Calcio
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Il Napoli terzo con la Juve
di Mimmo Carratelli
Foto Agenzia Genova
La Piedigrotta è qui, al “San Paolo”, tutta vestita d’azzurro. La Samp resta a guardare, turista per caso. Sulla macchina di festa del Napoli, le serpentine di Lavezzi, la trombetta di classe di Hamsik, le botte a muro di Gargano e Blasi, il panterone Zalayeta che piace a grandi e piccini, i coriandoli di Grava e Savini, i coppoloni calati sugli attaccanti avversari da Cupi, Cannavaro e Domizzi, una volta tanto Iezzo spettatore non pagante e due pazzarielli nel finale, Bogliacino e Calaiò con una gran voglia di stupire, alla pari degli altri, e ci riescono: Calaiò in combutta con Bogliacino sfiora il gol (glielo nega il portiere alla disperata).

Sul carro, un Reja in giacca, camicia e formazione del 5-0 a Udine confermata. Poi, i demiurghi del trionfo, De Laurentiis con gli occhiali cinematografici e Pierpaolo Marino senza capelli, robustamente felice, l’artefice magico della squadra che, come ha detto Reja, vi farà innamorare..

Ci siamo innamorati. Dopo Udine, con la Samp è amore a seconda vista. Udinese e Sampdoria sono formazioni da media-alta classifica. Che cosa gli succede contro il Napoli? Perché rimangono sorprese, si disorientano, perdono il bandolo del gioco? Le assenze non giustificano le defaillances. La Sampdoria non aveva ancora perduto, l’Udinese è andata a vincere sul campo della Juve.

Il dubbio è questo: è proprio e solo il Napoli, questo Napoli giovane, voglioso, ricco di qualità tecnica, veloce e costante nel tenere l’iniziativa che ridimensiona gli avversari? Pare proprio di sì.

Il vecchio Napoli era un volpone autentico. Si gingillava la palla tra i piedi, soffocava il gioco perché non sapeva volare come solo i piedi buoni garantiscono, aspettava e colpiva quando poteva. Quest’altro Napoli, rinnovato a metà, rinvigorito e potenziato tecnicamente, è addirittura spavaldo, così sicuro di sé da deprimere l’avversario e metterlo fuori gioco.

Con una prestazione diversa da quella di Udine, che fu strepitosa ed esagerata, con Lavezzi ancora arrembante, Zalayeta sornione e implacabile, Hamsik classe pura (gol del raddoppio indimenticabile, difensore fintato di destro e palla in gol di sinistro), il Napoli ha concesso un bis convincente delle sue verdissime possibilità.

Non può bastare l’assenza di Volpi, il faro della formazione blucerchiata, per spiegare la resa della Sampdoria. E’ che il Napoli di questi tempi tornati felici aspetta solo il fischio dell’arbitro per impadronirsi del campo e dell’avversario. Parte come una macchina ben rodata e col motore potente e sportivo, cioè brillante.

Il centrocampo azzurro, che sa difendere con l’irriducibile Gargano e col poderoso Blasi, aiutati dagli esterni, che sono difensori all’origine, è un propulsore di formula uno. E quando la palla finisce a Lavezzi, il motore canta e incanta. E Hamsik lo trovi dove serve, essenziale e decisivo. E Zalayeta collabora, avanti e indietro, un carroarmato che mette i cingoli a centrocampo, contro le iniziative avversarie, le stritola e parte all’attacco. Va bene, aspettiamo ancora, aspettiamo le “grandi” che vogliono ridimensionarci e aspettiamo soprattutto i campi pesanti. Ma abbiamo il cuore azzurro nello zucchero.

Lo score del match con la Samp è chiarissimo: traversa di Zalayeta, un quasi rigore sull’uruguayano, un paio di occasioni sotto rete (cross di Lavezzi), la Samp imbottigliata nella sua metà campo, il gol di Zalayeta a porta vuota (il panterone opportunista è sempre là) dopo che il portiere e un difensore s’erano inzuccati a vuoto sul lancio di Domizzi, un pallonetto di Zalayeta annullato dal volo di Castellazzi, un paio di conclusioni fuori, il superbo raddoppio di Hamsik e Calaiò a un passo dal gol (salvataggio di piede del portiere). Iezzo? Disoccupato.

E’ proprio Piedigrotta.

EMPOLI - Brutto avversario, domenica, l’Empoli sul suo campo. Scontata la rabbia agonistica dei toscani fermi a un punto. Aggrediranno. Corrono sulle fasce con Moro e Buscè a destra, Tosto ex azzurro a sinistra. Probabile la marcatura asfissiante di Marchisio su Lavezzi. Altri due ex nella “rosa” empolese: Abate e Pozzi. Ma è il minitalento torinese Giovinco, 1,65, in luce nell’Under, il pericolo numero uno. Fa il Lavezzi, è veloce, rapido e salta l’uomo. Provenienza Juve, chiamato a Torino “la formica atomica”. Chi lo fermerà senza fare fallo?

