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La favola di Maradona
La sua storia a puntate – 98
di Mimmo Carratelli
L’America, Diego, ma che c’entrava col pallone l’America? I Mondiali li aveva voluti Ronald Reagan al tempo in cui faceva il presidente. Li chiese ad Havelange e vinse la gara col Brasile e il Marocco. Ci si mise di mezzo anche Henry Kissinger, forse l’unico americano tifoso di calcio. Il pallone negli States non attecchì nemmeno quando vi giocarono Pelè e alcuni vecchi assi europei. Che senso avevano i Mondiali 1994 in America?

Avevano l’esclusivo senso di un grande business. Ma te li ricordi, Dieguito, chi erano gli sponsor di Usa ’94? Dieci super-aziende che scucirono 200 milioni di dollari: la Canon, la Coca Cola, la Fujifilm, la General Motors, la Gillette, la Mastercards, la MacDonald’s, la Philips, l’JVC, la Snickers. Colossi per pompare il pallone negli States tra lo scetticismo generale.

Prima di vederti giocare, Dan Shaugnessy sul “Boston Globe” scrisse: “Il calcio è solo un passatempo per scimmioni”. Capito, Dieguito, dove si sarebbe giocato il Mondiale? In un Paese che gioca con un pallone ovale mimando la guerra. Il football americano, caro Diego. Ma la Fifa e gli americani un programma preciso l’avevano. Il programma eri tu. Il più grande calciatore del mondo.

Ci pensavano da tempo, da quando la Fifa ti strappò al Napoli per farti giocare a Siviglia, il grande “scippo” che Blatter fece a Ferlaino. Maradona a Usa ’94, il successo ero assicurato. Ti usavano ancora una volta. Ma tu eri felice perché tornavi a giocare, perché avresti giocato il tuo quarto Mondiale, perché avevi l’Argentina nel cuore e la rabbia della finale di Italia ’90 rubata a te e regalata ai tedeschi.

E andasti negli States col cuore leggero. Ci credevi. Quelli dicevano: “Diego, abbiamo fame di spettacolo”. E chi glielo poteva dare lo spettacolo se non le tue magìe, il tuo orgoglio, il tuo impegno? Generoso, come sempre.

L’Argentina si sistemò fuori Boston, la tua Argentina. C’erano più giornalisti per te che per tutto il Mondiale. Fu una buona sistemazione al “Babson College” in un posto bellissimo fuori città. Facevi sul serio e ti allenavi duramente. Perdesti dodici chili e scendesti a 76 chili. Ti facesti aiutare da Daniel Cerrini, che ti aveva rimesso in forma al Newell’s con una dieta appropriata, e ti aiutava il fisioterapista Echevarria. Potevi scendere a 72 chili, ma Fernando Signorini si oppose. “Se cali ancora di peso, appena ti toccano voli in aria” disse. Dall’Italia arrivò Salvatore Carmando, il massaggiatore napoletano che avevi voluto al Mondiale dell’86 e che ti era stato negato al Mondiale ’90 perché se l’era preso la nazionale italiana.

Avevi una gran voglia di tornare el Diego. “Non temo di fare brutte figure. Sto curando la rapidità, mi manca ancora lo sprint” dicevi. E poi: “Se ho solo dieci cartucce, le sparo tutte e Usa ‘94”.

L’America mobilitò le “stelle” dello spettacolo per lanciare il Mondiale, Faye Dunaway e Stevie Wonder, e Bill Clinton disse: “L’amore per questo sport è una lingua universale che riesce ad affratellare la gente”. Prepararono stadi grandissimi in nove città, ma i sondaggi segnalarono che il 90 per cento degli americani neanche sapeva che nel loro Paese si sarebbero giocati i Mondiali di calcio. Però sapevano chi era Diego Armando Maradona. L’unica “stella” conosciuta fra i 528 calciatori che sbarcarono in America.

Con te, Dieguito, c’erano sempre un articolo e una foto da prima pagina. Come quando mostrasti la maglietta sulla quale era scritto: “Se giocando ti strappo un sorriso, voglio giocare tutta la vita”. Batistuta disse: “Siamo stregati dal carisma di Diego, per lui ci sottoporremmo a qualunque sacrificio”.

Avevi portato l’Argentina alla fase finale con quell’assist irresistibile che consentì a Balbo di segnare il gol della qualificazione nello spareggio-brivido con l’Australia, 1-0 appena. I brasiliani dicevano che l’Argentina era la squadra da battere. “Siamo un bel gruppo” dicevi. “Abbiamo la punta più forte, Batistuta. C’è il mio amico Caniggia. Ci sono Balbo, Simeone, Redondo, Sensini”.

Il commissario tecnico Basile aveva solo il problema del portiere. Voleva far giocare Islas, ma chi glielo diceva a Goycoechea, il portiere che aveva parato i rigori a Italia ’90, che era l’escluso? Gli parlasti tu e il problema fu risolto. Tu eri il grande capitano della nazionale. Tu avevi il carisma per farlo, leale, generoso, disponibile.

Portavi nel cuore un sentimento grande: “Voglio riconquistare la stima di mia moglie e delle mie figlie. Dalma e Giannina devono essere di nuovo orgogliose del loro papà”.

L’Argentina avrebbe debuttato a Boston il 21 giugno contro la Grecia.

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6/6/2005
  
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