Calcio
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6 ottobre 1929: Juventus-Napoli 3-2.
Prima partita in serie A.
di Mimmo Carratelli (da: La Repubblica del 3/10/09)
Partirono felici in treno alla volta di Torino con una inevitabile scorta di panini e gassose e, alla stazione di Alessandria, imbarcarono l’acquisto dell’ultimo momento, Zoccola, un mediano. Andarono ad affrontare la Juventus per il debutto del primo campionato di serie A a girone unico. William Garbutt era il nuovo allenatore. Quattro i nuovi azzurri: il portiere Giuseppe Cavanna, zio di Silvio Piola; il terzino Vincenzi, acquistato dal Torino; le mezzeali Mihalich, fiumano, e Vojak, preso dalla Juve, per un formidabile tridente offensivo completato da Attila Sallustro.

Domenica 6 ottobre 1929. I nati a Napoli furono 108, i morti 48 e i matrimoni 4. Seconda città italiana con 953.174 abitanti, 1.251 meno di Milano, Roma al terzo posto. Cominciò la vera storia del campionato di calcio (38 righe su “Il Mattino”). Nelle pagine sportive dominava il ciclismo, seguito dal pugilato e dall’atletica. Sul quotidiano napoletano campeggiò in apertura l’arrivo del Giro della Campania a Benevento, vittoria di Di Paco. Ebbe rilievo la partita Vomero-Cagliari all’Arenaccia, campionato di prima divisione.

Andavano di moda i grammofoni che, nelle pubblicità, venivano definiti “macchine parlanti”. L’ultimo modello era in vendita da Vincenzo Esposito in via Roma 132, il costo era di 660 lire pagabile anche in ventidue rate da 30 lire. Il dottor Giordano, in via Santa Brigida 76, curava sifilidi e impotenza. Anche allora c’era il bianco più bianco: Tintex tingeva, stingeva e rinnovava ogni indumento (2,30 lire la scatola). Sanadon (18,20 lire al flacone) prometteva una migliore circolazione del sangue. Alle ragazze, non ancora aspiranti veline, veniva consigliato il Latte Innoxa: “oggi sei una qualunque, domani una raggiante bellezza”.

Nel porto di Napoli era in partenza per il Sudamerica il piroscafo “Principessa Maria”. Il “Conte Biancamano”, diretto in Nord America, era al completo di passeggeri. La città visse con emozione il Cinquantenario della “lampada elettrica” che illuminava l’arco aragonese del Maschio Angioino. La soubrette Lidia Johnson, madre di Lucy d’Albert che avrebbe sposato Sallustro, si esibiva con la sua Compagnia al Teatro Sannazzaro. Furoreggiava al Mercadante “uno strepitoso film d’odio e d’amore, sonoro e cantato, dal titolo Tigre”. La Compagnia Scarpetta era al Bellini con “L’albergo del silenzio”. Il Trocadero annunciò uno spettacolo con la Jazz Band Sempion e il Miranapoli, al Vomero, inaugurò la stagione del balletti invernali.

La cronaca nera aveva molto spazio sui giornali. In quei giorni in cui il Napoli si recò a Torino, Stefano Chianese soprannominato “pippa corta” chiese a Luigi Stanzione tre sigarette, una dietro l’altra. Alla terza richiesta ebbe un rifiuto. “Pippa corta” estrasse la pistola e bucherellò il ventre di Stanzione. Fu definito “un truce delitto per una sigaretta”. A Mergellina, schiaffi, parolacce e altre rivoltellate presso la pescheria al numero 52. Pasquale Bruno, ommo ‘e core e guappo smargiasso, meglio noto come scorza ‘e zella, dopo avere aggredito i tre fratelli Vitiello per una partita di cocomeri, fu preso a colpi di pistola al petto e alle braccia. Successe, quel 6 ottobre 1929, poche ore prima che cominciasse il primo campionato di serie A.

