non tutti sanno che il veliero fu costruito ricalcando il modello del “Monarca”, l’ammiraglia della Real Marina delle Due Sicilie, dal quale trasse l’aspetto e quei segreti che oggi ne fanno ancora oggi una delle navi più ammirate al mondo. Il “Monarca”, uno dei più prestigiosi velieri mai costruiti e la più grande nave da guerra di tutti gli stati preunitari d’Italia, fu varato sempre a Castellammare di Stabia nel 1850 quando era ormai finita l’era delle imbarcazioni a vela e si era già aperta l’epoca dei “vapori”. Fu una scelta in controtendenza che però mostrò subito il suo valore, frutto della lungimiranza di Ferdinando II di Borbone che riuscì ad elevare la flotta borbonica ai livelli massimi di quella inglese. E oggi quella scelta è ancora motivo di prestigio per la nazione moderna che può vantare un veliero ammirato nei mari diretto discendente del “Monarca”.

A testimoniare tutto ciò è il fatto che il veliero duosiciliano fu pensato per durare nel tempo e non fu un capriccio momentaneo. Tant’è che fu progettato in funzione di una successiva integrazione di un impianto motoristico a vapore a caldaie tubolari e spinta ad elica che si concretizzò nel 1860. Giusto il tempo per l’invasione piemontese del Regno che “consegnò” il gioiello nelle mani della marina sabauda; il “Monarca” divenne “Re Galantuomo” in onore del poco onesto Vittorio Emanuele II e le truppe borboniche dovettero sopportare di vederselo contro durante l’assedio di Gaeta che pose fine al Regno.
80 anni dopo, il veliero fu il modello sul quale si costruì non solo l’ “Amerigo Vespucci”  ma anche il “Cristoforo Colombo”
Con l’ausilio della pubblicazione libraria “L’industria navale di Ferdinando II di Borbone di Antonio Formicola e Claudio Romano, è possibile confrontare i dati tecnici del “Monarca” e del “Vespucci” (nonché del “Colombo”). L’aspetto appare incredibilmente identico nonostante la nave attuale sia dotata ovviamente di un frazionamento velico chiaramente più moderno e abbia lo scafo in ferro e non in legno. Due dati tecnici sono praticamente sovrapponibili: identiche la massima larghezza del ponte e l’altezza dello scafo. Anche il numero di ponti è identico nonché il profilo laterale.
La differenza è data dalla sola lunghezza, a favore del “Vespucci”, che però in fase di progettazione nautica può essere anche indefinita in quanto lo scafo può subire una differenza di misura a seconda dei materiali utilizzati, che per i due velieri erano, come detto, differenti. Piccola dissomiglianza sta nella diversa inclinazione del bompresso che però è comunque identico tra il “Monarca” e il “Colombo”.

Il padre del “Vespucci” e del “Colombo”, il Tenente Colonnello del Genio Navale Francesco Rotundi, prende ancora oggi tutti quei meriti che spettano invece al brillante ingegnere navale duosiciliano Sabatelli. Rotundo era all’epoca il Direttore del cantiere navale di Castellammare Stabia e fu per questo che, nonostante a distanza di 70 anni dall’Unità d’Italia le commesse fossero tutte dirottate ai cantieri del Nord, il “Vespucci” e il “Colombo” furono “lasciati” nascere al Sud, in quei cantieri ormai declassati ma che custodivano i progetti di Sabatelli e tutte le tecnologie e i segreti di tale tipologia di imbarcazione che hanno fatto la fortuna del “Vespucci”.

I cantieri-arsenali di Castellammare furono tra i migliori al mondo al tempo dei Borbone, costantemente aggiornati con ampi piani industriali che ne fecero un vanto del Regno duosiciliano. Come tutte le strutture produttive del florido stato meridionale, purtroppo anch’essi subirono con l’unità d’Italia una strozzatura traumatica che mise in ginocchio i lavoratori meridionali che vi lavoravano a favore dell’economia settentrionale. Tutto questo fu fatto con cognizione di causa e l’Ingegner Giuseppe Colombo, direttore del Politecnico di Milano, all’indomani della distruzione della marina sabauda nella disfatta di Lissa del 1866, attribuita al poco capace Ammiraglio Persano, affermo che l’unico cantiere in Italia in grado di ricostruire la flotta fosse quello di Castellammare di Stabia. E pensare che ancora oggi sui dizionari alla voce “borbonico” si legge: retrogrado, retrivo.

11/6/2010
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