GIOVENTU’ – Troppo vecchio il Milan, più giovane la Roma, anziana l’Inter. Questo risulta dalla media dell’età dei giocatori titolari. La gioventù si chiama Udinese (24,97 anni di media). Terzo il Napoli (26,86). In mezzo la Fiorentina (26,54). Saranno le squadre del futuro? Gli anni significano esperienza, ma sono un handicap sul rendimento atletico. La somma degli impegni, campionato e coppe, logora i giocatori con l’anagrafe pesante. La Champions riprende domani con Olympiakos-Lazio (nel girone col Real Madrid) e Milan-Benfica (girone abbordabile). I rossoneri hanno frenato a Siena (1-1), ma erano senza Pirlo e Kakà. Mercoledì Fenerbahce-Inter, con i nerazzurri che hanno fissato in Europa il loro massimo traguardo, e Roma-Dynamo Kiev (nel girone del Manchester United). Vedremo di che cosa saranno capaci i club, rinforzati dagli stranieri, dopo le mediocri partite della nazionale tutta italiana.

PORTIERI – Ultimo arrivo dall’estero tra i pali italiani il 21enne uruguayano Fernando Muslera, alla Lazio, che ha debuttato senza prendere gol (0-0 con l’Empoli). E così sono 22 i portieri stranieri in serie A (cinque in B). La terra dei grandi portieri, da Combi a Zoff (112 partite in nazionale), non ha più gatti magici, kamikaze e giaguari. Dai paesi dove cercava grandi attaccanti l’Italia importa portieri, forse un ruolo diventato avaro di campioni sulla penisola. Basta dare un occhio ai rincalzi di Buffon in nazionale. Ed ecco sette portieri brasiliani, due sloveni e due serbi, uno persino dalla Finlandia (Jakkola, Siena), dal Senegal (Gomis, Torino), dal Perù (Forsyth, Atalanta). Giocano da titolari Frey (Francia) nella Fiorentina, Handanovic (Slovenia) nell’Udinese, Eleftheropoulos (Grecia) nel Siena e i brasiliani Rubinho (Genoa), Julio Cesar (Inter), Dida (Milan) e Doni (Roma). Avanti il prossimo.

LOOK - Dieguito si rifà il trucco a Bogotà. Disintossicazione e rinnovo cellulare. Riduzione dell’addome, una ritoccatine ai denti, agli occhi e alla fronte, palpebre sollevate e doppio mento ridotto. In omaggio a Veronica, l’ultima fidanzata, e per reggere le vivaci notti di Buenos Aires. Ola, pibe. Qui trucchiamo i partiti: liposuzione di Quercia e Margherita e nasce il Pd con un tentativo di rinnovamento cellulare. Ma sembra un bambino già vecchio col doppio mento di Veltroni, le ossa di Fassino, i baffetti di D’Alema, gli occhiali di Letta e un gonnellino della Bindi.

BENVENUTO - Come Coppi e Bartali, se permettete. Benvenuto nella famiglia del “Roma” a Italo Cucci, il leggendario direttore del “Guerin sportivo” dei tempi d’oro che mi accolse nella famiglia del settimanale a colori quando chiuse il vecchio “Roma” e mi trovai disoccupato (1982). Lui Coppi, la classe, lo sprint genuino, la tempra elegante; io Bartali, un po’ testone, un po’ gli è tutto da rifare, la vita e lo sport vissuti con ironia. Abbiamo lavorato tanto tempo insieme ed è bello ritrovarci fianco a fianco sul “Roma” di Antonio Sasso, nocchiero di giornali senza uguale. La sapienza, la competenza e la popolarità di Italo mi metteranno in difficoltà, ma sarò uno stimolo per fare di più e accrescere il gradimento e il godimento dei lettori. Avere rincontrato Italo è stata l’occasione per parlare degli amici bolognesi, l’esemplare Meme Bortolotti dalla scrittura suggestiva e Guido Zucchi, il fotoreporter matto che mi scorazzava su mastodontici fuoristrada per rientrare volando in redazione dopo i “servizi” realizzati qua e là. Un ricordo è andato alla memoria di Luciano Conti, uomo affascinante, editore di quel “Guerino”, già presidente del Bologna che a carte riprendeva a Bruno Pesaola i premi-partita. In redazione c’erano Simonetta Martellini, paziente e tenace, figlia del grande Nando, e Stefano Tura, allora ragazzino in gamba, oggi corrisponde Rai da Londra (magnifico!). Bologna è stata una bella avventura e un magnifico soggiorno. I contatti con gli amici bolognesi non si sono mai interrotti. Quelli del giro arbitrale, Roberto Armienti in testa. Il delizioso Ferdinando Reggiani, re Ferdinando, l’arbitro di campagna, che non c’è più. Le serate con Agnolin e Collina. E quei cari amici e colleghi che erano il maestro Nascetti e il pelatone Sergio Sricchia, patito ed esperto di pugilato. A Bologna incontrai Piero Buscaroli tanto tempo dopo che era stato direttore del “Roma”. Gli andai incontro chiamandolo direttore e lui, sorpreso e felice, esclamò tra i suoi amici: “Mi chiama ancora direttore”. E come dimenticare la trattoria di Romano e Nilde Romagnoli, agnello alla brace e la “gramigna”, tagliatelle con la salsiccia sbriciolata? Ah, che bei tempi!

Foto: Agenzia Genova
16/9/2007
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