A Torino il Napoli schierò Cavanna; Innocenti, Vincenzi; Zoccola, Roggia, De Martino; Fenili, Mihalich, Sallustro, Vojak, Gariglio. La Juventus con Combi; Rosetta, Calligaris (difesa leggendaria); Barale, Viola, Varglien; Orsi (il primo spettacolare argentino, naturalizzato italiano, a giungere nel nostro campionato), Crotti, Zanni, Cevenini, Munerati. Quella prima partita nella serie A a girone unico anticipò il calore, il colore, l’animosità e la tensione delle sfide fra le due squadre. Finì 3-2 per la Juventus e fu una battaglia. Partita drammatica e prova meravigliosa degli azzurri: così scrisse Ninò Bruschini su “Il Mezzogiorno”. Il giornale titolò: “Il Napoli termina la partita a Torino in otto uomini cedendo per un goal alla Juventus dopo una grande partita”. Nessuno badò alla ripetizione del vocabolo. Vibrarono di furore contenuto le cronache degli “inviati” napoletani.

Successe di tutto. Giuseppe Filosa scrisse su “Il Mattino”: “Il Napoli è uscito dal campo con un risultato onorevolissimo se si tiene conto della soggezione che incutevano gli avversari e dei pronostici pessimistici della vigilia. Ma se occorresse dirlo chiaramente chi scrive queste note ha la coscienza di poter affermare che il Napoli non doveva perdere e che il risultato pari avrebbe premiato più la Juventus che la nostra squadra, naturalmente tenendo conto di tutti gli elementi passivi e in primo luogo il contegno dell’arbitro”.

Quali furono gli “elementi passivi”? Orsi, controllato da De Martino con una ossessiva marcatura a uomo, entrò duramente sull’azzurro alla fine del primo tempo. De Martino, “con pura finzione di comparsa”, si defilò all’ala destra. Il Napoli giocò praticamente in dieci. Sembrò spacciato. Dalle cronache: “Vojak fu spostato a mediano destro, la Juve cominciò a giocare con moltiplicata autorità facendo prevedere un naufragio degli azzurri. Anche i terzini juventini avanzavano oltre la metà campo quando Sallustro, in una posizione di difesa, rimandò lontano la palla a Mihalich, che è il solo attaccante in linea. Il fiumano fila veloce e da venti metri piazza il tiro che sorprende Combi. Il Napoli è in vantaggio. Urrah!”.

La reazione della Juventus è furente. Un carattere e una grinta trasmessi negli anni a tutte le formazioni bianconere. Si legge ancora nella cronaca di Filosa: “La Juventus, che aveva una sacra volontà di vincere, ha aggiunto alle prodezze di Orsi un gioco estremamente pesante e falloso che l’arbitro ha avuto il torto di tollerare. Calligaris spostato a metà campo, Rosetta tra gli attaccanti, Barale alle costole di Sallustro anche nell’esplicazione del gioco difensivo dell’azzurro hanno finito per rendere la vita difficile al Napoli. Già in dieci uomini, e avendo subito il pareggio, il Napoli vede Roggia duramente colpito, Vincenzi fatto segno ad un criminoso trattamento, Mihalich contuso a un ginocchio e infine Zoccola atterrato con conseguente abbandono del gioco. Munerati ha compiuto la prodezza di segnare il punto della vittoria percorrendo baldanzoso l’area sguarnita che Zoccola aveva fino a un momento prima difeso con rara bravura. Al danno s’è aggiunta la beffa quando a tre minuti dalla fine l’ineffabile arbitro Chiaroni espelleva Mihalich che per la prima volta si incontrava con Barale duramente”.

Un “banale autogol” di Zoccola favorì la rincorsa juventina. Cevenini segnò il raddoppio (tutti i gol bianconeri ispirati da Orsi). Mihalich, su un altro assist di Sallustro, batté ancora Combi con un tiro dai venti metri. A cinque minuti dalla fine Munerati siglò il 3-2. Una partita esemplare dello strapotere fisico, caratteriale e padronale della Juventus, il suo stile vittorioso, imperioso e intramontabile nel tempo. Quel Napoli finì il campionato al quinto posto. Divenne lo squadrone degli anni Trenta archiviando l’amaro debutto in serie A, quella prima partita a Torino, l’esordio più difficile, ottanta anni fa.

3/10/2009
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